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lunedì 14 gennaio 2013

Ed erotico fu....

by Astasia



 
Le lettrici fameliche conosceranno quel circolo vizioso che recita: se ti è piaciuto questo titolo allora ti piacerà anche, oppure la variante chi ha acquistato questo titolo  ha comprato anche... .
Se riesci a rimanere abbastanza lucida, sei anche in grado di apportare una selezione quanto meno razionale nei titoli cloni che ti vengono proposti, ma se ti ritrovi nelle mie condizioni all'indomani della fine del terzo libro di Cinquanta Sfumature, sei pressochè una lettrice spacciata.
Che io abbia adorato Fifty non è un mistero per nessuno, ma non è di Mr Grey e soci che voglio parlare oggi, quanto dei miei penosi e irrazionali tentativi di rivivere con altri romanzi le stesse emozioni che ho provato fra le pagine scritte da E.L. James. A gettare benzina sul fuoco hanno concorso non solo una virata stretta del mercato editoriale verso quel tipo di letteratura erotica che richiamasse Fifty anche solo in lontananza, ma anche la mia possibilità di leggere in inglese.
Qualcuno è già in grado di capire come la mia fine fosse pressochè annunciata.

Ovviamente il primo pensiero va a Sylvia Day con il suo A nudo per per te. Recensioni d'oltreoceano entusiaste, tantissime analogie con Fifty e una Day che usciva vincente su molti fronti e quasi all'unanimità.dal confronto con Cinquanta Sfumature. Non potevo lasciarmelo scappare, ma se l'avessi fatto forse sarebbe stato meglio. Indubbiamente la Day maneggia una tecnica espressiva superiore della James, ma quanto a carisma dei personaggi io ho trovato solo il deserto.La protagonista femminile mi è risultata odiosa da subito, mentre lui ai miei occhi manca totalmente di quell'aurea di potere e possessività che mi ha fatto innamorare di Mr. grey.
Non si è creata alcuna aspettativa, ma solo squallidi teatrini di una coppia che non è in grado di dialogare.Una trama e dei personaggi ai miei occhi piuttosto insulsi, che  mi hanno comunicato solo fastidio.
Sento già alcune lettrici caricare i fucili, ma aspettate di arrivare in fondo. L'angioletto consigliere sulla spalla mi ha sussurrato che nutrivo troppe aspettative e che leggevo con il ricordo troppo vivo  di Mr. Grey, insomma, dovevo abbassare il profilo.
Per farlo contento e anche scandalizzarlo, scelsi un libro per adesso pubblicato solo in inglese dal titolo Gabriel's inferno. Ero convinta di essere sulla buona strada: Gabriel è un professore universitario esperto di Dante Alighieri, mentre la protagonista è una studentessa all'ultimo anno. E in pieno stile Fifty, anche Julia Mitchell veste all'inizio i panni della fanciulla un po' imbranata al primo incontro, immagine secondo me  mutuata da Bella di Twilight.
Il risultato però è stato davvero terrificante, Gabriel's inferno si è rivelato infatti un inferno da leggere e nel senso più negativo. Una trama scollacciata, un protagonista maschile che nei sogni proibiti dell'autrice doveva offrire un'austerità intrigante ed ermetica, ma che in fondo rasenta quasi la cattiveria gratuita. Mi rendo conto che non è facile rendere personaggi travagliati e inquietanti e spesso si tende a calcare troppo la mano, con il risultato che il protagonista si rende davvero odioso,come appunto a mio avviso accade in questo romanzo.
Mentre l'angioletto coll'indice mi bacchetta per la mia scelta (mi rendo conto che il suo parere alla luce del titolo è un po' di parte), mi giro verso il diavoletto sull'altra spalla che si sfrega le mani compiaciuto.
Cosa vuoi che sappiano gli angeli di erotismo, lascia fare a me! 90 giorni di tentazione è il titolo giusto, mi sussurra serafico.
Dopo le precedenti scottature ero davvero reticente e non mi sbagliavo nemmeno questa volta. Una scrittura piatta e insipida, una narrazione in terza persona che è un'illusione, perchè il punto di vista è sempre e solo quello della protagonista. Genevieve accetta di sottostare ai desideri del miliardario James Sinclair per novanta giorni, non per un'attrazione fisica che non riesce a dominare, non per la curiosità di esplorare nuovi confini o per scoprire se stessa, no.....Genevieve accetta inizialmente solo per spuntare una commessa prestigiosa, che darebbe smalto e brillantezza alla sua carriera lavorativa. Personalmente non l'ho proprio digerito e non si  può negare che fra le pagine di un libro io sia piuttosto democratica. Poi a rincarare uno squallore imperante ci si mette pure Sinclair con commenti davvero poco lunsinghieri nei confronti dellla donna. Il libro si è risparmiato un incontro ravvicinato con la parete solo per via di un finale che cerca di recuperare un po' di sentimento, quando comunque ai miei occhi il danno era ormai fatto.
Errare è umano ma perseverare è diabolico, e il demonietto sulla mia spalla lo sa bene, per cui mi scodella un altro titolo, sussurandomi diabolico che era una proposta che non potevo rifiutare.
Dopo l'inferno di Gabriel, mi brucio leggendo Giocando col fuoco di Sadie Matthews. Sono così stordita che nemmeno reagisco alla narrazione in prima persona, anche se un guizzo di interesse comincia a muoversi nella trovata di far sbirciare la protagonista attraverso la finestra ( è tanto Hitchcock e la Finestra sul cortile). Ma il divertimento ahimè nasce e muore, perchè Dominic si rivela un protagonista preda di una sindrome incurabile, pericolosa per tutti i Master o finti tali che escono dalle penne delle scrittrici: la cucciolite. Dicasi cucciolite quando il personaggio viene caricato di aspettative dalle tinte un po' tenebrose e molto forti per poi riverlarsi un cucciolo innocuo, capace di scondinzolare felice agli occhi delle protagoniste.
Qualcuno si starà chiedendo se a questo punto finalmente io non abbia deciso di cambiare decisamente lidi e atterrare su nuovi pianeti di lettura, magari su quelli del giallo o della fantascienza. Nulla da fare, sono in crisi di astinenza e continuo imperterrita la via della distruzione. Bazzicando facebook incappo nel romanzo dal titolo Incontri Proibiti. Stessa spiaggia stesso mare, solo con una riduzione dei tempi ( e io dico per fortuna!).
La protagonista accetta la proposta indecente di trascorrere un week end dove avrebbe sottostato ai voleri del suo ex amante ora rinomato professore, bendata e senza contatti con il mondo esterno. Un fine settimana nel quale si concederà a lui senza indugio, dimenticando tutto, anche di essere una moglie e una madre.
C'era parecchia carne al fuoco, e io morivo dalla curiosità di leggere come Alexandra sarebbe venuta a patti con la sua coscienza, i turbamenti, le dicotomie. Con Incontri Proibiti sono perlomeno arrivata alla conclusione di aver toccato il fondo, cioè che peggio di questo ( forse) non sarei riuscita a leggere. Qui non c'e' finale che risollevi apparentemente una storia inclassificabile, non c'e' un'abilità espressiva che addolcisca l'amaro gusto di un rapporto che non esprime nulla, ma che al contrario proprio sul finale svelerà retroscena davvero terrificanti, e non c'e' sospensione dell'incredulità che vi possa salvare. Pensare che questa storia sia stata concepita come una trilogia mi provoca raccapriccio. Stremata da questa lettura potevo solo elaborare un pensiero coerente: ridatemi il mio Fifty! 
Il post originariamente finiva qui, perchè l'ultimo titolo aveva rappresentato davvero una lettura devastante per me. Forse è stato così bruciante che tutto quello che è venuto dopo poteva solo che essere quasi bello, per questo non mi è dispiaciuto il libro di R K. Lilley  In Flight ( inedito in Italia), primo libro di una trilogia (non ho più nemmeno la forza di scrivere a questo proposito) che vede protagonisti Bianca, una hostess di volo e James Cavendish, multimiilionario bello e irraggiungibile. Io ho tanti punti deboli e dopo i professori universitari, i piloti e i Fifty farlocchi, arrivano anche le hostess e il loro rutilante stile di vita sempre in giro per il mondo. A questo libro il merito di aver un po' spogliato le hostess di quella patina dorata. Bianca viene quasi dipinta come una cameriera che serve champagne. Vero, a tremila metri di quota e in business class, però la realtà non cambia:  Bianca serve cibi  e bevande lungo i corridoi degli aerei sempre con il sorriso sulle labbra, anche quando il suo cuore sanguina a causa di un multimilionario bello come un top model, possessivo da rasentare lo stalker e dai gusti sessuali alquanto fuori dagli schemi. All'inizio niente di particolarmente eccitante, poi l'autrice riesce a colpire basso. Bianca per scaricare lo stress dipinge e James riesce a buttare gli occhi sui suoi dipinti. E io che nell'arte trovo un'emozione indescrivibile, ho quasi ceduto, tanto che mi sono comprata anche il secondo libro della trilogia. Inoltre voglio spezzare una lancia non tanto nei confronti dei protagonisti principali, quanto del collega di Bianca, Stephan. Amico e collega che la protegge da anni e con la quale ha condiviso un'adolescenza inenarrabile. Ragazzo dolcissimo e gay che molte di noi credo vorrebbero avere vicino.

mercoledì 25 luglio 2012

Il dibattito su "Histoire d'O" nel BDSM, una opinione

di Master8888


Il romanzo erotico "Histoire d'O" fu pubblicato nell'ormai lontano 1954, mentre il film che lo portò alla notorietà del grande pubblico (provocando come "effetto di ritorno" anche la diffusione del libro,
prima noto ad un pubblico molto piu' ristretto), quello con Corinne Cléry protagonista, é del 1975 (in Italia uscì nel 1976).

Potrà quindi a prima vista sembrare strano, curioso, che io senta il bisogno di occuparmene. Tra l'altro, la sigla BDSM si usa da una trentina di anni, per cui l'"Histoire d'O" é precedente sia come libro che come film.Ma ci sono due validi motivi per farlo.
Il primo é che il dibattito nel mondo BDSM (e anche non BDSM, per chi si interessa alla letteratura erotica in genere) non é mai cessato e anzi ha portato alla creazione di due "schieramenti" contrapposti, quello di chi ama "Histoire d'O" (con conseguente vitalità nel BDSM di molte simbologie tratte dal romanzo) e quello di chi lo detesta con tutte le proprie forze attribuendogli la colpa di essere origine di molti mali del BDSM.
Il secondo motivo di interesse é che successivamente a "Histoire d'O" non é mai apparso un testo erotico che tocchi tematiche proprie del BDSM capace di rivaleggiare con il predecessore in qualità e notorietà.
E sul termine "qualità" già qualcuno non sarà d'accordo.
Io non condivido nessuna delle due posizioni estreme sopra richiamate, penso che il racconto abbia un "involucro di fantasia" privo di qualunque attinenza con la realtà, ma anche un nucleo di contenuti validi e complessivamente é ben ideato e ben scritto (se non altro, non sarebbe sopravissuto così a lungo).
Non ha pesantezze ripetitive (come invece moltissimi racconti erotici), anzi é costellato da non poche efficaci invenzioni narrative, complessivamente era straordinariamente originale (ora non lo é piu'
solo perché é stato ampiamente copiato).
I critici ad oltranza di "Histoire d'O" sottolineano la sua totale irrealtà e quindi il pericolo che persone sprovvedute possano confondere fantasia e realtà combinando grossi guai. Un pericolo che indubbiamente esiste, ma a mio avviso non può essere utilizzato per criticare l'opera, visto che la sua "irrealtà" si muove esattamente entro schemi letterari noti ed usatissimi, per cui ritengo opportuno
evidenziarli.

