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sabato 9 marzo 2013

Nel Micromondo di Michael Crichton

di Hasmina



 

 
Honolulu, Hawaii.
In un buio stabile di periferia, ufficio di un piccolo avvocato del luogo, regna il silenzio. Tutto sembra in ordine. Se non fosse per tre cadaveri stesi sul pavimento. Sul loro corpo non ci sono segni di lotta, solo dei tagli piccolissimi ma profondi e letali. L'unico indizio trovato sul luogo del delitto è un minuscolo robot, quasi invisibile all'occhio umano, dotato di lame affilatissime. La polizia brancola nel buio. Quello che tutti ignorano è che la Nanigen Micro-Technologies, una società che si occupa di microtecnologie mediche, nella foresta hawaiana nasconde una base segreta, dove mette alla prova apparecchiature finora ignote alla comunità scientifica. Qui è in corso un'operazione rivoluzionaria dai finanziamenti occulti, tesa a studiare le infinite forme di vita di cui brulica il sottobosco per sfruttarne le risorse a scopo medicinale. I dirigenti della Nanigen sono pronti a uccidere chiunque metta i bastoni tra le ruote a questo investimento miliardario. Ma per i loro laboratori hanno bisogno di reclutare nuovi, ignari scienziati: un gruppo di dottorandi dell'università di Harvard capitanati da Peter Jansen, esperto di veleni, e Karen King, aracnologa. I sette giovani, una volta approdati alle Hawaii, si trovano catapultati di persona in un pericolosissimo esperimento scientifico, e costretti a fronteggiare una natura sorprendentemente ostile e sconosciuta.


"La prima volta che lessi il manoscritto inconcluso di Michael Crichton, potevo praticamente sentire la sua eccitazione riempire le pagine. Stava scrivendo al massimo della sua abilità, con un grande senso dell'avventura, nell'esplorare un mondo misterioso e quasi inimmaginabile, il micromondo. Il mondo naturale delle creature piccolissime. Micro mostri, micro bellezza, e suspense al cardiopalma."  -- Richard Preston


Ci ha affascinati col miracolo della genetica di Jurassic Park, guidati alla scoperta delle miniere di Salomone in Congo, portati indietro nel tempo con Timeline, immersi nell'avventura dei caraibi del XVII secolo, ed ora, rimanendo fedele alla sua vena avventuroso/fantascientifica,  Michael Crichton, che personalmente cosidero uno degli autori più eclettici e visionari, quasi premonitori del futuro, come Jules Verne molto tempo primia, ci apre le porte di un mondo invisibile, ignorato e pressoché sconosciuto, ma proprio per questo pericoloso e letale, in Micro.
Lasciato incompiuto alla sua morte, avvenuta nel 2008, Micro è stato completato dallo scrittore Richard Preston. Un'eredità eccitante ma allo stesso tempo immagino onerosa, perché avrebbe dovuto far rivivere una genialità unica nel suo genere, e dare un senso di continuità al lavoro già fatto. Chi è rimasto incantato da Jurassic Park o da Timeline, non può non ritrovare in questo ultimo romanzo la ricchezza creativa di Cricthon, ma allo stesso tempo si sente che manca qualcosa, e si sente la presenza di una mano diversa.


Quante volte ci capita di rivolgere un pensiero a quello che sta sotto i nostri piedi? a quell'universo laborioso e invisibile che pullula di vita, di organismi, animali piccolissimi? In realtà, è come se non esistesse, talmente al di fuori della nostra portata, della nostra attenzione... E in quelle poche occasioni in cui ci ritroviamo ad osservare distrattamente la corazza color petrolio di uno scarabeo, o l'effimera eleganza di una tela di ragno, oppure una fila di comuni formiche, non li vediamo per i predatori letali che realmente sono nel loro mondo, il micromondo, appunto.
Immaginatevi per un attimo di venire miniaturizzati ad un'altezza di pochi millimetri, e di essere abbandonati nella foresta pluviale delle Hawaii, in una dimensione dove le formiche operaie sono grandi e feroci come grossi pitbull, e possono tranciare il corpo di un umano con un solo colpo delle mandibole, dove coleotteri, vespe, ragni, mosche, larve sono in agguato dietro ogni gigantesca foglia, ciascuno di essi dotato di forza e di "armi" biologiche contro cui non avete protezione... dove le distanze sono insormontabili, i rivoli di pioggia enormi fiumi in piena che spazzano ogni cosa... Un mondo sconosciuto e letale come potrebbe essere una foresta del Giurassico, e dove l'unica cosa che può tenervi in vita è la vostra abilità, la vostra resistenza, e le vostre conoscenze.
Ma oltre ad esplorare il micromondo naturale - in tutti i libri di Crichton la natura è bellissima, ma anche e inevitabilmente letale e ingovernabile - Micro ci mostra l'utilizzo di una tecnologia sofisticatissima, che se da un lato permetterebbe di esplorare, studiare e conoscere cose a noi ancora sconosciute, dall'altro rappresenta il peggiore degli incubi, perché dove si ferma la natura, iniziano la tecnologia ed i robot ispirati ad essa, il cui unico scopo è il denaro e il potere. E chi potrebbe mai fermare qualcuno con un esercito di microrobot in grado di uccidere rapidamente, silenziosamente, e in modo totalmente invisibile?


lunedì 21 gennaio 2013

Classica: Grandi Speranze di Charles Dickens, ultima parte


di Faye

Siamo giunti al termine della lettura di Grandi Speranze di Charles Dickens.
La narrazione si fa più serrata, colorandosi di suspense e di una sfumatura noir che la penna di Dickens tiene in magistrale equilibrio con l’elemento sentimentale.

Il libro e il film

La “grande illusione” è giunta alla fine: gli adulti che hanno manipolato giovani innocenti, plasmandoli e facendone strumenti della propria vendetta, hanno raggiunto il  loro scopo. Troppo tardi si renderanno conto di aver creato inutile dolore e nuova sofferenza.
Il film realizzato da Mike Newell su sceneggiatura di Nicholls (Cold Feet, Il Quiz Dell’Amore, Tess of the D’Urbervilles per la BBC, Un Giorno), è opulento e fastoso nella ricostruzione storica; per chiare esigenze di spettacolo, la riduzione del testo originale finisce per comprimere l’aspetto sociale e drammatico della storia, dando invece ampio risalto alla storia d’amore fra Pip ed Estella.
In realtà, quando Dickens parla di sentimenti lo fa attraverso  frasi profonde, ma siamo molto lontani dalla veemenza di Hugo e, naturalmente, dalla sensibilità femminile delle sorelle Brönte. La regia di Newell punta molto sugli sguardi espressivi  di Jeremy Irvine e Holliday Grainger, due interpreti giovani che, proprio in quanto tali, interpretano perfettamente il loro ruolo di vittime innocenti.
La rinuncia alla voce fuori campo è giustificata dalla volontà di dare più evidenza ai protagonisti; tuttavia questo espediente, che era stato usato in tutte le versioni precedenti  (compresa quella, magistrale, di David Lean), avrebbe reso in modo più fedele lo spirito del romanzo che, lo ricordiamo, è raccontato in prima persona da Pip, anni dopo la conclusione della storia.
La rivisitazione degli eventi passati da parte del protagonista ormai adulto, che ha pagato con la sofferenza il proprio processo di maturazione, riscatta l’ingratitudine, la superficialità e l’egoismo di cui Pip ed Estella si erano inevitabilmente macchiati.
La responsabilità di questo, ci ricorda l’autore, è da ricercare nella mancanza di una famiglia e del suo calore, unico baluardo contro una società crudele e priva di scrupoli.

Capitoli 39- 58

Pip compie ventitre anni. La sua è la vita di un gentiluomo, ma un evento inatteso farà crollare tutti i suoi sogni. In una notte di tempesta, un uomo bussa alla sua porta: anziano, rozzo e sudicio, dimostra subito una confidenza che stupisce e spaventa Pip. È Magwitch, il galeotto che Pip ha aiutato da bambino nella palude. Deportato nel Nuovo Mondo, si è arricchito ed è a lui che Pip deve la sua ricchezza. Pur di rivedere il ragazzo, è ritornato a Londra ben sapendo che rischia la condanna a morte; tutto questo però, invece di commuovere Pip, lo terrorizza e lo sconvolge. Sapere di essere debitore di tutto a un uomo macchiato da chissà quale crimine, gli ripugna e gli fa comprendere che tutti i suoi sogni sono svaniti e che non potrà mai avere un futuro con Estella. Costretto ad ospitare Magwitch, con la complicità di Herbert finge che si tratti di suo zio Provis, venuto dalla campagna. Magwitch racconta la sua storia, una vita di stenti e furti culminata con la condanna a 14 anni di lavori forzati, mentre il suo mandante Compeyson era stato condannato a molto meno. Il nome di Compeyson e di un altro suo complice, Arthur, fanno comprendere che si trattava rispettivamente del promesso sposo e del fratello di Miss Havisham, coloro che l’avevano ingannata per derubarla del suo patrimonio. Pip comprende di dover allontanare Magwitch e decide che non accetterà più i suoi soldi. Per prima cosa si reca da Miss Havisham dove sa che troverà Estella.  Sfoga il suo dolore contro l’anziana signorina che aveva alimentato la sua illusione, lasciandogli credere di essere la sua benefattrice e confessa il suo amore ad Estella, pur sapendo che ormai non ha più nulla da offrirle. La ragazza, pur consapevole di ferirlo profondamente, gli comunica che intende sposare Drummle.