Essenzialmente, i meccanismi letterari da chiarire sono:
1) il luogo della fantasia;
2)la potentissima società segreta (ed il complotto);
3) il sogno.
Cominciando dal primo, innumerevoli volte é stata fatta obiezione sull'assoluta irrealtà del Castello di Roissy. Ma se cancellassimo "il luogo della fantasia" quanta letteratura dovremmo mandare al macero? Dalla terra di mezzo nel "Signore degli anelli" di Tolkien, alla classica "isola che non c'é" di Peter Pan, all'isola di Montecristo (che esiste, ma per come viene letterariamente utilizzata) in Dumas, nella letteratura é tutto un fiorire di luoghi fantastici.
E Roissy, anche per la sua strana sorte di essere stata poi scelta per costruirvi uno dei piu' grandi aeroporti Hub del mondo, é a tutti gli effetti un luogo della fantasia.
Il secondo meccanismo narrativo che vorrei evidenziare é quello della "potentissima società segreta" (tra l'altro "ingrediente" indispensabile perché il Castello di Roissy possa essere ciò che é), un
elemento che di solito circola appaiato con il "complotto perfetto", tutte cose di cui Umberto Eco ci ha dato una magistrale lezione ne "Il cimitero di Praga".
Dai "Beati Paoli" a Templari e Massoneria visti non nella loro realtà storica, ma quale elementi puramente fantastici, la letteratura ne é piena.
Il terzo meccanismo é quello del sogno e qui c'é in "Histoire d'O" un'invenzione a mio avviso originale e ingiustamente sottovalutata e cioé il finale, anzi "il non finale", la paginetta in cui si dice vagamente qualcosa per chiudere la storia in realtà senza chiuderla, perché non é per nulla un vero finale.
In realtà é a tutti gli effetti una fine di sogno.
Tutti noi abbiamo avuto esperienze di sogni, spesso lunghi e complicati.
Ma il sogno finisce bruscamente con il risveglio e il risveglio non aspetta mai che si sia compiuto un vero finale. Il sogno é per sua natura "monco" e negli attimi in cui si transita dal sogno alla veglia
ci si da a volte uno sviluppo sommario della trama, un finale.
La paginetta conclusiva dell' "Histoire d'O" é questo, il finale sommario e insoddisfacente che diamo ad un sogno risvegliandoci.
E questo avrebbe già dovuto avvertire il lettore avveduto sulla natura onirica del racconto.

Quindi, evidenziati i tre suddetti meccanismi narrativi e la loro abitualità in moltissima letteratura, é inutile che tanti appartenenti al mondo BDSM continuino a ripetere il discorso dell'irrealtà del
Castello di Roissy, di una società segreta che evidentemente con larghi mezzi economici e vasta partecipazione di persone trasforma donne (volontarie) in perfette schiave e così via.
Questo é solo l'nvolucro narrativo, la confezione ed é perfettamente inutile discutere della "scatola", bisogna vedere piuttosto se quello che sta dentro alla "scatola" é valido oppure no.
E qui veniamo al punto, a ciò che veramente conta.
Dell'involucro abbiamo detto, ora per favore accantoniamolo.
I contenuti veri di "Histoire d'O"  sono molto, molto interessanti in un'ottica BDSM.
Innanzi tutto mancano la nevrosi ed il senso di colpa (se non nella famosa ultima paginetta, della cui essenza onirica abbiamo detto), ma senza ricorrere al ribaltamento dei valori di cui si serve De Sade,
ribaltamento che ha in se intrinsecamente l'ammissione che esiste una scala di valori accettata dalla maggioranza.
Nell' "Histoire d'O" non ci sono malattie mentali o nevrosi pregresse (come ad esempio in "Secretary"), nessuno va dallo psicologo o psichiatra, non si tira in ballo la morale o leggi divine o cose del genere. Certo, ci sono i sentimenti e le manifestazioni umane, amore, dolore, angoscia, dubbio, pianto, ma ognuno fa quello che deve fare secondo il suo ruolo nella storia.
Ad un certo momento un "esterno" si innamora di "O" e secondo lui "cerca di salvarla", offrendole un'altra vita.
"O" si arrabbia e chiede a Sir Stephen cosa aveva deciso di fare di lei quel giorno. Sir Stephen la frusta e quando arriva "l'innamorato" basta lo sguardo di "O" per metterlo in fuga, facendogli capire che "O"
non é una "vittima", ma una persona che ha fatto una scelta consapevole da cui non vuole uscire.
Il contraltare di questo brano é quando "O" viene marchiata a fuoco e una "consorella" nella "scuola di musica" ha un crollo emotivo per cui decide di mollare. Ebbene, pur dopo che si é compiuto quell'atto così traumatizzante, con estrema naturalezza viene detto a chi ha deciso di lasciare che sarà accompagnata a Parigi al piu' presto.
Due episodi che mettono in luce ciò che é piu' difficile da capire per chi é "esterno" al BDSM (ed anche per chi é "interno", ma non ha la vocazione o non ha fatto il giusto percorso), oltre alla mancanza di senso di colpa e di nevrosi o "malattie", la ovvietà dell'indispensabilità permanente del consenso, della scelta, anche quando accadono cose piuttosto crude.
Perché in "Histoire d'O" nulla é edulcorato (come in innumerevoli romanzetti BDSMsoft e nel diffuso similBDSM-soft), le frustate sono frustate, fanno male, lasciano segni che durano a lungo e provocano
pianti ed urla. Eppure(almeno nella mia percezione) non c'é violenza intesa come imposizione con la forza sulla volontà, é chiaro che "O" sceglie di affrontare le durissime prove a cui é sottoposta. E non vedo neanche volgarità, pur in cose (come la sodomizzazione e il vestiario studiato per sottolineare le nudità) che facilmente potrebbero scadervi.
Un dialogo contenuto proprio all'inizio del libro, mentre "O" viene preparata per essere fustigata per la prima volta a Roissy, l'ho sempre considerato un punto "di vertice" rispetto al BDSM. Uno degli "uomini di Roissy" chiede a René (l'amante di "O", per amore del quale "O" é a Rossy) se ha mai frustato e appeso la sua amante, ricevendo in risposta un no. L'altro si dichiara molto soddisfatto di questo, perché se l'avesse frustata solo qualche volta "ci avrebbe preso gusto", ma così non sarebbe andato bene, perché "vogliono sentirla urlare". Dialogo apparentemente brutale e poco comprensibile, se non si capisce che si intende dire che qui si va molto al di là del mero masochismo e dell'amore, si cerca un risultato "spirituale", una soddisfazione di "O" che deve essere nel puro dono di se stessa, senza neanche (appunto) il piacere masochistico.
E successivamente il concetto viene confermato quando un'altra "ospite" del Castello sentendo che "O" é stata portata dal suo amante le dice "sei fortunata, con te saranno molto piu' duri".
Qualche considerazione va fatta anche sulla notissima "cessione" di "O" dall'amante René (per amore del quale "O" va a Roissy) a Sir Stephen. Questa "cessione" a mio avviso é stata capita a sproposito
ingenerando in molti il sogno (sbagliato) che poter "cedere" ad altri la schiava sia uno dei vertici del BDSM (ed infatti qualcuno ha cercato di farlo, quasi sempre con esiti disastrosi).
A mio avviso non si tratta per nulla di una "cessione", quanto di un "complotto" (vedi sopra quanto ho scritto su società segrete e complotto). Fin dal primo momento é già deciso che "O" sarà irretita da
René per poi consegnarla a Sir Stephen, non c'é nessuna cessione, bensì un iter deciso e pianificato sin dall'inizio.
Ritengo che quello che si voleva evidenziare era piuttosto che l'amore nel BDSM é fallace, se non addirittura estraneo ed infatti l'amore di "O" per René si polverizza dopo che "O" é stata portata dal
percorso compiuto e dalla personalità di Sir Stephen ad un vero rapporto Padrone/schiava. René é solo un passaggio, una parentesi e l'amore per lui un fantasma che sembra importantissimo e invece si
dissolve come la nebbia al mattino.

Il messaggio é che nel BDSM conta la qualità del rapporto Padrone/schiava e questo se é vero e valido é qualcosa di piu' evoluto, piu' ricco, si pone ad uno stadio successivo, rispetto al semplice rapporto amoroso vanilla, anche quando questo prende la connotazione "per lui sono disposta a tutto".
Ma intendiamoci bene. Non é che per fare vero BDSM bisogna arrivare per forza ai livelli del romanzo, anzi é molto frequente che ci si fermi assai prima (anche se i "livelli superiori" sono quantomeno un vertice cui aspirare, divenendo così un incentivo a migliorare).
Piuttosto, "Histoire d'O" ammonisce utilmente che il BDSM non é un giochetto da affrontare con leggerezza e superficialità, ma qualcosa che non é per tutti e che va preso molto seriamente perché per farlo sul serio bisogna comunque intervenire sul corpo e sulla mente in modo rilevante e quindi la possibilità di fare danni é grande.
C'é al giorno d'oggi tanta gente che si improvvisa, che crede di fare BDSM perché gioca con le manette con il peluche e i flogger di fili di gomma, poi un giorno all'improvviso decide di fare di piu' (senza averne capacità ed esperienza, peggio senza rendersi conto delle possibili conseguenze di un atto) e qualcuno si fa male di brutto. Per capirci, é un pò come i ragazzini che giocano con i petardi oppure con l'alcool e i fiammiferi e poi finiscono all'ospedale.
Per questo in un'ottica BDSM trovo "Histoire d'O" preferibile ai romanzetti edulcorati, che hanno illuso e illudono masse di persone che il BDSM é tutto facile, leggero, innocuo.
Un altro aspetto di "Histoire d'O" che voglio evidenziare é quello dell'impatto sull'immaginario BDSM che ha permanentemente.
Ad esempio, "anelli di O" (anelli per dita, intendo) sono prodotti pur di nicchia ma sempre offerti da molti laboratori artigianali sensibili ad una certa clientela, segno che la domanda esiste.
E mentre un tempo sarebbe stato assolutamente impensabile, oggi non sono poi tanto rare le donne che sotto gli abiti nascondono piercing in parti molto intime, un genere che il romanzo profetizzò in anni in cui sarebbe stato realmente fuori dal mondo.
Ma la cosa che mi colpì di piu' fu scoprire che in Germania esiste un laboratorio non tanto piccolo che riproduce i famosi abiti che ostentano scoperte le parti "critiche" del corpo femminile indossati dalle "allieve schiave" nel Castello di Roissy.
Apro una parentesi. Nel 2008 visitai a Monaco di Baviera il "Boundcon". Un enorme ex stabilimento BMW é stato restaurato perfettamente e trasformato in spazio per varie manifestazioni ed esposizioni. Qui ogni anno per due o tre giorni si sviluppa il citato "Boundcon", una sorta di grandissima fiera campionaria di tutto ciò che riguarda il BDSM, intervallata da continue "performance" di bondage.
In questo contesto mi colpì la dimensione e l'assortimento di vestiti che offriva lo stand dei produttori di "vestiti del Castello di Roissy" e dato che difficimente si crea una apprezzabile offerta se non c'é
domanda, devo supporre che almeno nel centro e nord Europa questa domanda (chiaro, di nicchia, ma di una nicchia poi non tanto piccola) c'é.
Cercando di trarre qualche conclusione alla fine di questo lungo discorso (che non pretende assolutamente di essere esaustivo, piuttosto ho voluto illuminare alcuni aspetti, concetti, punti, di interesse e di guardarli da un'ottica non consueta), il mio giudizio soggettivo su "Hstoire d'O" é positivo, vale la pena di avere sugli scaffali di casa il libro ed il DVD del film (magari nella versione piu' completa, reintegrata rispetto agli spietati "tagli" della censura anni '70) e di rileggerlo e riguardarlo. Non so di quanti romanzi erotici potrei dire altrettanto a quasi sessant'anni dalla prima pubblicazione.

lunedì 23 luglio 2012

Cinquanta Sfumature di Rosso: Atto Finale

di Master8888


Cosa penso di "Cinquanta sfumature di Rosso" e qualche mia conclusione complessiva sui tre volumi delle "Cinquanta sfumature...".

E' stata una faticaccia, ma finalmente ho completato la lettura anche dell'ultimo dei tre volumi della trilogia "Cinquanta...".
Per la verità, non è una trilogia, in realtà è un unico romanzo di dimensioni mostruose che per ragioni ovvie è stato diviso in tre pezzi, ma in realtà è un racconto unitario.
E qui ci sarebbe da fare una digressione sulla diseducatività dell'e-book, perché al tempo in cui esisteva solo il libro di carta un editore (io se lo fossi lo avrei fatto) avrebbe chiamato l'autrice e gli avrebbe detto che andava tutto condensato in un solo volume di cinquecento pagine, così tra l'altro si sarebbe risolta la ripetitività di tanta parte dell'opera. Oggi sceglie "il pubblico" e si sa che la massa spesso non fa le scelte più oculate.
Comunque, date le premesse che sto facendo devo confermare la piena validità di quanto ho scritto a proposito di "Cinquanta sfumature di Nero".
Tuttavia, nonostante questo e nonostante il soffocante perbenismo della presunta trilogia, io un pregio l'ho trovato.
E sì, perché dopo tante polemiche in ambiente BDSM, tra me concordemente con  pochi altri, assertori dell'esistenza di un vero BDSM (e quindi anche di un falso BDSM), contrastati dalla massa che asserisce che tutto può essere BDSM, perché nessuna "autorità riconosciuta" ha il potere di delimitarlo, per cui ognuno fa come gli pare, finalmente abbiamo in mano un testo che dimostra in modo solare cosa sia il "famolostranismo" e come questo sia totalmente diverso dal vero BDSM.
Una parentesi però va aperta per spiegare al lettore cosa sia il "famolostranismo", visto che lo avevo già tirato in ballo nel mio precedente articolo, ma senza spiegarlo, se non sommariamente per inciso.
In un film di Verdone compare una coppia che si sposa, composta da Ivano interpretato dallo stesso Verdone e Jessica interpretata dalla Gerini. Si tratta di due romani "coatti", che impersonano l'aspetto più deteriore degli odierni romani di bassa cultura.
Il film introdusse un "tormentone" di successo, Jessica (masticando in modo plateale l'immancabile gomma americana) chiede continuamente a Ivano "'O famo strano?" e i due finiscono per avere rapporti sessuali nei modi più strani e impensabili.
Da qui, dalla battuta "'O famo strano?" (dove la O sembra essere stata voluta da un nemico del BDSM come nemesi dell'"Histoire d'O"...), è stato mutuato in ambiente BDSM il termine dispregiativo "famolostranismo", per indicare chi non fa vero BDSM, ma utilizza tecniche, "apparenze", oggetti, propri del BDSM solo per eccitare lui e lei e consentire così più facili e "piccanti" rapporti sessuali, i quali, quindi, sono il vero e fondamentale scopo del "famolostranismo".
Nel vero BDSM lo scopo finale è il potere, il controllo da parte del Dominante sulla sottomessa (preciso che di donne Dominanti e uomini sottomessi non parlo, pur essendo il BDSM piu' diffuso, perché oltre che fuori tema rispetto al libro che sto commentando è totalmente estraneo alla mia natura), i rapporti sessuali possono esserci (certo non a ritmo "allevamento di conigli" come fa Christian Grey!), oppure non esserci, ma comunque hanno una funzione sussidiaria, non principale.
Infatti, mentre confermo che per tutta la cosiddetta trilogia ho visto solo "famolostranismo" (con una presenza ripetitiva fino alla più profonda noia, ossessiva, continua, strabordante, incredibile fino all'assurdo del rapporto sessuale in tutte le sue varianti) e non BDSM, però ho cominciato a pensare che una dimostrazione così chiara, palese (se non è chiara dopo la lettura della cosiddetta trilogia bisogna essere un po' duri di comprendonio...) del "famolostranismo" è di grandissima utilità "pedagogica".
Da oggi a chi ha un po' di vocazione al BDSM ma non ha le idee chiare prescriverò la lettura dei volumi "Cinquanta...", come "medicina", per fargli capire cos'è il famigerato "famolostranismo".
Per il resto, Christian mi ha fatto un po' pena (dalle "quindici sottomesse" ad Anastasia... roba da suicidio) e un po' rabbia (facendo il "coniglio da monta" invece del Dominatore dove credeva di arrivare se non ad una vita piatta e banale?), mentre Anastasia mi ha fatto veramente solo rabbia, una stupidina, furbastra, saccente, che non si rende conto di aver preso un uomo "border line" e averlo portato dalla parte sbagliata.
Nella realtà queste faccende vanno a finire (i casi sono innumerevoli) che lui dopo due o tre anni comincia a essere richiamato irresistibilmente dal BDSM e si fa una doppia vita con "amante sottomessa" all'insaputa della moglie, salvo nascondersi nel cesso per telefonare e "dare ordini" alla sottomessa (come stigmatizzava con giusta ferocia una di loro che un tempo conoscevo).
Ma ciò che è veramente insopportabile è l'ipocrita perbenismo del romanzo.
Innanzi tutto "Cinquanta sfumature di Rosso" rafforza il tremendo messaggio di ostilità verso il vero BDSM che avevo rilevato commentando "Cinquanta sfumature di Nero", senza neanche la misera toppa della frasetta del Dottor Flynn contenuta nel volume precedente.
Il messaggio è evidentissimo, il BDSM è "cattivo e malato", invece i "giochetti famolostranisti" sono "buoni" e Anastasia "salva" Christian dal "male" che ha in sè. Mi permetterete di dire che tutto questo mi dà la nausea.
Come "contorno" sull'ipocrisia perbenista delle "Cinquanta sfumature..." aggiungo che in un mondo dove i matrimoni si sciolgono come neve al sole e la fedeltà è una vera utopia, ci propina il sogno diseducativo di un impossibile rapporto totalizzante in cui si sintetizzerebbero amore, figli, "sesso estremo" (così ha la faccia tosta l'autrice di chiamare le sue descrizioni "famolostraniste"), fedeltà assoluta con tanto di gelosie assurde per ex e sguardi. Visto che nella realtà gelosie e sogni di fedeltà assoluta generano morti ammazzati, ex infastidite o peggio per anni, botte del partner forte al partner debole (che sono cosa INCOMPATIBILE con il BDSM, anche se molti non lo capiscono!) e come minimo frustrazioni e infelicità di chi si rode, forse sarebbe bene che questo diseducativo ciarpame venisse messo al bando dalla società moderna, invece di essere esaltato letterariamente.
Devo però dire che il successo dei tre libri di cui sto parlando non mi meraviglia.
Viviamo nella società della massificazione consumistica, in cui cioè qualsiasi cosa deve essere trasformata (involgarita?) per poter diventare "prodotto vendibile" al maggior numero possibile di "consumatori".
Il BDSM di élite di "Histoire d'O", dove élite non è come erroneamente pensano molti basata sul denaro (quello fa parte "dell'involucro narrativo", ma per questo rinvio al mio articolo al riguardo), quanto ristrettezza del numero di chi può fare certe cose perché per arrivare a livelli elevati occorre una vera vocazione ed un "percorso" appropriato, non è compatibile con una società in cui tutto deve essere massificato.
All'opposto, il presunto "sesso estremo" (sic!) delle "Cinquanta sfumature..." è in perfetta sintonia con le linee sociali a cui sto facendo riferimento, è un'attività che può fare chiunque ne abbia voglia, senza bisogno di vocazione e "percorsi". Ed infatti mi risulta che nei paesi anglosassoni il successo dei libri abbia portato anche una esplosione di vendite nei "sex shop".
Evidentemente molte coppie assolutamente "vanilla" ma fortemente annoiate cercano di applicare i "consigli" letti, penso ricorrendo a morbidi e inoffensivi flogger di striscioline di cuoio morbido, a bracciali e cavigliere di cuoio ed a "giocattoli sessuali" anali e vaginali, di cui hanno letto.
Per inciso, speriamo che nessuno di questi sprovveduti sia poi tentato di "esplorare" cose sconosciute improvvisando, con il risultato che qualcuno si faccia davvero male (e questo oltre a essere orribile in sè, scatenerebbe qualche ipocrita campagna di opinione contro il "BDSM", che invece non avrebbe nulla a che fare con tutto questo).
Piuttosto, sono veramente meravigliato dai commenti fortemente negativi sulle "Cinquanta sfumature..." che colgo nell'ambiente BDSM italiano. Ciò, per motivi a cui ho già accennato.
Volendo tirare qualche conclusione alla fine del mio discorso, penso che scrivere un efficace romanzo in cui si parla di BDSM si sia rivelato ancora una volta impresa così ardua da sembrare quasi impossibile, stretta com'è fra la ripetitività ossessiva e pornografica di uomini che esplicitano le loro fantasie (di solito sempre uguali) e autrici di sesso femminile che come nel caso delle "Cinquanta sfumature..." non riescono a resistere alla deviazione nel romanzetto rosa con immancabile lieto fine (nelle "Cinquanta sfumature..." proprio il "vissero a lungo felici e contenti, con tanti figli, in una bella casa, circondati dagli amici e dalle persone care..." roba da "Bella addormentata nel bosco" o "Cenerentola" o "Biancaneve" tradizionale...)  e con pregiudizi moralistici seminati a iosa.
Per questo la tanto bistrattata "Histoire d'O" continua a piacermi, nonostante non sia certo un romanzo scevro di difetti rilevanti, almeno sfugge a quelli più gravi, ma questo è tema di un altro articolo.

mercoledì 4 luglio 2012

Cinquanta Sfumature di Nero di E.L. James: il punto di vista di un Master

di Master8888


Prima di leggere.... ( a cura di Pinkafé)

Quanti fiumi di parole sono scorsi riguardo a Cinquanta sfumature di Grigio? Articoli straripanti sarcasmo fine a se stesso, scritti spesso da chi il libro non l'ha nemmeno letto. Recensioni su vari blog per mano di lettrici scioccate dalla mancanza di spessore e dallo stile illeggibile. Anche coloro che ancora non si sono avvicinati ai due romanzi della trilogia, si saranno resi conto che nel bene e nel male questa storia spacca gli animi. Pinkafé voleva recensire per voi il secondo libro- Cinquanta Sfumature di Nero- ma ha preferito offrirvi un punto di vista diverso, una voce fuori dal coro di quelle che bombardano il web e la carta stampata. Master8888 ha accettato di condividere con voi le sue impressioni, siete pronte ?
Prima di cominciare, una premessa è d'obbligo: la recensione che state per leggere esprime solo ed esclusivamente le opinioni personali dell'autore, il quale ne è pienamente consapevole, nonchè del fatto che quando parla di BDSM fa discorsi generali, senza nessun riferimento a chicchessia, se non lo scrivente, il libro e i personaggi del libro recensito.