Estella, carissima, carissima Estella, non lasciare che Miss Havisham ti conduca a questo passo fatale. Mettimi da parte per sempre - l'hai già fatto, lo so bene - ma concediti a una persona più degna di Drummle. Miss Havisham  ti dà a lui, come oltraggio e disprezzo per gli uomini infinitamente migliori di lui che ti ammirano e per quei pochi che ti amano veramente. Tra quei pochi forse ce n'è uno che ti ama con la stessa mia tenerezza, anche se non da così lungo tempo. Prendi lui, e riuscirò a sopportarlo, per amor tuo!
….
Tu sei parte della mia vita, parte di me stesso. Sei stata in ogni riga che ho letto da quando sono stato qui, un ragazzo ordinario e rozzo il cui povero cuore hai ferito già allora.
Sei stata in ogni cosa che ho visto da quella volta - nel fiume, nelle vele delle navi, nella palude, nelle nuvole, nella luce, nel buio, nel vento, nei boschi, nel mare, nelle strade. Hai dato corpo a ogni soave fantasia che la mia mente ha conosciuto. Le pietre di cui son fatte le case più salde di Londra, non sono più reali né più impossibili da spostare con le mani, di quanto la tua presenza e influenza siano state, e sempre saranno per me, qui e dovunque. Estella, sino all'ultima ora della mia vita, non avrai scelta e rimarrai parte della mia natura, parte di quel po' di bene che è in me, parte del male.


Pip torna a Londra, ma qui trova un messaggio di Wemmick che lo avverte di non tornare a casa. Pip scopre così che si è saputo del ritorno di Magwitch in Inghilterra e che qualcuno, probabilmente Compeyson, lo sta sorvegliando. Magwitch viene trasferito in un alloggio vicino al fiume e, in attesa di poterlo imbarcare per trasferirlo all’estero, Pip e Herbert si allenano a remare per preparare una fuga che non desti sospetti.
Jaggers informa Pip che Estella si è sposata: durante una cena a casa dell’avvocato, Pip realizza improvvisamente che Molly, la taciturna governante, assomiglia in modo straordinario a Estella. Wemmick gli rivela che si tratta di una donna accusata vent’anni prima di un omicidio commesso per gelosia, che Jaggers aveva difeso e salvato dalla forca. Molly aveva avuto una figlia e si diceva che l’avesse uccisa per vendicarsi del compagno.
Il giorno seguente Pip si reca da Miss Havisham, che l’ha convocato. La donna è distrutta e in preda ai rimorsi: si offre di aiutare finanziariamente Pip, il quale accetta solo il denaro necessario a procurare un piccolo capitale ad Herbert e farlo diventare socio in una ditta di esportazioni..

- Cos'ho fatto! Cos'ho fatto! - Si torceva le mani, si arruffava i capelli bianchi, gridando di continuo: Cos'ho fatto!
Non sapevo cosa rispondere o come confortarla. Sapevo bene che aveva fatto una cosa crudele prendendo una creatura sensibile e plasmandola in modo che il selvaggio rancore, l'amore schernito e l'orgoglio offeso si trasformassero in vendetta. Ma sapevo ugualmente che, negandosi la luce del giorno, si era negata molto di più; che nel suo isolamento, si era isolata dagli influssi naturali che l’avrebbero guarita; che la sua mente, rimuginando in solitudine, si era ammalata, come accade e deve accadere e accadrà, a tutte le menti che invertono l'ordine designato dal loro Creatore. E come potevo fare a meno di averne pena, vedendo la sua punizione in quella rovina, nell’impossibilità di vivere nel suo mondo, nella vanità del dolore che era diventato mania dominante, come la vanità della penitenza, la vanità del rimorso, la vanità del demerito e altre mostruose vanità che sono le maledizioni di questo mondo?


Pip ha dalla donna la conferma indiretta che Estella è veramente figlia di Molly, una bambina che lei aveva adottato piccolissima e che le era stata portata da Jaggers. Disperata per il male che ha arrecato sia a Estella che a Pip, Miss Havisham cerca il perdono del ragazzo, ma un incidente terribile la conduce in fin di vita; un tizzone del camino, caduto sui suoi vestiti marcescenti l’avvolge nelle fiamme, nonostante Pip si ustioni le mani nel tentativo di soffocare il fuoco.
Pip torna a casa e qui apprende da Herbert ciò che Magwitch gli ha raccontato della sua vita. È lui il compagno di Molly e il padre di Estella, anche se è convinto che la donna abbia ucciso la figlioletta per vendicarsi.
Dopo qualche settimana, si presenta l’occasione di far espatriare Magwitch ad Amburgo; il piano è quello di raggiungere il battello sul fiume, ma Pip ha il braccio ustionato e devono ricorrere all’aiuto di Startop. La sera prima della fuga, Pip è attirato in un’imboscata da Orlick. L’ex garzone di Joe è pazzo e vendicativo e si appresta ad uccidere Pip dopo aver confessato di essere il responsabile della morte di sua sorella. All’ultimo istante, Pip è salvato da Herbert e Startop che l’hanno rintracciato.
La notte progettata per la fuga di Magwitch, tutto sembra andare secondo i piani, ma proprio quando la barca sta per raggiungere il vapore, una galea della polizia guidata da Compeyson interviene. Nella lotta, Magwitch è ferito gravemente e fatto prigioniero.
Pip comprende che tutto è perduto e questo fa nascere in lui una nuova consapevolezza.


Perché ora tutta la mia ripugnanza per lui si era dissolta, e nella creatura braccata, ferita, ammanettata che teneva la mia mano nella sua, vedevo solo un uomo che aveva voluto farmi del bene, e che aveva avuto per me affetto, gratitudine, generosità con grande costanza attraverso molti anni. In lui vedevo solo un uomo infinitamente migliore di quanto io non fossi stato con Joe.

Magwitch è condannato a morte, ma Pip ora lo assiste con tutta la tenerezza che gli aveva negato in precedenza. Poco prima che l’uomo muoia a causa delle ferite riportarte, Pip gli confessa che la sua bambina non è mai stata uccisa, che è diventata una signora e che lui, Pip, l’ama con tutto il cuore. Magwitch muore serenamente.
Pip rimane solo, poiché Herbert – che ignora di dovere la sua fortuna a Pip – è in partenza per il Cairo, dove vivrà con la moglie e dove si offre di accogliere l’amico in qualunque momento. Una grave malattia colpisce Pip, proprio quando i suoi creditori lo assalgono e cercano di portarlo in prigione. Il ragazzo è in fin di vita ma viene curato e salvato da Joe che accorre al suo fianco e salda i suoi debiti, pre allontanarsi discretamente non appena Pip guarisce.
Pip comprende tutta la grandezza e la bontà di Joe e si pente per averlo trattato così rudemente. Pieno di rimorsi torna alla fucina, pensando di vivere sempre con lui e di sposare Biddy. Invece, giunto alla sua vecchia casa, scopre che Biddy e Joe si sono appena sposati. Felice per loro, chiede perdono ed esprime tutta la sua riconoscenza. Decide quindi di raggiungere Herbert: lavorerà con lui fino a quando riuscirà a ripagare il debito contratto con Joe e a rimettere in sesto le sue finanze

- E Joe e Biddy, poiché oggi siete stati in chiesa, e sentite carità e amore per tutti gli uomini, accettate il mio umile grazie per quanto avete fatto per me, e che io ho così mal ripagato! E quando vi dico che me ne andrò entro un'ora perché sto partendo per l'estero, e che non avrò pace finché non avrò guadagnato e non vi avrò spedito il denaro con cui  mi avete evitato la prigione, non pensate, cari Joe e Biddy, che, se anche potessi ripagarvi mille volte tanto, io creda di poter cancellare anche solo uno spicciolo del mio debito con voi, o che, potendolo fare, lo vorrei!
Si commossero entrambi a quelle parole, e mi pregarono entrambi di non dir altro.

Cap. 59 – L’epilogo

Sono passati undici anni. Pip ha ristabilito la sua fortuna e torna in Inghilterra per una visita. Joe e Biddy lo accolgono con affetto: hanno avuto due figli e hanno dato il nome di Pip al loro primogenito. Biddy, gentile e materna come sempre, sprona Pip a sposarsi, e di fronte alla sua reticenza capisce che lui pensa ancora ad Estella.
Estella aveva avuto una vita infelice: il marito “un miscuglio di superbia, avarizia, violenza e meschinità” l’aveva lasciata vedova in seguito ad una caduta da cavallo e Pip ignorava se lei si fosse risposata. Desideroso di rivedere il luogo che tanta parte aveva avuto nel suo destino, si reca a casa Satis, per scoprire che non rimane più nulla della vecchia dimora, solo un giardino non curato ed il muro di cinta. All’improvviso, dalla nebbia della sera, emerge una figura.

- Estella!
- Sono tanto cambiata. Mi meraviglio che tu mi riconosca.
E davvero la sua bellezza era sfiorita, ma rimanevano, indescrivibili, la sua maestosità e il fascino. Erano attrattive che avevo già visto in passato; ciò che non avevo mai visto, era la luce tristemente addolcita degli occhi, un tempo alteri; ciò che non avevo mai sentito prima, era il tocco amichevole di quella mano un tempo insensibile.
Sedemmo su una panca e dissi: - Dopo tutti questi anni, è strano incontrarci di nuovo dove ci siamo visti la prima volta! Ci torni spesso?
- Da allora non ci sono più tornata.
- Neanch'io.
…
- Tante volte ho sperato e voluto tornare, ma le circostanze me l'hanno impedito. Povero, povero vecchio luogo!
La nebbia argentata fu sfiorata dai primi raggi della luna e gli stessi raggi e sfiorarono anche le sue lacrime. Non sapendo che le vedevo e cercando di fermarle, disse quietamente: - Mentre camminavi qua intorno, ti sei domandato perché tutto sia ridotto così?
- Sì, Estella.
- Il terreno mi appartiene. È l'unica cosa che mi è rimasta. Tutto il resto se n'è andato, poco alla volta, ma questo l'ho tenuto. È stato l'unico oggetto della mia determinazione, in tutti questi anni infelici.
- Ci costruiranno?
- Alla fine sì. Sono venuta a dire addio prima che tutto cambi. E tu -  disse con tenera emozione nei confronti di un povero giramondo -  vivi ancora all'estero?
- Sì.
- E ti è andata bene, vero?
- Lavoro molto per guadagnarmi discretamente da vivere, e quindi - sì, mi è andata bene.
- Ti ho pensato spesso.
- Davvero?
- Negli ultimi tempi, molto spesso. C'è stato un tempo lungo e difficile in cui ho tenuto lontano il ricordo di ciò che avevo buttato via, quando ne ignoravo il valore. Ma da quando il mio dovere non è più stato incompatibile con quel ricordo, gli ho dato un posto nel mio cuore.
- Tu hai sempre avuto un posto nel mio cuore - risposi.
E di nuovo tacemmo, finché lei parlò.
- Non avrei mai pensato di poterti dire addio, proprio mentre dicevo addio a questo luogo. Sono contenta che sia così.
- Contenta di separarci di nuovo, Estella? Per me, separarsi è doloroso. Per me, il ricordo della nostra ultima separazione è sempre stato un lutto doloroso.
- Ma hai detto - rispose con aria grave - Dio ti benedica, Dio ti perdoni! E se hai potuto dirlo allora, non esiterai a dirmelo ora - ora, quando la sofferenza è stata l'insegnamento più forte di tutti, e mi ha fatto capire com'era il tuo cuore. Sono stata piegata, spezzata, ma - spero - in una forma migliore. Sii premuroso e buono con me come allora, e dimmi che siamo amici.
- Siamo amici - dissi, alzandomi e chinandomi su di lei, mentre si alzava dalla panchina.
- E continueremo ad esserlo anche lontani – disse Estella.
Le presi la mano nella mia, e uscimmo dal luogo in rovina; e come la nebbia del mattino si era alzata molto tempo prima, quando avevo lasciato la fucina, così si stava alzando ora la nebbia della sera, e in tutta la vasta distesa di luce quieta che scorsi allora, non vidi l’ombra di un altro distacco.