Buona lettura !


Profondamente turbata dagli oscuri segreti del giovane e inquieto imprenditore Christian Grey, Anastasia Steele ha messo fine alla loro relazione e ha deciso di iniziare un nuovo lavoro in una casa editrice. Ma l’irresistibile attrazione per Grey domina ancora ogni suo pensiero e quando lui le propone di rivedersi, lei non riesce a dire di no. Pur di non perderla, Christian è disposto a ridefinire i termini del loro accordo e a svelarle qualcosa in più di sé, rendendo così il loro rapporto ancora più profondo e coinvolgente. Quando finalmente tutto sembra andare per il meglio, i fantasmi del passato si materializzano prepotentemente e Ana si trova a dover fare i conti con due donne che hanno avuto un ruolo importante nella vita di Christian. Di nuovo, il loro rapporto è minacciato e a questo punto Ana deve affrontare la decisione più importante della sua vita. Una decisione che può prendere soltanto lei…


Ho letto il secondo volume della trilogia delle "cinquanta sfumature" e mi accingo a scrivere la mia opinione dalla particolare ottica di chi BDSM lo fa davvero da una vita. Francamente, anche se ci sono alcuni spunti discorsivi sul BDSM che meritano un approfondimento, devo dire che il libro mi ha molto deluso e questo mi addolora perché confermo che il personaggio di Christian Gray presenta alcuni tratti ben delineati, in cui mi riconosco psicologicamente, tratti che tuttavia, purtroppo, sono resi illeggibili da altri elementi confusi ed erronei. Infatti, mentre il primo volume imposta una serie di temi e storie collegate al BDSM tali da avermi fatto sperare in un loro coerente sviluppo nei volumi successivi, invece, ho dovuto constatare una involuzione della narrazione, un vero e proprio andamento in discesa, in cui il discorso sul BDSM si è involuto "incartandosi" in un groviglio quasi inestricabile, in cui il BDSM è praticamente sparito o comunque è divenuto al meglio un elemento confuso, incomprensibile e al peggio gravato da pregiudizi che lo mettono in luce negativa per la maggioranza delle lettrici e dei lettori, oppure lo fanno percepire a questi in modo deformato, distorto.

Le pagine e pagine di rapporti sessuali ripetitivi, senza nessun "guizzo" di originalità (ci si poteva mettere un "link" e scriverli una sola volta...), disperatamente "vanilla" (la traduttrice evidentemente ignora che nessuno traduce questo "vanilla" in italiano, peraltro come accade anche per "flogger"), semmai con connotazioni "famolostraniste", visto che è evidente che alcuni elementi mutuati da tecniche BDSM sono puramente "serventi" ai fini degli innumerevoli rapporti sessuali. Sembra un racconto scritto in Italia da una italiana, visto che nel nostro non poche/pochi  di quelle e quelli che "ruotano" nell'ambiente BDSM hanno la "scopata" come "imperativo categorico" (tant'è che al solo sentir pronunciare il termine "vero BDSM" reagiscono come indemoniati colpiti dall'acqua santa, tipo "bambina dell'Esorcista"), in Gran Bretagna e negli USA il BDSM è preso da chi lo pratica molto più sul serio. A parte i numeri eclatanti delle "performance" descritte (pur giustificabili tenendo conto della giovane età dei protagonisti, anche se non so se sia realistico riuscire nell'orgasmo simultaneo indefettibilmente ad ogni colpo),  l'elemento fondamentale è la noiosità, gli unici termini di paragone che trovo sono i film porno e la letteratura sadiana, infatti chi ha letto De Sade avrà notato la ripetitività e piattezza delle sue descrizioni.
Per certi versi il libro sviluppa l'idea deformata del BDSM che hanno molte donne, cioè una relazione con una sorta di "super principe azzurro", con sesso sfrenato e in cui l'amore (rigidamente monogamo) giustifica e nobilita tutto, "non lo fo per piacer mio, ma per amore". In realtà, una donna libera dovrebbe fare BDSM, dovrebbe assumere il ruolo di sottomessa, perché le dà piacere, le consente di esprimere la sua personalità e le sue esigenze. Poi, può anche accadere che scoppi l'amore, ma l'amore non può e non deve essere il motivo (vero o autoassolutorio, non importa) per superare certe "soglie".

Tornando a Christian, una persona con gusti BDSM e che ha avuto ben quindici sottomesse (a ventisette anni, definirei questa una "performance" del tutto irrealistica) si sarebbe rotto le scatole immediatamente (autobiagraficamente: anch'io a quell'età avevo prestazioni sessuali di tutto rispetto, ma anche la sola idea di un rapporto esclusivamente  "vanilla" mi annoiava terribilmente).
Anche perché il personaggio di Ana si può dire alla luce di questo secondo volume non solo non ha nulla della sottomessa (semmai è disperatamente e convintamente "famolostranista"), ma è pure priva di qualunque elemento di fascino tale da giustificare un innamoramento da parte di un master. Sia chiaro che un master è un uomo e si può benissimo innamorare (io nella mia vita ho avuto degli inamoramenti travolgenti e delle "cotte" degne di un adolescente, ma sempre in ambito BDSM, perché diversamente ci si mette in grossi guai), ma perché a torto o ragione pensa di aver incontrato una donna "giusta", se si innamora di una "famolostranista" o di una "vanilla" e si riduce a fare "famolostranismo" dubito sia realmente un master (uno poi che ha avuto quindici sottomesse...).
Tra l'altro Ana in questo secondo volume anche come semplice valutazione uomo-donna non è che brilli per fascino e non è che si dimostri una cima di intelligenza. Ma la cosa che mi ha preoccupato di più è la valutazione negativa del vero BDSM che emerge dalle pagine del libro, un messaggio chiarissimo, il "famolostranismo" (anche se non definito, viene descritto in modo accurato nei fatti) è "buono", il vero BDSM è "cattivo", l'amore di Ana salverà Christian dal "male" del vero BDSM (Christian peraltro fatto apparire disgustosamente "pentito" e sulla via della "redenzione"). Le correttissime parole messe sulla bocca del dottor Flynn, il quale dice che il BDSM praticato fra adulti consenzienti e in un quadro sano e sicuro (e io aggiungo, nel rispetto delle leggi del proprio Paese) non è una malattia, ma una accettabile scelta di vita, finisce per apparire un disorso messo lì con la funzione di una un po' ipocrita "pezza a colore".
Anche la figura della ex sottomessa innamorata di Christian e in preda a turbe psichiche è
molto irritante per me. Nella realtà della mia esperienza le donne che fanno convintamente la scelta della sottomissione BDSM sono donne forti, realizzate nella vita e molto determinate, certamente meno fragili dei master, perché paradossalmente molti veri master (cioè uomini che sanno assumere sul serio e come si deve il ruolo di master) hanno (magari sotto-sotto, ben occultate e non confessate per orgoglio) talune debolezze e fragilità ed è proprio questo il motivo per cui alcuni tratti della figura di Christian appaiono realistici. Peraltro, la necessità del controllo è una riorganizzazione e positivizzazione di caos interiori precedenti che se non risistemati farebbero danni. Il BDSM è una soluzione di problemi, non un problema.

Tornando alle sottomesse, semmai io ho avuto la ventura di sentire alcune di loro che facevano spietati "cappotti" di critiche a certi "master" evidentemente non molto bravi nel loro ruolo. Una notazione vorrei dedicarla anche all'ossessione della bellezza che emerge dalle pagine del libro (quante volte si fa riferimento alla bellezza di Christian? Non si contano). Una delle cose positive del vero BDSM è che la bellezza conta assai meno che nel "vanilla", perché ci si focalizza su altri elementi..Certo, anche l'occhio vuole la sua parte, anche nel BDSM ad esempio una partner che supera il quintale non è piacevole, ma l'estrema importanza che nel "vanilla" ha la bellezza (c'è solo quella, per il resto il solito, noiosissimo, ripetitivo, eterno, "io infilo e tu prendi") non c'è.
E con questo penso di aver detto tutto quel che avevo da dire.

mercoledì 27 giugno 2012

Un Cocktail da Cinquanta Sfumature di Grigio

di Elnora

Lo speciale 50 sfumature di grigio si è concluso, ma nonostante ciò Pinkafè ha ancora voglia di stupirvi e lo fa condividendo con voi  l'emozione di una serata molto particolare. A raccontarla sarò io, Elnora, doppiamente emozionata perchè in qualità di inviata speciale inauguro anche la mia collaborazione all'interno di Pinkafè.
Potete immaginare il balzo al cuore quando giunge l'invito ufficiale da parte di Mondadori per partecipare  al cocktail con  l'autrice del libro  Cinquanta sfumature di grigio E.L. James,organizzato presso il Diana Sheraton hotel di Milano. Incredulità e gioia al ritmo di " cosa indosso" con una sfumatura di panico, mi hanno accompagnato fino al momento della partenza alla volta di una Milano afosa e caotica, come solo può esserlo una grande città  in un estivo lunedì pomeriggio.


Il cocktail si tiene nel giardino interno dell'hotel, un ambiente elegante, sofisticato  e molto fashion , corredato ovunque dalle copertine dei primi due libri della trilogia. Il mio occhio guizza famelico fra la cravatta di Christian e la maschera di veneziana memoria, mentre chiacchiero amabilmente con la traduttrice del secondo libro -Silvia Zucca- alla quale chiediamo le sue impressioni nell'aver tradotto una scena per noi da cardiopalma, quella in cui Christian.....ops! Leggete Cinquanta Sfumature di Nero e lo scoprirete. Ad un certo punto, l'infoltirsi di un assembramento ci segnala che E.L. James è arrivata. Mentre smartphones e macchine fotografiche digitali si  sollevano ad immortalare la personificazione di un caso editoriale davvero stupefacente, l'autrice racconta di come la sua vita sia inevitabilmente cambiata: la presentazione del libro l'ha portata a visitare tutto l'east coast degli Stati Uniti, oltre a farla atterrare a Milano. Certo è che , ha aggiunto, al suo rientro l'aspettano comunque  inesorabili le faccende domestiche e le lavatrici da fare. E suo marito? la James con lo sguardo sbarazzino rivela che è stato molto utile nel lavoro di ....documentazione, e la malizia ha imperato sovrana su tutti i presenti. L'autrice, ad una domanda diretta del pubblico, è rimasta abbottonatissima sul nome di un attore papabile per interpretare il ruolo di Christian Grey, questioni di diritti e affini le impongono infatti il silenzio assoluto.

Al termine mi appropinquo con il mio adorato fardello di libri per gli agognati autografi, ma l'autrice mi viene sottratta per fare le foto di rito a beneficio dei giornalisti, finite le quali però si aprono i battenti delle firme. E.L. James è comodamente seduta su un divanetto, con un placido laghetto completo di fontanella a farle da cornice dietro le spalle, e osservando l'avvicendarsi delle ragazze sulla sedia davanti a lei per la firma degli autografi, la scena assume quasi il sapore di un confessionale.

Quando giunge il mio turno, approfitto per rivolgerle una domanda che non ho avuto il coraggio di esporre pubblicamente: le chiedo dove ha attinto per la resa del contratto che Christian sottopone ad Ana.
La James racconta di aver raccolto il materiale in giro per il web e di aver rifilato tutto ad una sua amica avvocato, chiedendole di impostarlo in maniera seria.
La sua amica alla restituzione del " prodotto" se ne è uscita dicendo che andava a fare una bella doccia e che non doveva più azzardarsi a presentarsi con della roba simile. La James scherza con il suo interprete, che pazientemente le suggerisce lo spelling dei nomi da scrivere. Non paga, decido di fare il secondo giro e porgendole il secondo libro, tra il serio e il faceto dichiaro: " è per un uomo". Il suo sguardo complice  vale più di mille parole e io già l'adoro.

Scattate le foto, decido che è il momento di lasciarla e con le borse stracolme dei libri autografati, mi avvio verso la stazione con passo stanco, accaldata ma felice.

sabato 23 giugno 2012

Secretary: Cinquanta Sfumature del Cinema

di Marty

Dalla carta stampata, alla realtà, alla pellicola!
In questo caldo mese di Giugno, concludiamo lo speciale dedicato a "50 sfumature" e al mondo del BDSM parlando del film che tanto piacque ai giudici del Sundance Festival da assegnargli un premio ad hoc per "l'originalità della sceneggiatura". Per scoprire che esisteva un Mr Grey già nel lontano 2002 (e la sottoscritta spera non le sia scappato qualche errore di battitura!)


Titolo: Secretary
Nazione: Usa
Anno: 2002
Genere: Drammatico/Commedia
Durata: 104'
Regia: Steven Shainberg
Cast: James Spader (Edward Grey). Maggie Gyllenhaal (Lee Holloway)

Trama:
La giovane Lee Holloway è appena ritornata a casa da una clinica psichiatrica, dopo essere stata ricoverata per autolesionismo. Determinata a volersi guadagnare un posto nella società, impara a battere a macchina e viene assunta come segretaria nello studio dell'avvocato E. Edward Grey. Una particolare sensibilità lega i due, prima professionalmente, poi personalmente, dando il via a una particolarissima relazione tra lei e il suo capo, Mr. Grey...

Non di rado lo sguardo del cinema si è posato sul BDSM, un mondo percepito come oscuro, pericoloso e morbosamente affascinante, ed espresso in pellicole il più delle volte thriller o erotiche.
Ma i protagonisti di Secretary, l'avvocato Edward Grey (Mr. Grey, sì avete capito bene) e la sua giovane segretaria Lee si muovono negli scenari quotidiani di casa e lavoro, nelle righe (e sopra le righe) della commedia sentimentale.
Cosa può innescarsi quando una donna con tendenze masochiste incontra un uomo dagli istinti sadico-dominatori?
Secondo il regista Steven Shainberg, una storia d'amore straordinaria, buffa e struggente.
Lee ed Edward sono le persone della porta accanto, ma che dietro all'apparenza comune e ordinaria (giovane avvocato divorziato lui, ragazza introversa e insicura lei) nascondono un magma ribollente di emozioni.
Il matrimonio fallito dei genitori e l'alcolismo del padre sono i drammi della vita di Lee (incarnata da una stupefacente Maggie Gyllenhaal), che cerca di gestire il suo dolore autoinfliggendosi piccole ferite.
Edward è più sfuggente ai miei occhi di spettatrice (il film è tutto raccontato dal punto di vista di Lee), egregiamente interpretato da James Spader, ormai maestro nei ruoli del giovane inquieto e controverso. E' un personaggio silenzioso e affascinante, da leggersi nei dettagli, la cui dolcezza traspare nella cura delle sue bellissime orchidee, e con profonde difficoltà ad accettare le proprie "preferenze".
Secretary racconta il nascere e l'affermarsi di un amore, che cresce insieme alla forza e alla consapevolezza della protagonista.
Nel rapporto master/slave che viene a crearsi tra Lee ed Edward (tra collari, manette, ordini e sculacciate, in scene sensuali spesso spolverate da una comicità irresistibilmente surreale), lei è la sottomessa, ma è sempre lei ad affermare con vero coraggio e determinazione i propri desideri e sentimenti. Ricorrente nelle sue battute è il verbo "voglio" (Voglio conoscerti. Voglio essere la tua schiava per sempre. Voglio farlo).
Il BDSM diventa il modo dei protagonisti di conoscersi, di comunicare, di giocare, e soprattutto di dare e ricevere amore. E' giusto? E' sbagliato? Non è questo che mi chiedevo, guardando Secretary.
Mentre davanti agli occhi mi scorreva una delle più tenere sequenze d'amore mai viste in un film, pensavo soltanto che grazia straordinaria avevano avuto Edward e Lee a innamorarsi in quel modo, proprio come cantato da Lizzie West sulle note della splendida "Chariots Rise".


Nota sul testo: appositamente per il film, venne cambiato il verso "what a fool am I, to fall so in love" in "what a grace have I, to fall so in love".

mercoledì 20 giugno 2012

BDSM dalla Fiction alla Realtà: intervista a un Master

di Hasmina

E dopo averne immaginato tutte le sfumature, dopo averne scritto e preso appunti, abbiamo pensato che era il momento di fare le cose sul serio e di dare voce a questa realtà che ci ha intrigate, incuriosite, forse anche turbate, ma cui di certo non siamo rimaste indifferenti, nel bene o nel male. Quindi abbiamo cercato e contattato una comunità BDSM sul web, e abbiamo chiesto di poter intervistare un Master reale, in carne e ossa!


La comunità, che qui ringraziamo per la disponibilità dimostrataci, è Legami, un luogo virtuale dedicato all'incontro e al confronto tra persone legate dall'interesse per questa specifica forma di erotismo. Il Master che gentilmente ha accettato di rispondere alle nostre domande, e di farci dare uno sguardo ad alcuni aspetti della realtà del BDSM attraverso le sue esperienze personali, è Abatenero.

Un'intervista che non intende esaurire un argomento tanto vasto e complesso come quello del BDSM, ma rivelarci in modo affascinante uno dei molteplici punti di vista che lo riguardano.


Da quanto tempo è nel mondo del BDSM, e da quanto ricopre il ruolo di Master?

Intanto, direi che “il mondo del BDSM” non esiste, se non in senso estremamente vago. “BDSM” è un acronimo che indica un insieme di comportamenti riconducibili tutti, in vario grado, all’erotizzazione dello scambio di potere, non un insieme di persone. Ci si può riferire al Mondo del BDSM più o meno nello stesso senso con cui ci si può riferire al Mondo dello Sport o al Mondo della Moda.
Il sadomasochismo è una variante del comportamento sessuale, come tale fa parte della scoperta della propria sensualità, un processo interminabile, come è sempre la scoperta di se stessi.
Direi che si “entra” nel Mondo del BDSM quando ci si riconosce nel suo Immaginario, perché quell’Immaginario aiuta ad attribuire un “Senso” ad una parte di sé, ad inserirlo in una Narrazione Significante. Occorrono una certa tendenza all’introspezione, una notevole curiosità ed una marcata indifferenza per i pregiudizi.
Nel mio caso è avvenuto piuttosto tardi, ben oltre la soglia della maturità, un fatto per nulla inusuale, per quanto mi consta.
Questo non significa che il mio modo di esprimere la sessualità fosse radicalmente diverso, prima: era soltanto meno consapevole.

Poiché nella sottocultura BDSM non c’è un accordo definitivo praticamente su nulla, a parte pochissime basilari regole (SSC), non c’è un accordo definitivo neanche sulla terminologia. Tuttavia l’opinione generalmente condivisa è che con “Master” si intenda un Dominante che “possieda” una schiava, cioè una sottomessa alla quale è legato (considero il legame sempre reciproco, anche se su questo punto non tutti sono d’accordo) da un rapporto “stabile e strutturato connotato da un alto livello di trasferimento di potere fisico e psicologico/emotivo e con scarso o nessun limite spazio/temporale” (così recita il Lemma della Pervipedia di Legami). Lo stesso vale, naturalmente, per le Mistress.
Al momento non possiedo una schiava nel senso sopra indicato, quindi, tecnicamente, non potrei fregiarmi del titolo di Master.
Questo è uno dei piccoli rituali della sottocultura BDSM, che qualcuno prende sul serio e qualcuno no.
Diciamo che sono un Master in aspettativa :-)


Cosa rappresenta per Lei il BDSM? E quanta importanza riveste nella Sua vita?

Il BDSM è un Luogo dell’Immaginario. Un terreno di gioco all’interno del quale due (o più) adulti consenzienti (preferirei dire: complici) drammatizzano le proprie fantasie erotiche in maniera controllata e sicura. In sostanza, la versione per adulti del “Facciamo che io ero il Pirata e tu la Principessa…?”
Ammetto che c’è molta ostilità da parte di alcuni a considerare il bdsm “soltanto” un gioco. Pure, del Gioco il bdsm ha tutte le caratteristiche: uno Spazio/Tempo artificiale, delimitato arbitrariamente; un rituale da seguire; dei ruoli da interpretare; delle regole accuratamente stabilite, spesso dopo attenta contrattazione, la cui violazione spezza inesorabilmente il suo incantesimo. Perché l’unica condizione fondante del gioco è l’accordo tra i giocatori.
All’interno di questa “bolla” creata dal desiderio vale quella che Coleridge chiamava la “sospensione dell’incredulità”: io sono davvero il tuo Padrone e tu sei davvero la mia Schiava.
Il BDSM è l’Isola Che Non C’è, un posto dove si è, finalmente, liberi di essere se stessi.
Seguendo il filosofo James P. Carse, tutta la vita umana può essere interpretata in chiave di Gioco.
Oltre ai giochi in senso stretto – le gare sportive, i giochi da tavolo – sono “Giochi” tutte le situazioni che implicano competizione: i contrasti sociali, certe relazioni amorose o sessuali, i trucchi per fare carriera.
Ma tutti i giochi del mondo possono essere ridotti, alla fine, a due sole categorie: i giochi finiti ed i giochi infiniti. I giochi finiti sono quelli il cui scopo è vincere, e la vittoria pone termine al gioco. I giochi infiniti sono quelli il cui scopo è continuare a giocare, abbattere le divisioni e le competizioni, abbracciare ambiti sempre più vasti.
Ecco, il BDSM è un Gioco Infinito, che non prevede vincitori né vinti, perché il suo unico scopo è continuare a giocare, approfondendo sempre di più la conoscenza di sé e la comunione con l’altro.

Io sono dell’opinione che si possa apprezzare veramente il valore soltanto di quello di cui si sa e si può fare a meno. L’unico modo serio di affrontare qualunque aspetto della vita è farlo con lo spirito del dilettante. Se il bdsm dovesse diventare un’ossessione, troverei la cosa fastidiosa quanto essere affetto dalla sifilide. Quando c’è, ed arriva spontaneamente e naturalmente, è molto bello. Quando non c’è, si vive bene ugualmente. Tutto sommato, ho i miei libri, il mio orto e le mie dalie.


Cosa spinge, secondo la Sua esperienza, una persona ad entrare in questo mondo? E a rimanerci?