FINE

Questo finale, che lascia intendere la possibilità di una vita futura per Pip ed Estella, fu scritto da Dickens come una revisione al primo, più amaro. Nella precedente versione, infatti, Estella si è risposata e l’unica consolazione rimane la comprensione che il dolore passato le ha restituito un cuore più dolce. Il libro terminava con queste parole di Pip:
«La sofferenza è stata più forte degli insegnamenti di Miss Havisham e le ha dato un cuore per capire quali sono stati i miei reali sentimenti per lei.»




La lettura di Grandi Speranze termina qui.
Il progetto “Classica” vi dà appuntamento a breve per conoscere e approfondire insieme un altro famoso libro: dalle nebbie della Londra di Dickens a quelle, molto più inquietanti, della Transilvania, per l’ultimo, grande romanzo gotico.
Dracula di Bram Stoker.

lunedì 14 gennaio 2013

Ed erotico fu....

by Astasia



 
Le lettrici fameliche conosceranno quel circolo vizioso che recita: se ti è piaciuto questo titolo allora ti piacerà anche, oppure la variante chi ha acquistato questo titolo  ha comprato anche... .
Se riesci a rimanere abbastanza lucida, sei anche in grado di apportare una selezione quanto meno razionale nei titoli cloni che ti vengono proposti, ma se ti ritrovi nelle mie condizioni all'indomani della fine del terzo libro di Cinquanta Sfumature, sei pressochè una lettrice spacciata.
Che io abbia adorato Fifty non è un mistero per nessuno, ma non è di Mr Grey e soci che voglio parlare oggi, quanto dei miei penosi e irrazionali tentativi di rivivere con altri romanzi le stesse emozioni che ho provato fra le pagine scritte da E.L. James. A gettare benzina sul fuoco hanno concorso non solo una virata stretta del mercato editoriale verso quel tipo di letteratura erotica che richiamasse Fifty anche solo in lontananza, ma anche la mia possibilità di leggere in inglese.
Qualcuno è già in grado di capire come la mia fine fosse pressochè annunciata.

Ovviamente il primo pensiero va a Sylvia Day con il suo A nudo per per te. Recensioni d'oltreoceano entusiaste, tantissime analogie con Fifty e una Day che usciva vincente su molti fronti e quasi all'unanimità.dal confronto con Cinquanta Sfumature. Non potevo lasciarmelo scappare, ma se l'avessi fatto forse sarebbe stato meglio. Indubbiamente la Day maneggia una tecnica espressiva superiore della James, ma quanto a carisma dei personaggi io ho trovato solo il deserto.La protagonista femminile mi è risultata odiosa da subito, mentre lui ai miei occhi manca totalmente di quell'aurea di potere e possessività che mi ha fatto innamorare di Mr. grey.
Non si è creata alcuna aspettativa, ma solo squallidi teatrini di una coppia che non è in grado di dialogare.Una trama e dei personaggi ai miei occhi piuttosto insulsi, che  mi hanno comunicato solo fastidio.
Sento già alcune lettrici caricare i fucili, ma aspettate di arrivare in fondo. L'angioletto consigliere sulla spalla mi ha sussurrato che nutrivo troppe aspettative e che leggevo con il ricordo troppo vivo  di Mr. Grey, insomma, dovevo abbassare il profilo.
Per farlo contento e anche scandalizzarlo, scelsi un libro per adesso pubblicato solo in inglese dal titolo Gabriel's inferno. Ero convinta di essere sulla buona strada: Gabriel è un professore universitario esperto di Dante Alighieri, mentre la protagonista è una studentessa all'ultimo anno. E in pieno stile Fifty, anche Julia Mitchell veste all'inizio i panni della fanciulla un po' imbranata al primo incontro, immagine secondo me  mutuata da Bella di Twilight.
Il risultato però è stato davvero terrificante, Gabriel's inferno si è rivelato infatti un inferno da leggere e nel senso più negativo. Una trama scollacciata, un protagonista maschile che nei sogni proibiti dell'autrice doveva offrire un'austerità intrigante ed ermetica, ma che in fondo rasenta quasi la cattiveria gratuita. Mi rendo conto che non è facile rendere personaggi travagliati e inquietanti e spesso si tende a calcare troppo la mano, con il risultato che il protagonista si rende davvero odioso,come appunto a mio avviso accade in questo romanzo.
Mentre l'angioletto coll'indice mi bacchetta per la mia scelta (mi rendo conto che il suo parere alla luce del titolo è un po' di parte), mi giro verso il diavoletto sull'altra spalla che si sfrega le mani compiaciuto.
Cosa vuoi che sappiano gli angeli di erotismo, lascia fare a me! 90 giorni di tentazione è il titolo giusto, mi sussurra serafico.
Dopo le precedenti scottature ero davvero reticente e non mi sbagliavo nemmeno questa volta. Una scrittura piatta e insipida, una narrazione in terza persona che è un'illusione, perchè il punto di vista è sempre e solo quello della protagonista. Genevieve accetta di sottostare ai desideri del miliardario James Sinclair per novanta giorni, non per un'attrazione fisica che non riesce a dominare, non per la curiosità di esplorare nuovi confini o per scoprire se stessa, no.....Genevieve accetta inizialmente solo per spuntare una commessa prestigiosa, che darebbe smalto e brillantezza alla sua carriera lavorativa. Personalmente non l'ho proprio digerito e non si  può negare che fra le pagine di un libro io sia piuttosto democratica. Poi a rincarare uno squallore imperante ci si mette pure Sinclair con commenti davvero poco lunsinghieri nei confronti dellla donna. Il libro si è risparmiato un incontro ravvicinato con la parete solo per via di un finale che cerca di recuperare un po' di sentimento, quando comunque ai miei occhi il danno era ormai fatto.
Errare è umano ma perseverare è diabolico, e il demonietto sulla mia spalla lo sa bene, per cui mi scodella un altro titolo, sussurandomi diabolico che era una proposta che non potevo rifiutare.
Dopo l'inferno di Gabriel, mi brucio leggendo Giocando col fuoco di Sadie Matthews. Sono così stordita che nemmeno reagisco alla narrazione in prima persona, anche se un guizzo di interesse comincia a muoversi nella trovata di far sbirciare la protagonista attraverso la finestra ( è tanto Hitchcock e la Finestra sul cortile). Ma il divertimento ahimè nasce e muore, perchè Dominic si rivela un protagonista preda di una sindrome incurabile, pericolosa per tutti i Master o finti tali che escono dalle penne delle scrittrici: la cucciolite. Dicasi cucciolite quando il personaggio viene caricato di aspettative dalle tinte un po' tenebrose e molto forti per poi riverlarsi un cucciolo innocuo, capace di scondinzolare felice agli occhi delle protagoniste.
Qualcuno si starà chiedendo se a questo punto finalmente io non abbia deciso di cambiare decisamente lidi e atterrare su nuovi pianeti di lettura, magari su quelli del giallo o della fantascienza. Nulla da fare, sono in crisi di astinenza e continuo imperterrita la via della distruzione. Bazzicando facebook incappo nel romanzo dal titolo Incontri Proibiti. Stessa spiaggia stesso mare, solo con una riduzione dei tempi ( e io dico per fortuna!).
La protagonista accetta la proposta indecente di trascorrere un week end dove avrebbe sottostato ai voleri del suo ex amante ora rinomato professore, bendata e senza contatti con il mondo esterno. Un fine settimana nel quale si concederà a lui senza indugio, dimenticando tutto, anche di essere una moglie e una madre.
C'era parecchia carne al fuoco, e io morivo dalla curiosità di leggere come Alexandra sarebbe venuta a patti con la sua coscienza, i turbamenti, le dicotomie. Con Incontri Proibiti sono perlomeno arrivata alla conclusione di aver toccato il fondo, cioè che peggio di questo ( forse) non sarei riuscita a leggere. Qui non c'e' finale che risollevi apparentemente una storia inclassificabile, non c'e' un'abilità espressiva che addolcisca l'amaro gusto di un rapporto che non esprime nulla, ma che al contrario proprio sul finale svelerà retroscena davvero terrificanti, e non c'e' sospensione dell'incredulità che vi possa salvare. Pensare che questa storia sia stata concepita come una trilogia mi provoca raccapriccio. Stremata da questa lettura potevo solo elaborare un pensiero coerente: ridatemi il mio Fifty! 
Il post originariamente finiva qui, perchè l'ultimo titolo aveva rappresentato davvero una lettura devastante per me. Forse è stato così bruciante che tutto quello che è venuto dopo poteva solo che essere quasi bello, per questo non mi è dispiaciuto il libro di R K. Lilley  In Flight ( inedito in Italia), primo libro di una trilogia (non ho più nemmeno la forza di scrivere a questo proposito) che vede protagonisti Bianca, una hostess di volo e James Cavendish, multimiilionario bello e irraggiungibile. Io ho tanti punti deboli e dopo i professori universitari, i piloti e i Fifty farlocchi, arrivano anche le hostess e il loro rutilante stile di vita sempre in giro per il mondo. A questo libro il merito di aver un po' spogliato le hostess di quella patina dorata. Bianca viene quasi dipinta come una cameriera che serve champagne. Vero, a tremila metri di quota e in business class, però la realtà non cambia:  Bianca serve cibi  e bevande lungo i corridoi degli aerei sempre con il sorriso sulle labbra, anche quando il suo cuore sanguina a causa di un multimilionario bello come un top model, possessivo da rasentare lo stalker e dai gusti sessuali alquanto fuori dagli schemi. All'inizio niente di particolarmente eccitante, poi l'autrice riesce a colpire basso. Bianca per scaricare lo stress dipinge e James riesce a buttare gli occhi sui suoi dipinti. E io che nell'arte trovo un'emozione indescrivibile, ho quasi ceduto, tanto che mi sono comprata anche il secondo libro della trilogia. Inoltre voglio spezzare una lancia non tanto nei confronti dei protagonisti principali, quanto del collega di Bianca, Stephan. Amico e collega che la protegge da anni e con la quale ha condiviso un'adolescenza inenarrabile. Ragazzo dolcissimo e gay che molte di noi credo vorrebbero avere vicino.