Come dicevo rispondendo alla prima domanda, non si entra nel Mondo del Bdsm, casomai ci si riconosce nel suo Immaginario Collettivo. Non c’è alcuna soglia da varcare, alcuna setta in cui entrare, nessuna parola d’ordine da chiedere o pronunciare. Semplicemente, si decide che quello è il posto giusto dove stare almeno per un po’ per dare un’occhiata in giro, scambiare due chiacchiere, trovare e dare informazioni, confrontarsi con altre storie, altri percorsi, altre immaginazioni, altri desideri.
E, sì, anche (ma non solo) rimorchiare o farsi rimorchiare, naturalmente.
Cosa spinga a riconoscersi nell’Immaginario BDSM è questione completamente diversa, ed a cui temo non si troverà forse mai una risposta. Stiamo parlando delle motivazioni del comportamento umano, una questione talmente misteriosa e controversa che trovarne il bandolo nell’ambito del BDSM mi pare impresa del tutto impossibile.
Non credo, comunque, che esista una risposta univoca: per mia esperienza non esistono due praticanti che si siano avvicinati al bdsm per le stesse identiche ragioni.
Quel che mi pare certo è che il bdsm è qualcosa che si sceglie, non qualcosa che si subisce.
E questo è quello che distingue il sadomasochismo come comportamento sociale dal sadomasochismo come patologia individuale: due cose radicalmente diverse che hanno la sfortuna (per noi praticanti) di essere accomunate, per ragioni storiche del tutto contingenti, dalla stessa terminologia.
Il sadomasochista patologico è un individuo che ha la necessità di infliggere o subire dolore per provare soddisfacimento sessuale. Se il bdsm fosse riconducibile a questo, come dicevo non sarebbe più interessante della sifilide.
Quello che fa del bdsm un fenomeno culturale affascinante è invece proprio il fatto che il 99 % dei praticanti non è affetto da alcuna patologia: come me, fa quello che fa perché gli piace o perché lo preferisce, non certo perché ne ha bisogno.
Per quanto riguarda specificamente me, l’unica risposta che posso darle, al momento, è quella contenuta nella risposta alla seconda domanda: il BDSM è un Gioco che vale la pena di giocare.

Non so rispondere al corollario. Dato che nel bdsm non si “entra”, non ci si “rimane” neppure. A volte si smette di giocare, questo sì. Le cose cambiano, le nostre motivazioni cambiano, noi cambiamo. Succede.


Alla base di una relazione di Dominanza e sottomissione sta la Fiducia. Come si conquista la fiducia totale del proprio sottomesso?

Oddio, messa così sembra che il dominante sia una specie di venditore di auto usate che debba abbindolare il cliente per indurlo ad acquistare il prodotto.
In realtà, alla base di una relazione bdsm c’è un incontro reciproco di desideri, di fantasie, di volontà. In genere il sottomesso sa perfettamente cosa vuole, e lo vuole fortissimamente. Non di rado il problema del dominante non è quello di “indurlo a…” quanto piuttosto quello di “trattenerlo da…”.
Ecco – ogni relazione bdsm è un unicum, quindi questa non è una generalizzazione – credo che spesso quello che il sottomesso abbia bisogno di sentire sia di essere “tenuto” saldamente, proprio per potersi lasciar andare. Un po’ come quando, arrampicandoti in montagna, ti lanci in un passaggio pericoloso perché sai che il tuo compagno tiene saldamente la corda di sicurezza, e segue attentamente quello che fai. D’altra parte, anche chi tiene la corda di sicurezza deve confidare che il proprio compagno non sia troppo spericolato o individualista: si rischia comunque in due.
Più che di fiducia a senso unico, quindi, parlerei piuttosto di confidenza reciproca. Una relazione bdsm non è MAI a senso unico. Il tuo sottomesso non è un sacco morto che devi trascinare in vetta di peso. Il bdsm è un gioco di squadra: entrambi i partner hanno il dovere dell’attenzione e dell’ascolto reciproco, ed entrambi devono essere disposti a “scoprirsi”. Ci vuole confidenza in se stessi e confidenza nell’altro per saperlo e poterlo fare.
Per usare un’altra metafora, un’interazione Master/slave è come un Tango. L’uomo – il dominante – conduce, ma ci vuole un affiatamento profondo perché la performance riesca. Se i ballerini sono alle prime armi, o si conoscono poco, si atterranno alle figure classiche, alla “salida basica”. Ma quando la confidenza aumenta, il tango diventa quel misto di disciplina ed improvvisazione che ne fa il vertice della danza popolare – e del bdsm il vertice della sensualità.
Soprattutto, la confidenza, al contrario della fiducia, non è qualcosa che si dà ora e per sempre – o almeno sino a prova contraria. La confidenza è qualcosa che si rigenera continuamente nell’interazione, che ha bisogno di essere “vissuta” perché sia parte integrante della relazione bdsm. Trovo che sia qualcosa di più e di diverso dalla fiducia a senso unico. E’ una delle cose migliori del bdsm.

La confidenza reciproca si conquista, come in tutte le relazioni, in corso d’opera: conoscendosi, sperimentando, provando e riprovando. Da molti punti di vista, le relazioni bdsm non sono poi così diverse da quelle “tradizionali”.


Quali sono le motivazioni che spingono una persona a cedere il controllo totale del proprio corpo e della propria mente ad un’altra?

Il “controllo totale” del corpo e della mente è una sorta di leggenda metropolitana che ha assai poco a che vedere con la pratica reale del bdsm. Coppie che vivano un simile regime sono una cosa di cui spesso si parla - in teoria – ma che nessuno ha mai incontrato nella realtà e di cui non conosco testimonianze credibili. Fra l’altro, ritengo che sarebbe pratica fondamentalmente contraria alle poche riconosciute regole del bdsm (sempre l’SSC).
Alla fine i sadomasochisti sono persone come le altre, col mutuo che scade, le bollette da pagare, i figli da accompagnare a scuola, il bucato da stendere e i problemi col capufficio. E’ già un miracolo riuscire a ritagliarsi una fetta di tempo per costruire la “bolla” entro cui lasciarsi andare alle proprie fantasie.
Il controllo totale è qualcosa che pertiene assai più alla letteratura di genere che alla realtà.
Fra l’altro, uno dei pochi punti sacri del bdsm è proprio l’esistenza dei “Limiti”. I Limiti sono i paletti posti dal sottomesso – ma anche dal dominante – che indicano i confini all’interno dei quali può svolgersi l’azione bdsm. “ Fin qui e non oltre”. Violare i limiti del partner significa violare la consensualità, l’unico vero peccato capitale del bdsm. Avere fama di essere uno che non rispetta i limiti del partner significa essere immediatamente marginalizzati in qualunque comunità anche solo vagamente organizzata.
I limiti variano enormemente da persona a persona in quantità e qualità, spesso sono in completa contraddizione tra un praticante e l’altro – ma non conosco nessuno, né ho mai sentito parlare di qualcuno, che non ne abbia.
Accade, casomai, una cosa diversa. Che quando la coppia è realmente affiatata, quando è in confidenza (vedi domanda precedente), non c’è più bisogno di esplicitare i limiti, non c’è più bisogno di “contrattare”.
Chi conduce la danza “sa” quali sono i passi proibiti, le figure difficili da eseguire per la sua compagna e, se non vuole rovinare il ballo, si guarderà bene dall’imporli. Tuttavia, quando l’intesa è profonda, quando il mood è quello giusto, quando l’eccitazione della danza ha pervaso profondamente lo spirito di entrambi, allora il master può provare a condurre la sua slave a ballare sul limite, a tentare quel “passo” in più. Bisogna saperlo fare, bisogna saper scegliere il momento giusto, bisogna anche avere un po’ di fortuna. Ma quando riesce è un trionfo enormemente gratificante. Per entrambi.

Dopodiché, capire cosa spinga alla sottomissione è questione che dovrebbe essere sottoposta ai sottomessi, veramente.-) Anche se non è detto che si riesca ad avere una risposta esauriente. Un sottomesso sa probabilmente molto bene cosa vuole e cosa sente, ma non è detto che sappia dire perché la vuole. Torniamo al problema delle motivazioni delle preferenze sessuali.

Naturalmente ci ho riflettuto su e qualche idea me la sono fatta. Fa parte della responsabilità del dominante cercare di capire quantomeno se la persona che ha davanti sta scegliendo di sottomettersi perché ne è realmente gratificata o perché sta cercando di “curare” qualche malessere interiore.
E mi riferisco, naturalmente, solo alle relazioni Master/slave, che sono quelle di cui ho qualche esperienza.
Ho idea che le relazioni Mistress/slave abbiano motivazioni almeno parzialmente diverse.

L’abbandonarsi alla “disciplina erotica” può esprimere il piacere di sentirsi fortissimamente desiderate, o quello del ritorno ad una femminilità primitiva, ad una carnalità assoluta lontana dalla sfera intellettuale.
Un vecchio detto molto banale dice che gli uomini godono di quello che prendono, le donne godono di quello che danno. La disciplina erotica e l’abbandono totale che implica può essere un modo per amplificare questo godimento.
Penso anche all'enorme piacere della deresponsabilizzazione. Avere qualcuno che ti dice cosa fare con la certezza di essere sempre nel giusto facendolo, senza angosce, senza l’ansia di dover decidere, può essere gratificante. Essere “costrette” a servire sessualmente può essere un modo per liberare la propria libido.
Per ultimo non sottovaluterei il potere delle pratiche erotiche estreme: alla fine quello che la schiava vuole (almeno, quelle che ho conosciuto io) è raggiungere un orgasmo fenomenale. :-)
Ma non esiste solo l’orgasmo fisico. Il pieno soddisfacimento è accompagnato, spesso preceduto e seguito, da un “orgasmo emotivo” che può essere anche più soddisfacente quando è scatenato dal desiderio del partner e dalla consapevolezza di averlo soddisfatto.


Cosa si prova ad avere questo tipo di controllo su un’altra persona?

Non è controllo, è comunione. Una cosa molto difficile da spiegare, in effetti.
Il termine anglosassone per definire il rapporto D/s è Power Exchange, che viene generalmente tradotto in italiano con “Scambio di potere”, riferendosi, normalmente, alla cessione del potere da parte del sottomesso ed all’assunzione di questo potere da parte del dominante. Ma io la trovo una povera interpretazione.
Power significa anche forza, energia nel senso, proprio, di forza motrice. Power è quel che fa accendere le lampadine e girare i motori elettrici. Scambio di potere – di potenza - significa anche scambio di energia, emotiva, sensuale e psichica, e Don Miesen lo spiega bene cercando di descrivere un rapporto D/s, come scambio reciproco di potere/potenza/energia, in una sua notissima introduzione al bdsm: “Quando il mio ruolo esteriore coincide con la mia intima fantasia, io esprimo maggiore energia; quando il ruolo e l’energia del mio partner conferma la mia, le nostre energie interagiscono e si moltiplicano incredibilmente, e noi creiamo la nostra personale realtà condivisa. SM è spesso chiamato power exchange. L’energia è immensa. Bisogna provarlo per crederci, o per capirlo.”

L’unica buona idea che abbia avuto il sociologo Alberoni è stato di paragonare l’innamoramento (l’innamoramento, non l’amore) ad un “movimento allo stato nascente”.  Un movimento è una situazione in cui il Tutto, effettivamente, è maggiore della somma delle sue parti.
Forse il termine più indicato per descrivere quel che si prova è Entusiasmo, nel senso etimologico di “indìamento”, “avere dio dentro” en theòs: una forma di esaltazione, se vuole, un senso di appartenenza a qualcosa più grande di noi.
Per adesso dovrà accontentarsi. Forse, nei prossimi trent’anni, riuscirò a escogitare una spiegazione più intelligibile.


Perché una relazione di questo tipo funzioni, necessita di un coinvolgimento emotivo?