giovedì 10 gennaio 2013

Classica: Grandi Speranze di Charles Dickens, terza parte

di Faye

Grandi Speranze, il romanzo di Charles Dickens che stiamo rileggendo insieme a voi, è giunto nella sua parte centrale. L’infanzia di Pip ormai è definitivamente conclusa, e lo ritroveremo a doversi confrontare con Londra e con la difficile impresa di trasformarsi in gentleman.


Guida alla lettura

Il termine originale “expectations”, reso in italiano con "speranze", rende più evidente il filo conduttore del libro, che troveremo nei capitoli in esame: le aspettative dell’ingenuo protagonista si scontreranno infatti con quelle degli adulti che lo stanno, a sua insaputa, manovrando. Pip, convinto di poter diventare artefice del proprio destino, non sarà altro che un'inconsapevole marionetta nelle mani dell’altrui egoismo.
Come sempre, la scrittura di Dickens è eccezionale, sia nel delineare i caratteri dei protagonisti, che nel disegnare spaccati di vita sociale. Superba la descrizione di Londra, della vita vuota di una parte della società e di quella affannosa e disperata della moltitudine priva di mezzi.

Capitoli 20-38

Pip arriva a Londra e Jaggers gli comunica che per qualche giorno, prima della sua sistemazione definitiva in casa di Matthew Pocket, sarà ospitato dal figlio di questi, Herbert, nel suo alloggio di Barnard’s Inn. La sistemazione è squallida, la prima delusione delle “grandi speranze”. Con sorpresa di entrambi, Pip riconosce in Herbert il giovane pallido con il quale aveva fatto a pugni nel giardino di casa Havisham. I due ricordano con divertimento l’episodio del passato e sarà proprio Herbert a svelare a Pip la storia di Miss Havisham. Viziata e orgogliosa figlia di un mercante di birra, si era perdutamente innamorata di un uomo indegno che l’aveva abbandonata il giorno delle nozze, facendole recapitare una lettera. Da quell’istante Miss Havisham aveva fermato tutti gli orologi della casa e si era rifiutata di vedere ancora la luce del sole. In seguito  la donna aveva adottato la superba e bellissima Estella con lo scopo di educarla a spezzare i cuori degli uomini, per vendicarsi attraverso lei dell’onta subita.
Pip viene accompagnato da Herbert in casa Pocket: oltre alla numerosa famiglia, qui incontrerà altri due pensionanti, Drummle e Startop. La sua “educazione” sarà personalmente curata da Matthew Pocket che gli suggerisce di iniziare a muoversi in società per raffinarsi. Pip chiede di mantenere, come alloggio di città, la sistemazione con Herbert con il quale ha stretto amicizia.
Pip si abitua ben presto alla sua nuova situazione; comincia a spendere somme che “solo poco tempo prima avrebbe giudicato favolose”, va a teatro, in barca sul fiume, frequenta Jaggers, Herbert, Drummle e Startop; è convinto di essersi socialmente elevato e, quando riceve da Biddy la notizia di una visita da parte di Joe non ne è affatto contento.

Lasciate che vi confessi apertamente cosa provassi al pensiero della visita di Joe.
Non piacere, nonostante i legami che ci univano, ma un considerevole fastidio, una certa mortificazione, un acuto senso di assurdità. Se avessi potuto pagare per tenerlo lontano, lo avrei fatto. Mi tranquillizzavo solo pensando che sarebbe venuto a Barnard's Inn, non a Hammersmith, e non avrebbe quindi incontrato Bentley Drummle. Non obiettavo al fatto che lo vedessero Herbert o suo padre, che rispettavo, non avevo granché da obiettare, ma mi turbava profondamente che lo vedesse Drummle, che disprezzavo. In questo modo, nella vita, commettiamo solitamente gli atti più vili e meschini, per evitare il giudizio della gente che disprezziamo di più.


La visita di Joe è penosa per entrambi, dal momento che Pip ha perso la propria spontaneità e il buon fabbro si trova in soggezione. Joe  comunica a Pip un messaggio di Miss Havisham: Estella è tornata a casa e vuole rivederlo. Il ragazzo parte immediatamente, animato dal desiderio di incontrare la giovane donna. Nella sua fantasia, si vede destinato da Miss Havisham, che ritiene artefice della propria fortuna, a sposare Estella. Ancora prima d’incontrarla, Pip è consapevole di essere innamorato di lei, nonostante il suo carattere difficile.

La verità nuda e cruda è che quando amai Estella col mio amore di uomo, l'amai semplicemente perché non potevo resisterle. Una volta per tutte: spesso, anche se non sempre, mi resi conto, patendone, che l'amavo contro ogni possibile ragione, promessa, pace, speranza, felicità, contro ogni possibile scoraggiamento. Una volta per tutte: non l'amai di meno, rendendomene conto, né me ne sentii frenato, più di quanto mi sarei lasciato frenare se l'avessi fervidamente creduta la perfezione fatta persona.

L’incontro con Miss Havisham e, soprattutto, Estella, lascia Pip senza parole. Bellissima, ma altera e superba come sempre, sembra prendersi gioco dei sentimenti di Pip.

Le ricordai il luogo dove mi aveva dato da mangiare e da bere, e lei disse: “Non ricordo.”
 - Neppure che mi hai fatto piangere?
- No - disse scuotendo la testa e guardandosi intorno.
Il fatto che non ricordasse e la sua indifferenza mi fecero piangere di nuovo, dentro .-E questo è il pianto più amaro di tutti.
- Devi sapere -  disse Estella con l'aria condiscendente di una donna bella e brillante - che non ho cuore – anche se ciò non ha nulla a che fare con la mia memoria.
Farfugliai qualcosa, tentando di farle capire che osavo dubitarne. Che sapevo quel che dicevo. Che non poteva esservi una tale bellezza senza un cuore.
- Oh! Ma un cuore ce l'ho, da pugnalare o trapassare con una pallottola, questo sì; e se cessasse di battere, io cesserei di esistere. Ma tu sai quello che voglio dire. Non ho  tenerezza, lì... né comprensione... né sentimento.


Pip è totalmente soggiogato dalla giovane donna, e oltretutto Miss Havisham soffia crudelmente sul fuoco di questa passione non corrisposta:

Mi mise un braccio intorno al collo e mi tirò giù la testa, avvicinandola alla sua.
-  Amala! Amala! Amala! Come ti tratta?
Prima di poter rispondere (sempreché riuscissi a rispondere a una domanda così difficile), ripeté: - Amala! Amala! Amala! Amala se è gentile con te. Se ti ferisce, amala. Se ti dilania il cuore - e più il cuore è vecchio, più profondamente si dilania - amala, amala, amala!
Mai avevo visto una bramosia più appassionata….
- Ascoltami, Pip! L'ho voluta adottare perché fosse amata. L'ho voluta allevare e istruire perché fosse amata. L'ho fatta diventare quella che è perché potesse essere amata. Amala!
Disse la parola con tale frequenza da non lasciar dubbi sulle sue intenzioni; ma se la parola tanto ripetuta fosse stata “odio” invece di “amore”, o – disperazione, o vendetta o morte, non sarebbe sembrata più simile a una maledizione.
- Ti dirò - disse ancora sussurrando in fretta e in modo appassionato - cos'è il vero amore. È devozione cieca, umiliarsi senza far domande, essere completamente sottomessi, credere e fidarsi contro se stessi e il mondo intero, abbandonare il proprio cuore e la propria anima all'aguzzino - come ho fatto io!


Pip ritorna a Londra dove cerca in modo confuso e disordinato di perseguire la sua formazione di gentiluomo. Confessa a Herbert la sua passione per Estella che trova nuovo alimento in un biglietto della ragazza. Estella sta per arrivare a Londra e chiede a Pip di accompagnarla nel suo breve viaggio fino a Richmond. I due giovani parlano del passato, di Miss Havisham e di Mr  Jaggers, che Estella conosce molto bene. L’amabilità della fanciulla conquista Pip anche se lui è consapevole della sua scarsa sincerità.
L’amore per Estella, un vago rimpianto per la vita semplice del passato e l’incapacità di trovare un equilibrio, fanno sì che Pip inizi a spendere senza freni, travolgendo anche il più modesto Herbert. I due amici frequentano il circolo “I fringuelli del boschetto”, dove incontrano l’odioso Drummle.

Spendevamo più denaro possibile, ottenendone in cambio il minimo che gli altri si decidevano a darci. Eravamo sempre più o meno infelici e quasi tutti i nostri conoscenti si trovavano in una condizione simile. Fingevamo allegramente di divertirci sempre, sapendo in segreto di non farlo mai.