Il sadomasochismo è una variante del comportamento sessuale, quindi esiste il BDSM occasionale così come esiste il sesso occasionale, niente di più niente di meno. Il bdsm occasionale può essere gratificante, anche se meno coinvolgente di una relazione profonda.
Per raggiungere quel livello di confidenza di cui parlavo prima, però, un profondo coinvolgimento emotivo mi pare indispensabile, ma questa è la mia esperienza.
Nell’ambiente sono in molti a sostenere che il sentimento “rovina” il buon bdsm. Il rischio più temuto è l’innamoramento. Ammetto che è difficile mantenere la “distanza” tra padrone e schiava quando c’è di mezzo l’amore. L’amore è un sentimento democratico, e quando la tua schiava comincia a chiamarti “topolino” ( e a te, magari, fa pure piacere), mantenere l’autorità del Padrone può diventare oggettivamente difficile.-)
D’altra parte, bisogna tener conto di una cosa. Il bdsm è una pratica che tocca corde profondissime nell’animo umano, che può scendere a profondità inattingibili da altri tipi di relazione sessuale o emotiva. Nel bdsm si finisce inevitabilmente per “mettersi a nudo”, non solo fisicamente: il tuo padrone o la tua schiava finiscono per vedere, capire, conoscere di te cose di cui tu stesso non sospettavi l’esistenza, e che mai ti sogneresti di rivelare a nessun altro. E che, probabilmente, un tuo amante “vanilla” non scoprirebbe mai.
Un coinvolgimento così profondo crea, inevitabilmente, un legame altrettanto profondo.
L’innamoramento, quindi, è un esito tutt’altro che inusuale del bdsm che “funziona”.

Questa è una delle tante contraddizioni del bdsm ( che non è mica tutto rose e fiori, eh :-DD): ti innamori della tua schiava, e ti sembra incongruo continuare a “schiavizzarla”. L’immaginario dell’amore romantico si sovrappone a quello della disciplina erotica, e crea una dissonanza. Pure, quel “quid” che prima avevate, manca ad entrambi.
E’ qui che viene in soccorso la dimensione di “Gioco” del bdsm.
Come dicevo, il bdsm è un Luogo dell’Immaginario, e come tale, al di fuori dello Spazio e del Tempo ordinari. E’ l’Isola Che Non C’è, dove si può volare lasciandosi alle spalle la prosaicità del quotidiano. E’ la Bolla che creiamo per noi io e te. I piccoli rituali aiutano. Può essere un gesto, una parola, il tono di voce. Tu che dici “Portami il collare”, o lei che si inginocchia ai tuoi piedi.
Creare questi “mondi paralleli” a me pare l’unica soluzione possibile per continuare ad avere una relazione bdsm soddisfacente all’interno di una relazione di coppia.

Come al solito, questo non è un punto di vista universalmente condiviso. Conosco almeno cento frequentatori di forum che negherebbero con indignazione la validità di una soluzione del genere.
L’alternativa è variamente denominata “lifestyle” o 24/7, e consiste, più o meno, nella trasposizione dei “ruoli” bdsm nella vita quotidiana.
Personalmente, nutro fortissimi dubbi sulla sua reale fattibilità, ma cionondimeno ne esistono moltissimi sostenitori.
Una delle cose migliori del bdsm, comunque, è proprio l’inesistenza di uno standard. Diciamo che non esiste “il” bdsm, ma esistono “i” bdsm. Probabilmente, tanti quanti sono i praticanti. Ciascuno è libero di costruirsi il suo percorso come meglio preferisce. L’unica cosa che conta veramente per essere “nel” BDSM è trovare qualcuno che ci si voglia infilare con te. Il resto è largamente coreografia.


Quanto è fondamentale il sesso in una relazione D/s?

Quella sul ruolo del sesso è forse la questione più vessata dell’intero BDSM.
Esistono almeno due schieramenti, l’un contro l’altro armati, che si affrontano ferocemente in quello che a me pare inesorabilmente un dialogo tra sordi. Ammetto francamente di non essere mai riuscito a capire le argomentazioni di coloro che sostengono che sesso e bdsm sono due cose nettamente separate. Temo che per ascoltare le loro ragioni dovrete rivolgervi altrove: non avendole capite, non credo sarei in grado di esporle con ragionevole obiettività.

Per quanto mi riguarda, il sadomasochismo è una variante del comportamento sessuale, quindi chiedermi quanto è fondamentale il ruolo del sesso nel SM è un po’ come chiedermi quanto è fondamentale il ruolo del sesso nella riproduzione dei mammiferi.
Dopodichè, tutto dipende da cosa si intende, esattamente, per “sesso”. Se per sesso si intende, brutalmente, copula, allora no, il sesso genitale non fa necessariamente parte di una “Sessione di Gioco”. Il fatto è che il bdsm consiste proprio nell’espandere la sfera della sensualità e dell’erotismo molto al di là della sfera della sessualità strettamente genitale. Il bdsm va oltre i “comportamenti da letto”, arrivando ad erotizzare tutti gli aspetti della vita, colorando sensualmente con la sottomissione ogni gesto quotidiano. In fondo la sottomissione non fa che confermare continuamente la disponibilità e l’accettazione, l’offerta di sé e della propria intimità.
Questa disponibilità totale crea un legame profondissimo, di cui il sesso genitale può essere, effettivamente, parte secondaria. L’orgasmo emotivo prodotto da questo coinvolgimento può essere anche più gratificante di quello fisico.


Dolore e umiliazione sono elementi della disciplina del BDSM. Quale importanza possiedono e per quale motivo? Può esserci la sottomissione, senza il dolore e l’umiliazione?

Per come la vedo io, il dolore è uno strumento del bdsm, e l’umiliazione in realtà non esiste.
Per lo meno, non esiste l’umiliazione “vera”, quella intesa esclusivamente a distruggere l’amor proprio di un’altra persona. Non ricordo più quale gran dama del settecento francese usava dire che non si può umiliare nessuno che non intenda essere umiliato. Parafrasando quell’aforisma, mi viene da domandarmi come si possa realmente umiliare qualcuno che in realtà non vede l’ora di essere “umiliato”. Indossare collare e guinzaglio ed essere portati a spasso come cagnolini, mangiare da una ciotola, accucciarsi ai piedi dei padroni, essere usati come poggiapiedi o tavolini – oltre che come oggetto sessuale - sono tutte cose che i sottomessi non considerano per nulla umilianti, ma che anzi trovano estremamente gratificanti. Questo, ed altro, fa tutto parte del “gioco”. Il sottomesso è lì esattamente per quello. La peggior punizione che si possa infliggere ad un sottomesso non è “usarlo”, è ignorarlo. Ecco, quello è umiliante.
Intendiamoci, i padroni “cattivi” esistono, e sono spesso amatissimi. Tenere a distanza la schiava – o lo schiavo – per punirlo di non essere stato abbastanza pronto all’obbedienza, “imporgli” di fare qualcosa di cui realmente si vergogna, qualche volta persino rimarcare le sue goffaggini, sono tutti esempi di “danza sul limite” che, condotta con intelligenza e misura, rafforza e approfondisce il rapporto, invece di incrinarlo.
Può sembrare improbabile che qualcuno possa trovare eccitante e gratificante essere condotto sull’orlo della perdita di autostima, pure non è più improbabile della passione per il bungee jumping. Si tratta solo di una sfida diversa.
Potremmo chiamarlo il Paradosso dello Schiavo. Il desiderio e lo scopo del sottomesso è compiacere il suo padrone, compresi i suoi capricci. Riuscirci superando prove anche difficili contribuisce ad aumentare la sua autostima, non a diminuirla. Io sono convinto che le vere “personalità forti” del bdsm siano i sottomessi, non i dominanti.
Naturalmente, tutto va commisurato ai limiti individuali, che sono estremamente variabili. Conosco sottomessi che mal tollererebbero anche solo un accenno di “umiliazione”. Ne conosco altri che considererebbero il Sergente Hartmann una simpatica mammoletta.

Il discorso sul “dolore” potrebbe essere infinito e dovrebbe toccare talmente tanti aspetti che questa intervista rischierebbe di diventare un trattato. Qui posso toccarne un solo aspetto.
La libertà di imporre il dolore, come il piacere, al sottomesso non è che il simbolo e la dimostrazione dell’autorità del padrone. Il possesso dello schiavo implica l’uso del suo corpo come fosse uno strumento. Così come un pianista deve poter utilizzare sia i tasti bianchi che i tasti neri del pianoforte per comporre una melodia, così il padrone deve poter toccare sia le corde del piacere che quelle del dolore. Se le corde del dolore non fossero disponibili, la melodia della sottomissione risulterebbe incompleta, quindi falsa. Quelle corde devono essere disponibili perché la sottomissione sia reale. Dopodiché, quali corde usare e con quale intensità, quale melodia suonare sul corpo del sottomesso, dipende dall’estro del compositore e dalla sonorità dello strumento :-)

Poiché i limiti sia del dominante che del sottomesso sono estremamente variabili da praticante a praticante, anche i rapporti D/s variano infinitamente, dal “quasi vanilla” al “quasi spietato”.
Tuttavia non credo che si possa dare un rapporto D/s escludendo completamente dolore ed “umiliazione”.
Paradossalmente, escludendo l’erotizzazione consensuale del dolore e dell’umiliazione, un rapporto Master/slave si tradurrebbe in una sorta di riedizione del menage maschilista di epoca prefemminista, col maschio padrone che decide, e la femmina schiava che obbedisce, fine. Ma che strazio.
Fortunatamente, nelle coppie D/s che conosco, le cose vanno esattamente al contrario. Quando si gioca, si gioca anche duro. Ma quando si tratta di decidere di cose importanti, si decide insieme.


Quale scopo e significato riveste il Bondage?

Non sono un bondager, quindi onestamente non posso dire molto sull’argomento.
Del termine “bondage” si danno comunque in genere due principali interpretazioni.
Nella prima, più generica, per bondage si intende, semplicemente, “costrizione”, ed in questo senso è uno dei tanti strumenti del bdsm. Collari, polsiere, cavigliere, catene, cappucci, morsi, sono tutti metodi per restringere la libertà di movimento del sottomesso e sottolineare la sua condizione di “schiavo”.
La costrizione può essere usata a scopo “disciplinare”, per esempio per sottoporre lo schiavo ad una fustigazione, o a scopo sessuale, per immobilizzarlo in una posizione assolutamente imbarazzante e sottoporlo a qualche deliziosa tortura erotica. In questo tipo di bondage praticamente qualunque materiale, anche riciclato, può essere utilizzato per immobilizzare: catene, lucchetti, corde, ma anche cravatte, calze di nylon, cinte etc.

Il Rope Bondage o Shibari invece, che al suo vertice è una vera e propria forma d’arte – ormai ampiamente riconosciuta come tale anche dalla cultura “ufficiale” - utilizza soltanto corde, in genere di fibra naturale, avvolte e legate intorno al corpo del modello, per creare delle vere e proprie “composizioni”. Onestamente, non saprei dirlo meglio.
In questo senso è un’attività autonoma, indipendente dal SM o dal D/s
Naturalmente ci sono riggers che sono anche dominanti e master, e che utilizzano il rope bondage anche come strumento di dominazione o “tortura”, ma molti non ne sono minimamente interessati, né amano definirsi “Dominanti”, per lo meno in senso D/s
Qui mi fermo, perché lo Shibari è cosa bella e seria che non merita una trattazione inadeguata.
Su Legami sono comunque iscritti tutti i più capaci ed esperti bondager italiani, quindi non avrà difficoltà ad ottenere informazioni ben più esaurienti ed interessanti.


C’è un percorso particolare che si segue per diventare un Master?