Una parentesi dolce amara è rappresentata dal ritorno di Pip a casa, in occasione della morte della sorella. Ha modo di parlare e confrontarsi ancora con la dolce Biddy e il buon Joe, ma questo non cambia il suo desiderio di elevarsi al si sopra di loro.
Ritornato in città, Pip diventa maggiorenne ed entra in possesso di una piccola fortuna di cinquecento sterline. Decide però di impiegarne la metà per creare un’opportunità di lavoro per Herbert, sentendosi responsabile dei debiti dell’amico. È una buona azione che compie in segreto, aiutato da Wemmick, il segretario di Jaggers.
Nel frattempo Pip, sempre più innamorato di Estella è trattato da lei con “onesta” crudeltà. La ragazza chiede di essere riaccompagnata a Casa Satis e qui, di fronte a una Miss Havisham più terrificante che mai, Pip finalmente comprende l’enormità  del danno creato dalla donna.

Vidi allora e compresi, con infelicità e un senso amaro di dipendenza e persino di degradazione, che Estella doveva compiere la vendetta di Miss Havisham sugli uomini, e che non mi sarebbe stata data finché non l'avesse compiuta. Vidi la ragione per la quale  mi era stata destinata. Miss Havisham l’aveva mandata in giro a sedurre e tormentare e far del male, con  la maligna certezza che fosse inaccessibile a tutti i suoi ammiratori, e che tutti coloro che puntavano su quel premio fossero destinati a perdere.

Estella è davvero una creatura fredda e insensibile, come l’ha creata la sua madre adottiva. Con rabbia e dolore, Pip scopre che è corteggiata proprio dall’odioso Drummle, e poco lo conforta sapere che la ragazza ha una diversa opinione di lui.

- Ti ho vista mentre gli rivolgevi sguardi e sorrisi che non rivolgi mai a... me.
- Allora vuoi - disse girandosi di scatto, con uno sguardo intento e serio, se non adirato - che io ti inganni e ti prenda in trappola?
- Lui lo inganni e lo prendi in trappola?
- Sì, e anche molti altri - tutti tranne te.



Nella quarta e ultima parte di “Classica” scopriremo come la trama concepita dai Dickens realizzi un vasto e magnifico disegno, e parleremo dell'ultima versione cinematografica del film realizzata da Mike Newell.




giovedì 27 dicembre 2012

Classica: Grandi Speranze di Charles Dickens, seconda parte


di Faye

Per il "Progetto Classica", proseguiamo nella lettura di Grandi Speranze, il celebre romanzo di Charles Dickens.
Oltre alla più recente versione cinematografica di Newell, ricordiamo la bellissima pellicola del 1946 per la regia di David Lean, della quale vi riproponiamo qualche fotogramma.

Guida alla lettura

I capitoli in esame (9-19) sono quelli che concludono la prima parte del libro, quella relativa all’infanzia di Pip.
Nello svolgimento della vicenda, narrata attraverso i ricordi del suo personaggio,  è chiara la condanna dell’autore nei confronti degli adulti che non rispettano la delicata sensibilità infantile. Dickens, a volte ricorrendo alla più sottile ironia, a volte attraverso lirismo descrittivo, sottolinea i danni prodotti dal disprezzo, dall’umiliazione e dalla falsità sulle menti più giovani.
Le pagine dedicate a Miss Havisham e alla sua casa, ridotta ad una dimora spettrale in ricordo del matrimonio mai avvenuto, sono degne del miglior romanzo gotico: ripugnanza ed orrore sono tuttavia inferiori al fascino che la ricchezza della donna e la bellezza di Estella esercitano su Pip. È una corruzione mentale, un obnubilamento che il piccolo subisce, con evidenti ripercussioni sul suo futuro.
Tanto può la mancanza di amore e fiducia per un bambino.

Capp. 9 – 19

Pip ancora sconvolto per la sua visita a Miss Havisham torna a casa; non sa spiegarsi il perché, ma avverte che la sua vita sta cambiando.


Provate a immaginare di cancellarne un giorno particolare, e pensate a come sarebbe stato differente il suo corso. Voi che leggete, fermatevi a pensare per un attimo alla lunga catena di ferro o di oro, di spine o di fiori, che non vi avrebbe mai avvinto, se non si fosse formato il primo anello in un giorno memorabile.

Colpito dalle osservazioni cattive di Estella, decide di migliorare la propria istruzione, aiutato in questo da Biddy, una ragazza giovane e modesta dal cuore d’oro, che gl’insegna, come può, a leggere. Al pub, dove si è recato in compagnia di Joe, incontra un uomo dall’aria misteriosa che lo osserva, fa domande sugli evasi e gli regala uno scellino avvolto in due banconote da una sterlina, mostrandogli una lima. È chiaro che si tratta di qualcuno in contatto con l’evaso Abel Magwitch, e Pip è piuttosto spaventato. La settimana successiva, si reca a un nuovo appuntamento con Miss Havisham; la vecchia signora chiede a Pip di farla camminare e, appoggiandosi a lui, gli fa visitare una grande sala, ricoperta di polvere e ragnatele. In questa stanza era stato preparato il ricevimento che non ha mai avuto luogo, come testimoniano gli avanzi di una torta lasciata a marcire sul tavolo: la descrizione è macabra ma non mancano pennellate di un lieve umorismo.

Era spaziosa, e un tempo doveva esser stata anche bella, ma tutto ciò che si riusciva a distinguere, era coperto di polvere e muffa e cadeva a pezzi.
Si notava un lungo tavolo, coperto da una tovaglia, come se ci fossero stati preparativi per una festa, quando la casa e gli orologi si erano fermati. In mezzo vi era una sorta di centrotavola, di forma indefinibile, a causa del fitto intrico di ragnatele che lo avvolgeva; e mentre i miei occhi scorrevano sulla distesa gialla da cui pareva emergere come un fungo nero, vidi ragni con zampe screziate e corpi a chiazze che correvano di qua e di la, come se nella comunità dei ragni fosse appena giunta notizia di un evento della massima importanza.


Pip ed Estella giocano ancora a carte: la ragazza continua a insultarlo, sotto lo sguardo compiaciuto di Miss Havisham, che sta crescendo Estella con un unico scopo, quello di vendicarsi di tutto il genere maschile attraverso di lei (“Spezza i loro cuori, mio orgoglio e speranza, spezzali e non aver pietà!”).
Al termine della visita, Pip incontra un ragazzo più grande che lo sfida a battersi con i pugni; è la prima volta per Pip, che tuttavia esce vincitore dallo scontro.
Passano le settimane: Pip continua a frequentare la casa di Miss Havisham, giocando con Estella e facendo camminare la vecchia signora. Sono giorni apparentemente sereni per il ragazzino; in realtà, è proprio in questo delicato momento di transizione dall’infanzia alla giovinezza che la bellezza di Estella e il disprezzo che lei nutre nei suoi confronti, agiscono come un veleno: Pip inizia a desiderare di diventare un’altra persona, provando insoddisfazione e vergogna per la sua vita. Dopo qualche tempo, Miss Havisham decide improvvisamente che Pip è cresciuto: lo allontana da sé e da Estella e paga il suo contratto come apprendista di Joe. Pip aveva sognato fin da bambino di diventare un fabbro, ma ora tutto gli appare sotto un’altra luce e il ragazzo prova risentimento e insofferenza persino nei confronti di Joe.

È davvero brutto vergognarsi di casa propria. È nera ingratitudine e merita una giusta punizione; e che sia una cosa brutta, lo posso attestare.
Casa mia non era un posto piacevole, a causa dell'indole di mia sorella. Ma Joe le aveva conferito sacralità e io vi avevo creduto. Avevo creduto nel salotto buono, come fosse una sala elegante; avevo creduto nella porta d’ingresso, come fosse il misterioso portale del Tempio di Stato, la cui solenne apertura si celebrava con un sacrificio di cacciagione arrostita; avevo creduto nella cucina, come fosse una stanza impeccabile, anche se non sontuosa; avevo creduto nella fucina, come fosse la via scintillante verso la maturità e l'indipendenza. In un anno, tutto era cambiato. Ora tutto era volgare e ordinario, e non avrei mai voluto che Miss Havisham ed Estella lo vedessero.


Mentre il suo apprendistato prosegue, Pip non dimentica Estella; decide di far visita a Miss Havisham e da lei apprende che la ragazza è all’estero per perfezionare la propria educazione. La sorella di Pip subisce un’aggressione da parte di uno sconosciuto: le sue condizioni restano gravi per molti mesi e non riuscirà mai più a riprendersi né a parlare. Stranamente, la donna sembra  chiedere la presenza di Orlick, il losco e odioso apprendista di Joe che ha preso il posto di Pip nella fucina. Biddy è chiamata ad occuparsi della donna, di Joe e Pip.
La ragazza è dolce e piena di buon senso e Pip le confida i propri sentimenti.