Oh, sì, il percorso è sicuramente particolare: ogni Master ha il suo.
In realtà, comunque, un dominante diventa Master solo nel momento in cui una schiava lo riconosce come tale. Non esiste alcun cursus honorum da seguire.
Esistono, sparse per il mondo, specie in ambiente anglosassone, per quanto ne so, piccole comunità molto ritualizzanti, all’interno delle quali, per fregiarsi del termine “master” occorre, oltre a possedere una schiava, anche guadagnarsi il riconoscimento dei propri “pari”. Si tratta comunque di comunità marginali rispetto al mainstream del bdsm, specie italiano, che è generalmente piuttosto informale.

Master, alla fine, significa semplicemente padrone. Essendo il bdsm basato sulla consensualità, è evidente che puoi diventare “padrone” soltanto se qualcuno ti riconosce come tale.
Sono gli schiavi che fanno i padroni, non viceversa. Un dominante spesso è semplicemente qualcuno capace di far coincidere l’immagine che trasmette di sé con l’immagine del “padrone” costruita dalla fantasia erotica dello schiavo. Se in questo può sembrare ci sia inganno, non bisogna dimenticare che il bdsm consiste proprio nella drammatizzazione delle fantasie erotiche e che, in larga misura, è Teatro. Essere capaci di interpretare il ruolo è fondamentale. E naturalmente, avere il physique du role anche nel bdsm aiuta. :-)

Alla fine, Top e bottom, dominante e sottomesso, master e slave non sono categorie esistenziali, ma definizioni operative, che possono assumere significati diversi in diversi contesti.
Sconsiglierei di prenderli eccessivamente sul serio.


Esistono dei codici di comportamento e di abbigliamento?

Esistono, ma non sono universalmente condivisi. Come per qualunque altro aspetto del bdsm, tutto dipende dall’inclinazione e dalle preferenze personali. Tutto sommato, l’unica cosa che serve veramente è qualcuno che condivida le regole con te.
Le uniche regole realmente condivise da tutti, pena l’ostracismo, perché sono quelle fondanti del bdsm, sono racchiuse nell’acronimo SSC, e cioè sano sicuro e consensuale, che in realtà sono regole in negativo, perché definiscono quello che il bdsm non è, piuttosto che quello che è. Nessuna attività non consensuale è bdsm. Nessuna attività che procuri intenzionalmente lesioni psicofisiche gravi e/o permanenti è bdsm. Nessuna attività condotta con individui anche temporaneamente incapaci di intendere e di volere, o di distinguere la fantasia dalla realtà, è bdsm. Tutto il resto è optional.

Dopodichè, l’universo mondo del bdsm è diviso in due fondamentali schieramenti, che Jay Wisemann ha definito “Ritualists” e “Casuals”. I Ritualisti considerano il bdsm una Disciplina altamente strutturata, con un protocollo da rispettare e regole di comportamento ed abbigliamento abbastanza rigide. I Casuals, che costituiscono la maggioranza dei praticanti, specie in Italia, tendono ad avere una visione assai più informale e rilassata del bdsm, il che non significa che, singolarmente, non amino alcuni rituali o non abbiano particolari fetish per l’abbigliamento o altro.
I due schieramenti si guardano piuttosto in cagnesco, con i Ritualists che accusano i Casuals di non prendere il bdsm abbastanza sul serio e di essere interessati solo al sesso strano, ed i Casuals che considerano i Ritualists degli ossessivi che prendono il bdsm, e soprattutto se stessi, troppo sul serio.

Per quanto io faccia sicuramente parte dei casuals (detesto rituali, protocolli e dresscode, e non ho alcun fetish) penso che non sia veramente importante da che parte stare. L’importante è non scambiare il mezzo con il fine, e quindi scegliere – o meglio ancora, inventarsi - il bdsm che fa stare meglio e nel quale ci si trovi naturalmente a proprio agio.


Cosa consiglierebbe a chi desiderasse avvicinarsi al mondo del BDSM?

Su Legami è stato pubblicato un bellissimo articolo di Jay Wisemann che tratta proprio di questo argomento assai meglio di come potrei fare io. Potete trovarlo a questo LINK  È stato scritto per le “schiave” novizie, ma contiene consigli validi per chiunque.

Se poi vuole proprio che mi sbilanci, direi, prima di tutto, non prendere sul serio nessuno, a cominciare da me. Quella che ho espresso in questa intervista è la mia visione personale del bdsm, che non è, né intende essere, universale. Da questo punto di vista, se l’argomento davvero interessa, potrebbe essere una buona idea intervistare qualche master ritualista, che esprimerà probabilmente una visione del bdsm profondamente diversa dalla mia. Su Legami non mancano. Come dicevo prima, l’importante non è quale strada scegliere, ma sceglierla con lucidità e consapevolezza.

Quindi:
Leggere, leggere, leggere.
Informarsi, informarsi, informarsi.
Studiare, studiare, studiare.
Soprattutto non credere assolutamente a nessuno che intenda spacciare alcunchè come “Vero bdsm”. Il vero bdsm non esiste. O meglio, forse esiste, ma è il nostro, quello che ci costruiamo da soli.

lunedì 18 giugno 2012

Da 50 sfumature di grigio al BDSM: appunti di una lettrice curiosa

di Astasia

Dopo la lettura della storia di Christian e Anastasia non posso nascondere che la curiosità  ha preso il sopravvento sull'indignazione e la diffidenza iniziali. In punta di piedi e con timidi passi, ho cominciato a muovermi sul web dicendomi che volevo cercare di scoprire qualcosa di più sul BDSM.

Con questo post vorrei quindi  condividere con voi, care lettrici, le mie conoscenze acquisite,corredate ovviamente da inevitabili dubbi e paure. Ho scoperto ad esempio che noi scandalizzate da frustini, cere bollenti e corde, veniamo additate dai praticanti del bdsm con il termine " vanilla" e facciamo parte di coloro che si "limitano" a pratiche sessuali tradizionali, con chiaro riferimento al gusto vaniglia noto per la sua delicata dolcezza.  A me però la vaniglia piace moltissimo proprio per  quel  suo aroma che sarà anche poco incisivo, ma il cui profumo mi fa stare proprio bene. Mi sono ripetuta spesso che è impossibile ingabbiare l'erotismo in comportamenti oggettivi, e sono convinta che  il BDSM ovviamente non sia  da meno, anzi, ritengo personalmente difficile anche solo tratteggiarne un contorno definito, per questo mi piace immaginare non cinquanta, ma milioni di sfumature che  gli possano appartenere. Ho scoperto che c'e' chi lo considera un gioco, chi uno stile di vita ,  chi una spezia piccante per condire il sesso. Ma poi alla fine perchè strozzare il BDSM in una definizione che mai lo rappresenterà nella sua vera natura?

BDSM è l'acronimo di Bondage & Discipline, Dominazione & Sottomissione, Sadismo & Masochismo, concetti chiave ma non esausitivi che si riferiscono alla costrizione del corpo, alla pratica dell'obbedienza, alla cessione del potere e alla ricerca del  piacere attraverso il dolore inferto o subito.
Da questo punto in avanti le declinazioni sono infinite e balza agli occhi come controllo, fiducia e abbandono siano pedine importanti in questa  scacchiera dell'erotismo. Per quanto sia impossibile categorizzarlo e imbrigliarlo, anche il BDSM però pare accogliere delle guidelines, ovvero dei princìpi guida che tentano quanto meno di conferire la sicurezza e la salvaguardia psico-fisica di coloro che lo praticano. La guideline più famosa e comoda da citare è sicuramente la SSC:  Safe, sane, consensual. Sano, sicuro e consensuale.
E qui si possono snocciolare tutti i concetti rassicuranti circa il rifiuto di ledere in maniera permamente l'equilibrio psico-fisico degli interessati (non si lasciano cicatrici o danni permanente durante "le pratiche"), l'intento di non travalicare i limiti stabiliti dai partecipanti- da qui il consensuale, di non degenerare nella violenza fine a se stessa, la consapevolezza dei rischi e delle pratiche da attuare in caso di difficoltà.
La safeword, la parola di sicurezza che interrompe tutti i giochi,  esiste davvero e spesso due parole  sono meglio, scelte insieme ad un gesto convenzionato in caso non sia possibile aprire la bocca. Il buonsenso e la prudenza sono ottime compagnie, così come è bene tenersi lontano dall'uso di alcol o droghe durante i giochi o le sessioni ( alcuni usano anche questa definizione).
 Eppure mi chiedo se alcune volte tutto ciò possa bastare. Perchè può capitare che, per quanto ci si muova all'interno della confortante SSC,  si possa comunque rimanere ben lontani da quello  che il BDSM è veramente.Può capitare che manchi quel brivido di eccitazione, quell'emozione che nasce dalla commistione di paura e desiderio, di dolore e piacere, e allora  nemmeno tutta la sicurezza di questo mondo può scatenare quel ventaglio di forti suggestioni di cui il BDSM può fare vanto.Molte di voi si staranno chiedendo: ma  dove sta il divertimento di farsi frustare, sculacciare o addirittura legare fino all'immobilizzazione completa? Me lo sono chiesta anche io e ho trovato per adesso solo questa risposta: nel rapporto d/s ho trovato  una forma di amore completa, dove la sottomessa si esprime attraverso il desiderio di compiacere il suo Master e dove il Master si prende cura della sua schiava a 360 gradi. Siete ancora perplesse, vero?  Forse la chiave di volta è custodita nella dominazione che parte prima dal cervello e poi si eplica sul corpo. Se non si accende quel feeling psichico fra dominante e sottomesso, niente di tutto quello che segue potrà avvicinarsi anche solo lontanamente al BDSM. Il dialogo è fondamentale e forse  la dominazione è prima di tutto cerebrale, poi fisica, come naturale e necessario complemento.

E il sesso? pare non sia obbligatorio. Ci sono  dominatrici che addirittura lo relegano  ad una sfera personalissima,distinta e intoccabile dal BDSM. Altri invece ritengono il BDSM una componente  essenziale del sesso, fondamentale: insomma non esiste sesso senza BDSM. Ma non mi stanco di ripetermi che nulla del BDSM è scritto sulla pietra, per cui mi chedo se forse non sia  meglio rimandare ai propri vissuti e alle proprie sensibilità.
Bazzicando il web per carpire informazioni interessanti ho inoltre scoperto che per dare libero sfogo alla fantasia, incontrare gente  con le stesse inclinazioni e cambiare anche aria,   molti adepti si ritrovano in club privati attrezzati per tutti i gusti e le necessità.
Molti, moltissimi club impongono un dresscode piuttosto rigido. Dimenticatevi quindi jeans e scarpe da ginnastica, se non siete vestiti nel modo giusto partite già col piede sbagliato e date chiara prova di non aver colto nemmeno lontanamente l'anima del BDSM. Largo quindi a uniformi scolastiche, latex, pelle, abiti da lavoro che creino un ruolo, oppure particolarmente provocanti o discinti. Qualche club può tollerare il look total black.
I club privèè che specificatamente sono dedicati al BDSM mettono a disposizione attrezzature e ambienti per gli amanti del genere: dai frustini alle corde, nonchè camere a tema per dare libero sfogo alla fantasia di ciascuno. Vi siete scandalizzate? Eppure lungi da me esaurire un argomento che forse non ha confini, complesso e variegato come le pulsioni umane che lo colorano e lo nutrono. Giunta a questo punto mi chiedo se non sia il caso di rivolgersi ad un esperto, qualcuno che il BDSM non si limita a leggerlo fra le pagine di un libro,  ma che lo vive veramente, un Master reale. E mentre noi continuiamo la nostra ricerca, vi siete chieste se vi piace la vaniglia oppure vi sentite  pronte per corsetto e tacchi a spillo? Avete partecipato al nostro sondaggio?
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