- Biddy,-  dissi, dopo averle imposto il segreto, - voglio diventare un signore.
- Io non lo vorrei, se fossi in te! Non penso ti servirebbe.
- Biddy, - dissi con una certa severità, - ho delle ragioni particolari per voler diventare un signore.
- Tu lo sai meglio di me, Pip; ma non credi di esser più felice così come sei?
- Biddy, - esclamai con impazienza,-  io non sono affatto felice così come sono. Mi disgusta il mio mestiere e la mia vita; non mi sono mai piaciuti, sin dal contratto. Non essere assurda.
- Sono assurda? - disse quietamente, alzando le sopracciglia. - Mi dispiace, non volevo. Voglio solo che tu stia bene e sia a tuo agio.
- E allora una volta per tutte sappi che io non sto e non starò mai bene, anzi starò male, ecco! - a meno che non riesca a vivere una vita molto diversa da quella di ora.
- Peccato! - disse Biddy scuotendo la testa con aria dispiaciuta.
L'avevo pensato talmente spesso anch'io che era un peccato, che mi venne quasi di piangere per la rabbia e la pena, quando Biddy formulò il suo e il mio sentimento. Le dissi che aveva ragione e che mi dispiaceva, ma che non potevo farci niente. - Se riuscissi a rassegnarmi - le dissi, strappando i fili d'erba lì vicino, proprio come tanto tempo prima mi ero strappato l'infelicità dai capelli e l'avevo scalciata contro il muro della birreria, - se  riuscissi a rassegnarmi e a farmi piacere la fucina anche solo la metà di quanto l'ho amata da bambino, so che sarebbe molto meglio. Io,  te e Joe non avremmo più bisogno di niente, e forse Joe ed io potremmo diventar soci dopo il mio periodo di apprendista, e forse ora avrei finito per corteggiarti, e ci saremmo messi a sedere su questa stessa riva in una bella domenica, ben diversi da come siamo oggi. Ero abbastanza per te, Biddy, non è vero?
Sospirò guardando le navi al largo, e rispose:-  Sì, non sono molto difficile. - La sua risposta non suonava lusinghiera, ma sapevo che l'intenzione era buona.
- E invece, - dissi strappando dell'altra erba e masticandone qualche filo, - guarda come sono. Scontento e inquieto;  e non m’importerebbe di essere ordinario e volgare, se nessuno me l'avesse detto!
Biddy si girò di colpo verso di me, e mi guardò con molta più attenzione di quella riservata alle navi che passavano.
- Non è stata una cosa gentile da dire e neppure vera,-  osservò, rivolgendo di nuovo lo sguardo alle navi. - Chi è stato a dirlo?
Ero confuso, poiché m'ero lanciato senza saper bene dove stavo andando. Non potevo più tirarmi indietro e così risposi: - La bella signorina che stava da Miss Havisham, è bellissima, e io l'ammiro terribilmente, e per lei voglio diventare un signore. - Dopo quella mia confessione da matto, mi misi a buttare l'erba strappata nel fiume, come se avessi una mezza idea di raggiungerla.
- Vuoi diventare un signore per farle dispetto o per conquistarla? - Mi chiese con calma dopo una pausa.
- Non lo so, - risposi di malumore.
- Perché se è per farle dispetto, mi pare - ma tu lo sai meglio di me – che faresti meglio e ti sentiresti  più libero,a non dar retta alle sue parole. E se è per conquistarla, mi pare - ma tu lo sai meglio di me - che non se lo meriti.
Esattamente ciò che mi ero detto mille volte. Esattamente ciò che mi pareva del tutto evidente anche in quel momento. Ma come potevo io, povero, infatuato ragazzetto di paese, evitare quella sorprendente incoerenza in cui cadono tutti i giorni gli uomini migliori e più saggi?
- Sarà tutto vero, - le dissi, - ma io l'ammiro terribilmente.
…

Mi chiesi se non sapevo per certo che se in quel momento al mio fianco ci fosse stata Estella invece di Biddy, m'avrebbe reso infelice. Fui costretto ad ammettere di non aver dubbi in proposito e mi dissi: “Pip, sei proprio uno scemo!”
Parlammo molto, camminando, e tutto quello che diceva sembrava giusto.
Biddy non era mai offensiva, capricciosa, oggi in un modo e l’indomani in un altro; avrebbe sentito dolore e non piacere, a farmi del male; avrebbe preferito ferire il proprio cuore piuttosto che il mio. Com'era possibile, allora,che non fosse lei a piacermi più delle due?
Biddy, - dissi mentre tornavamo a casa, - vorrei che mi rimettessi in sesto.
- Vorrei esserne capace!
- Se solo riuscissi a innamorarmi di te - non ti dispiace se parlo così francamente a una vecchia amica?
- Ma no,niente affatto! Non preoccuparti.
- Se solo ci riuscissi sarei a posto.
- Ma vedi, tu non ce la farai mai.


Amareggiato, Pip cerca di dimenticare Estella e il proprio disagio, e quasi riesce a rassegnarsi al suo futuro di fabbro, quando un avvenimento imprevisto mette fine al suo apprendistato. Mr. Jaggers, un avvocato di Londra che Pip aveva incontrato a casa di Miss Havisham, comunica a Pip che un ignoto benefattore ha deciso di rilevare il suo contratto di apprendista:

- La comunicazione che ho da fare è che questo ragazzo ha delle grandi speranze.
Joe ed io ci guardammo a bocca aperta.
- Sono incaricato di comunicargli, - disse puntandomi un dito contro - che entrerà in possesso di un bel patrimonio. E inoltre, che è desiderio del suo benefattore, di farlo allontanare senza indugio dall'ambiente e dal luogo in cui vive, per essere educato come un signore – in breve, come un giovane di grandi speranze.


Vi sono solo due clausole da accettare: Pip dovrà continuare a chiamarsi così e non dovrà mai indagare sulla natura del benefattore. In compenso si trasferirà a Londra e riceverà una buona educazione.
Pip è sicuro che il misterioso benefattore altri non sia che Miss Havisham, tanto più che Jaggers gli propone come precettore Matthew Pocket, un parente dell’anziana signorina. Il suo sogno sta per avverarsi: felice all’idea di lasciare il ristretto mondo nel quale ha vissuto fino a quel momento, Pip non prova altro che un lieve fastidio davanti alle uniche persone che gli vogliono bene.

Caro vecchio Joe, che ero così pronto a lasciare senza un po' di gratitudine, ti vedo come allora, il muscoloso braccio di fabbro sugli occhi, l'ampio petto che ti si solleva e la voce che si affievolisce. Caro buono fedele tenero Joe, ancora oggi sento il caldo tremito della tua mano sul braccio, solennemente, come fosse stato il fruscio dell'ala di un angelo!
Ma in quell'occasione lo consolai. Ero perduto nei labirinti della mia futura fortuna, e non riuscivo a ritrovare i sentieri da noi percorsi insieme.
…
mentre Joe e Biddy tornavano alla loro pacata serenità abituale, io mi facevo via via più tetro.
Insoddisfatto della mia fortuna naturalmente non potevo essere; ma è possibile che senza saperlo fossi insoddisfatto di me stesso.
Comunque, me ne stavo col gomito sul ginocchio e la faccia sulla mano a guardare il fuoco, mentre quei due parlavano della mia partenza, e di come avrebbero fatto senza di me, e di tutto il resto. E non appena coglievo un loro sguardo, più che mai affettuoso (e mi guardavano spesso, soprattutto Biddy), me ne sentivo offeso, come se stessero manifestando della diffidenza nei miei confronti. Ma sa il cielo che non lo fecero mai, né a parole né a gesti.
In quei casi mi alzavo e andavo a guardar fuori; infatti la porta della cucina si apriva di colpo sulla notte, e le sere d'estate rimaneva aperta per arieggiare la stanza. Temo che persino le stelle su cui alzavo gli occhi, mi paressero soltanto povere stelle umili poiché splendevano sui rustici oggetti tra cui avevo passato la vita.


Deciso ad apparire in forma smagliante, Pip, con i soldi che gli ha anticipato Jaggers, si riveste di tutto punto. Orgoglioso della fortuna ricevuta, diventa sprezzante nei confronti di Joe e Biddy;  si vergogna di loro che rappresentano la zavorra del proprio passato. È soltanto al momento della partenza, che affiora nel suo cuore una sorta di consapevolezza.

Fischiettavo e non me ne importava di andar via. Ma il villaggio era silenzioso e quieto e la nebbia leggera si alzava solennemente,come per mostrarmi il mondo, e lì ero stato così piccolo e innocente e al di là tutto era così grande e sconosciuto, che dopo un attimo, con un gran sospiro e un singhiozzo, scoppiai in lacrime. Ero accanto al palo che segnava la via in fondo al villaggio, e vi appoggiai la mano e dissi: Addio, caro, caro amico!
Sa Dio che non dovremmo mai vergognarci delle nostre lacrime, poiché sono pioggia sull'accecante polvere della terra che ci ricopre il cuore indurito. Mi sentii meglio, dopo aver pianto - più triste, più consapevole della mia ingratitudine, più mite. Se avessi pianto prima, in quel momento avrei avuto Joe accanto a me. Così mesto m'avevano reso quelle lacrime che continuarono a prorompere durante il quieto cammino, che quando mi trovai sulla diligenza, con la città alle spalle, meditai con cuore dolente sulla possibilità di scendere al cambio dei cavalli, e tornare indietro a piedi per passare un'altra sera a casa e avere un commiato migliore.


Nel prossimo articolo, la terza parte di Grandi Speranze

venerdì 7 dicembre 2012

"Classica": i capolavori della letteratura, letti e commentati insieme a voi


di Faye



I grandi “Classici”: capolavori che conosciamo dai tempi della scuola,  o che  vediamo da sempre sugli scaffali della libreria di famiglia. Eppure, a meno di una passione e di un interesse personali, entrambe le situazioni possono non solo essere insufficienti a stimolare il desiderio della lettura, ma persino rivelarsi controproducenti.
Senza contare la mancanza di tempo che affligge un po’ tutti e l’incredibile proliferazione letteraria che ci circonda. Basta  entrare in una libreria per essere sommersi da titoli di ogni tipo, e capita frequentemente di soccombere alla tentazione di una letteratura di consumo, facile, veloce ed economica.
Tuttavia, a volte per un motivo banale, si prova il desiderio di approfondire o rispolverare la conoscenza di titoli famosi:  siamo incuriositi da una  nuova versione teatrale o cinematografica, dalla citazione da parte di un collega o all’interno di un articolo, o ci troviamo in imbarazzo di fronte alla domanda insidiosa dei nostri figli.
E la trama, rispolverata in fretta dalle pagine di internet, non ci regala la minima soddisfazione…
Nasce da qui l’idea di Pinkafé: la nostra proposta è quella di creare una sorta di biblioteca virtuale per la conoscenza di testi famosi, fornendo la possibilità di (ri)leggere alcune fra le pagine più belle della letteratura mondiale.
Non daremo solamente qualche notizia sugli autori o sull’opera che prenderemo in esame, né ci limiteremo ad un semplice riassunto della trama.
Quello che – con un po’ di ambizione e molto coraggio – ci proponiamo di fare, è leggere insieme a voi le pagine più universalmente note, e/o quelle a parer nostro più belle o significative,  avendo cura di creare elementi di raccordo per inserirle in un quadro completo e armonico dell’opera.
Non mancherà qualche breve commento, per sottolineare o spiegare punti di particolare interesse.
Dedichiamo questa rubrica a tutti coloro che amano la letteratura e desiderano ritrovare vecchi amici, e soprattutto a chi desidera conoscere più da vicino capolavori che non ha ancora avuto il tempo di leggere.

Buona lettura con Pinkafé


Il Progetto Classica  inizia con Grandi Speranze di Charles Dickens

Spot sull’Autore

Charles Dickens è un famoso scrittore inglese (1812-1870). Noto per i suoi racconti ricchi di humour (“Il circolo Pickwick”), ha ottenuto la fama universale soprattutto per i suoi  “romanzi sociali”. È il caso di David Copperfield, Oliver Twist, La piccola Dorrit, protagonisti indimenticabili che si muovono appunto sullo sfondo del disagio sociale, magistralmente delineato dalla penna dell’autore.

Le trasposizioni cinematografiche e teatrali dei suoi romanzi sono davvero moltissime.
Dal mese di dicembre, Grandi Speranze è riproposto sul grande schermo, per la regia di  Mike Newell e la sceneggiatura di David Nicholls. Nel cast di questo film applaudito al festival di Toronto, Helena Bonham Carter, Ralph Fiennes, Holliday Grainger.


Spot sull’Opera
Grandi speranze (Great Expectations) fu pubblicato a puntate tra il 1860 e il 1861, sul periodico settimanale All the Year Round, fondato dallo stesso Dickens. È considerato uno dei suoi romanzi brevi più intensi ed eleganti, nonché uno dei più popolari. È la storia dell’orfano Philip Pirrip  detto Pip e della sua vita, dall’infanzia all’età adulta, secondo lo schema del “romanzo di formazione” seguito in David Copperfield. La narrazione inizia la vigilia di Natale dell’anno 1812, quando Pip ha sette anni e termina nel 1840. La giovane e bellissima Estella è il personaggio femminile che si contrappone a Pip, ma è con la creazione di Miss Havisham, l’anziana e instabile madre adottiva di Estella, che Dickens ci regala  una protagonista di prima grandezza.

Grandi Speranze

Capitoli 1-7

"Il cognome di mio padre era Pirrip, e il mio nome di battesimo Philip, ma la mia lingua infantile non riuscì mai a ricavare dai due nomi nulla di più lungo o di più chiaro di Pip. Così presi a chiamarmi Pip, e Pip finii per essere chiamato da tutti."
Così il protagonista, voce narrante di tutta la storia, presente se stesso, nelle prime righe del romanzo.
È la vigilia di Natale e pur nella sobrietà della descrizione - un tratto tipico di Dickens, autore che riesce a dire moltissimo con poche parole o, al contrario, a nascondere profondi sottintesi in frasi eleganti e poetiche - è facile intendere la solitudine del piccolo orfano, che contempla le lapidi dei genitori e dei fratellini nel piccolo cimitero, in prossimità della palude.
È qui che si svolge l’incontro  cardine di tutta la storia: Pip è terrorizzato da “un uomo spaventoso, vestito di ruvido panno grigio, con un grosso cerchio di ferro alla gamba. Un uomo senza cappello, con le scarpe rotte e un vecchio straccio legato intorno alla testa. Rimasto a macerare nell'acqua, a soffocare nel fango, azzoppato da pietre, ferito da sassi, punto da ortiche, graffiato da rovi; un uomo zoppo e tremante, truce e torvo, che batteva i denti afferrandomi per il mento."
Spaventato dalle minacce dell’uomo,  Pip acconsente a portargli una lima e un po’ di cibo rubato dalla dispensa.
Trovare una lima è facile, perché Pip vive a casa di un fabbro, il buon Joseph (Joe) Gargery che ha sposato l’unica sorella superstite di Pip. Il problema è sottrarsi alla punizione della terribile Mrs. Gargery, una virago di vent’anni più grande che ha tirato su il fratellino “con le mani”, solleticando spesso le sue spalle (e quelle del timido marito) con un bastone. Pip riesce nell’impresa, ma il suo aiuto si rivela vano in quanto, proprio il giorno di Natale, l’evaso Abel Magwitch è riacciuffato dai soldati proprio alla presenza di Pip.
La vita tranquilla del bambino, che pure è stata sconvolta dall’esperienza nella palude (”Guardai le stelle e pensai come doveva essere atroce per un uomo, mentre sta morendo di freddo, alzare gli occhi al cielo e non trovare in tutta quella miriade scintillante né aiuto né pietà”) sta per cambiare bruscamente. Infatti, la ricchissima ed eccentrica Miss Havisham "dei quartieri alti" ha chiesto la compagnia di un bambino per “vederlo giocare”. È un’occasione che l’avida Mrs. Gargery non intende lasciarsi sfuggire.

Capitolo 8
Pip è condotto a “Casa Satis”,  “Casa Abbastanza”, una dimora “di vecchi mattoni, tetra, piena di sbarre di ferro da ogni parte. Alcune finestre erano state murate. Delle restanti, inferriate arrugginite sbarravano quelle più in basso, e anche il cortile sul davanti era sbarrato, sicché dovemmo aspettare, dopo il suono del campanello, che qualcuno venisse ad aprire.”
Pip ha un po’ di paura, ma sa che non può tirarsi indietro. Quello che ignora è che in questa casa incontrerà le donne che cambieranno la sua vita.
Ed ecco in che modo, attraverso gli occhi del giovane protagonista, Dickens ci presenta uno dei suoi personaggi più incredibili.
Miss Havisham è delineata con vocaboli e frasi che rendono nello stesso tempo l’idea del disfacimento e della morte (e quindi giustifcano il terrore del giovane Pip), e una struggente delicatezza, una malinconia che il bambino riesce a cogliere e, nonostante tutto, a comprendere. Perché anche lui ha subito l’ingiustizia e il suo piccolo cuore l’ha ingigantita. Splendido e attualissimo il monito di Dickens nei confronti dell’infanzia “violentata” da un’educazione troppo rigida.

“Tuttavia, visto che non potevo far altro che bussare, bussai, e dall'interno mi fu detto di entrare. Entrai, dunque, e mi ritrovai in una stanza discretamente spaziosa, ben illuminata da candele di cera. Non vi filtrava neanche il più lieve bagliore di luce esterna. Era uno spogliatoio, a giudicare dall'arredamento, anche se forme e usi di gran parte della mobilia mi erano a quel tempo sconosciuti. Su tutto, spiccava un tavolo coperto da un drappo, sormontato da uno specchio con la cornice dorata.  Così compresi che  si trattava della toletta di una signora e forse la riconobbi proprio perché vi era seduta una bella  signora. La più strana signora che io abbia mai visto o che possa mai vedere. Era seduta in una poltrona, col gomito appoggiato al tavolo e la testa posata sulla mano.
Era vestita di tessuti preziosi - satin, pizzo, seta - tutta in bianco.
Anche le scarpe erano bianche erano. Un lungo velo bianco le scendeva dai capelli, e vi erano fiori nuziali tra i capelli, ma i suoi capelli erano tutti bianchi. Gioielli scintillanti brillavano sul collo e sulle mani, e altri sul tavolo. Vestiti meno sfarzosi di quello che indossava erano sparpagliati per la stanza, e vi erano dei bauli riempiti a metà. Non aveva terminato di vestirsi, poiché aveva una scarpa sola - l'altra era sul tavolo, vicino alla mano - il velo non era sistemato a dovere, orologio e catena giacevano accanto allo specchio, ammucchiati in disordine insieme a un merletto da portare sul seno, al fazzoletto, ai guanti, a un libro di preghiere, a qualche fiore.
Tutto questo non lo vidi in quei primi istanti, anche se colsi più di quanto si possa supporre. Vidi comunque che tutto ciò che si offriva al mio sguardo e che sarebbe dovuto esser bianco, lo era stato in un tempo lontano ma aveva perduto la freschezza, divenendo opaco e giallo. Vidi che la sposa nell'abito nuziale era avvizzita come l'abito e come i fiori; di vivo le erano rimasti solo gli occhi infossati. Capii che quell'abito era stato fatto per la morbida figura di una donna
giovane e che il corpo su cui ora pendeva era ridotto a pelle e ossa. Una volta mi avevano portato alla Fiera a vedere una spettrale statua di cera, raffigurante non so che sconosciuto personaggio su un catafalco, vestito in abiti di gala. Un'altra volta mi avevano portato in una delle nostre vecchie chiese di palude a vedere uno scheletro coperto da brandelli di ricche vesti, disseppellito da una tomba sotto il pavimento. In quel momento, figura di cera e scheletro, sembravano avere  occhi scuri che mi guardavano. Avrei urlato, se avessi potuto. - Chi è?-  chiese la signora seduta al tavolo.
- Pip, signora.
- Pip?
- Il ragazzo di Pumblechook. Venuto... a giocare.
- Avvicinati, fatti guardare. Vieni qui.
Fu quando mi trovai in piedi davanti a lei, evitandone gli occhi, che osservai nei particolari gli oggetti intorno, e vidi che il suo orologio e quello appeso nella stanza erano fermi alle nove meno venti.
- Guardami - disse Miss Havisham. - Non ti fa paura una donna che non ha mai visto il sole da quando sei nato?
Mi spiace confessare che non ebbi affatto paura a dire l'enorme bugia espressa con un “No!”
- Sai cosa sto toccando? - chiese mettendosi tutt'e due le mani sul lato sinistro del petto.
- Sì, signora. (Mi fece pensare al giovane della palude.)
- Cosa?
- Il cuore.
- Spezzato!
Pronunciò la parola con sguardo ardente e forte enfasi, con un sorriso strano che conteneva una sorta di vanto. Per un po' tenne le mani sul cuore, poi lentamente le abbassò, come se fossero pesanti.
- Sono stanca. Voglio distrazioni, ho chiuso con uomini e donne. Gioca! 

Penso che anche il mio lettore più esigente dovrà riconoscere che a un povero ragazzo, in una situazione simile, non poteva chiedere nulla al mondo di più difficile da eseguire.
- Certe volte ho delle strane fantasie e adesso ho voglia di veder giocare qualcuno. Su! Su! – disse  agitando con impazienza le dita della mano destra. - Gioca, gioca, gioca!
Per un momento, pensando terrorizzato a  mia sorella, pensai disperato di scorrazzare per la stanza, imitando il calesse del signor Pumblechook. Ma non sentendomi all'altezza rinunciai, e rimasi a guardare Miss Havisham con un'aria che dovette sembrarle cocciuta, visto che dopo esserci guardati per un po' disse: - Sei un musone e un ostinato?
- No, signora; mi dispiace tanto per voi, mi dispiace proprio tanto di non riuscire a giocare. Lo farei se potessi, perché se non siete contenta di me, finirò nei pasticci con mia sorella; ma qui è tutto così nuovo, e così strano, e così bello... e malinconico... - mi fermai, per timore di dire troppo, o di aver già detto troppo, e ci guardammo di nuovo.
Prima di riprendere il discorso, distolse gli occhi da me e guardò il vestito che indossava,  la toletta, e infine la propria immagine nello specchio.
- Così nuovo per lui – sussurrò - e così vecchio per me; così strano per lui e così familiare per me; così malinconico per entrambi! - Chiama Estella.
Poiché continuava a guardarsi allo specchio, pensai che stesse parlando tra sé e non feci nulla.
- Chiama Estella - ripeté folgorandomi con lo sguardo. - Questo almeno lo puoi fare. Chiama Estella, dalla porta.
Trovarmi al buio, in una casa sconosciuta, in un corridoio carico di mistero, urlando Estella a una ragazza sprezzante che non si faceva né vedere né sentire, con la consapevolezza di prendermi una grave libertà, mi risultò penoso quasi quanto giocare a comando.
Alla fine rispose, e la sua luce avanzò nel corridoio buio come una stella.
Miss Havisham le fece cenno di avvicinarsi e prese un gioiello dal tavolo, provandone l'effetto sulla pelle chiara del seno, sui morbidi capelli scuri. - Un giorno sarà tuo, mia cara, e ne farai buon uso. Voglio vederti giocare a carte con questo ragazzo.
- Con questo ragazzo! Ma è un povero operaio!
Pensai di aver compreso la risposta di Miss Havisham, nonostante fosse inverosimile - E allora? Il cuore puoi spezzarglielo lo stesso.
- A cosa sai giocare, ragazzo? - mi chiese Estella col massimo disprezzo.
- Solo Rubamazzo, signorina.
- E tu rubaglielo! - disse Miss Havisham a Estella.

Così iniziammo a giocare.
Fu allora che cominciai a capire che nella stanza ogni cosa s'era fermata, come gli orologi, in un tempo lontano. Notai che Miss Havisham posava il gioiello esattamente nel punto in cui si trovava prima. Mentre Estella dava le carte, guardai di nuovo la toletta, e mi accorsi che la scarpa che vi poggiava, bianca un tempo e ormai ingiallita, non era mai stata indossata.
Guardai il piede senza scarpa e vidi che la calza di seta, bianca un tempo e ormai ingiallita, era tutta strappata. Senza questo fermarsi di ogni cosa, senza l'immobile quiete di tutti i pallidi oggetti in disuso, neanche l'abito da sposa  sul corpo cadente sarebbe sembrato tanto simile a una veste da morto, o il lungo velo ad un sudario. Mentre noi giocavamo a carte, se ne stava lì seduta come un cadavere, con le trine e le gale dell'abito nuziale che parevano di carta sporca. Allora non sapevo nulla dei corpi sepolti che quando vengono alla luce si riducono in polvere; ma in seguito, ho pensato spesso che lei aveva quell’aspetto, come se alla luce del giorno dovesse diventare polvere.
- Questo ragazzo chiama i fanti Jacks! -  disse Estella con disprezzo, prima che finissimo la partita. - Guarda che mani ruvide! E che stivali!
Prima d'allora non m'era mai venuto in mente di vergognarmi delle mie mani; ma iniziai a considerarle un'accoppiata davvero mediocre. Il suo disprezzo nei miei confronti era talmente forte, che divenne contagioso e mi disprezzai.
Vinse la partita e toccò a me dare le carte. Sbagliai, com'era naturale, sapendola in agguato per cogliermi in fallo; disse che ero stupido, un poveraccio.
- Tu di lei non dici niente -  disse Miss Havisham, osservandoci. - Lei ti offende, ma tu a lei non dici niente. Cosa pensi di lei?
- Non voglio dirlo, balbettai.
- Dimmelo in un orecchio - disse Miss Havisham piegandosi in avanti.
- Penso che sia molto superba - risposi in un sussurro.
- E poi?
- Che è molto graziosa.
- E poi?
- Che è molto offensiva. (Proprio allora mi stava fissando con uno sguardo
carico di repulsione.)
- E poi?
- Che vorrei andare a casa.
- E non vederla mai più, anche se è così graziosa?
- Non so se mi va di vederla ancora, ma adesso vorrei andare a casa.
- Fra poco ci vai - disse Miss Havisham ad alta voce. - Finisci la partita.
Se non fosse stato per quel suo primo strano sorriso, avrei quasi pensato che il viso di Miss Havisham non potesse sorridere. Aveva un'espressione fissa come tutte le cose intorno a lei, e sembrava che nulla potesse mutarla. Le si era afflosciato il busto, incurvandone la figura; le si era abbassata la voce, ridotta a un sussurro torpido e quieto; era come se in tutto, anima e corpo, dentro e fuori, si fosse accasciata sotto il peso di un colpo mortale.
Finii la partita con Estella, che vinse tutto. Gettò le carte sul tavolo dopo averle vinte, come se le disprezzasse per averle sottratte a me.
- Quando ti faccio tornare? - disse Miss Havisham. – Fammi  pensare.
Le stavo ricordando che era mercoledì, quando mi fermò con la stessa impazienza di prima, agitando le dita della mano destra.
- Basta, basta! Non ne so niente di giorni della settimana e non ne so niente di settimane dell'anno. Torna fra sei giorni. Hai capito?
- Sì, signora.
- Estella, accompagnalo giù. Dagli qualcosa da mangiare e lascia che si guardi un po' intorno intanto che mangia. Va', Pip.
Scesi seguendo la candela, come l'avevo seguita salendo, e lei la mise nel posto dove l'avevamo trovata. Prima che aprisse la porta laterale avevo istintivamente pensato che dovesse esser notte. Investito dalla luce del giorno, mi sentii disorientato e mi parve di esser rimasto in quella strana stanza al lume della candela per molte ore.
- Non muoverti di qui - disse Estella, e scomparve chiudendosi la porta alle spalle.
Ero solo in cortile e mi guardai le mani ruvide e le scarpe comuni. Il mio giudizio su quegli accessori non fu favorevole. Non mi avevano mai crucciato, ma lo fecero allora, come delle volgari appendici. Presi la decisione di chiedere a Joe perché mai mi avesse insegnato a chiamare Jacks quelle figure che si chiamavano fanti. Rimpiansi il fatto che non avesse avuto un'educazione più signorile, perché in quel caso l'avrei avuta anch'io.
Ricomparve portando pane, carne e un po' di birra. Poggiò il boccale in terra, sulle pietre del cortile, e mi allungò pane e carne senza guardarmi, trattandomi con arroganza, come se fossi un cane caduto in disgrazia. Ne fui così umiliato, ferito, avvilito, oltraggiato, adirato, dispiaciuto - non trovo la parola appropriata alla mia sofferenza - sa Dio quale fosse il suo nome - che gli occhi mi si riempirono di lacrime. In quell'attimo la ragazza, guardandomi, s'illuminò di gioia fugace per esserne stata la causa. Questo mi diede la forza di non piangere e di guardarla: allora, con una sdegnosa scrollata di capo - ma con la sensazione, mi parve, di esser stata troppo sicura di avermi ferito - se ne andò.
Ma quando si fu allontanata, mi guardai intorno cercando un posto dove nascondere la faccia, e mi rintanai dietro un cancello sul viottolo della birreria, poggiai la manica sul muro, la faccia sulla manica, e piansi. Mentre piangevo, prendevo a calci il muro e mi strappavo i capelli; era una reazione necessaria, tanta era l'amarezza che provavo, talmente acuta la mia pena senza nome.
I metodi educativi di mia sorella mi avevano reso sensibile. Nel piccolo mondo di un bambino, chiunque sia la persona che lo alleva, nulla viene percepito o sentito più acutamente dell'ingiustizia. Pure se l’ingiustizia di cui è fatto oggetto è piccola, anche il bimbo è piccolo, ed è piccolo il suo mondo; il suo cavallo a dondolo invece, in proporzione è grande quanto un cavallo da caccia irlandese. Sin dall’infanzia, avevo sostenuto dentro di me un costante conflitto con l'ingiustizia. Sin da quando avevo iniziato a parlare, avevo capito che mia sorella, con le sue imposizioni arbitrarie e violente, era ingiusta verso di me, e mi ero andato sempre più convincendo che l'allevarmi con le sue mani, non le dava il diritto di allevarmi con le sue botte. Era una certezza che avevo nutrito attraverso punizioni, castighi, digiuni, veglie e altro; probabilmente la mia timidezza e vulnerabilità erano dovute alla solitudine e all’abbandono.
Mi liberai per il momento della mia sensibilità ferita, ficcandola a calci dentro il muro della birreria, e strappandomela a forza dai capelli; poi mi spianai il viso passandoci sopra la manica, e uscii da dietro il cancello. Il pane e la carne erano discreti, la birra scaldava piacevolmente, e presto ritrovai l'umore giusto per guardarmi intorno."

Nel prossimo articolo, i capitoli successivi di "Grandi Speranze"

mercoledì 4 luglio 2012

Cinquanta Sfumature di Nero di E.L. James: il punto di vista di un Master

di Master8888


Prima di leggere.... ( a cura di Pinkafé)

Quanti fiumi di parole sono scorsi riguardo a Cinquanta sfumature di Grigio? Articoli straripanti sarcasmo fine a se stesso, scritti spesso da chi il libro non l'ha nemmeno letto. Recensioni su vari blog per mano di lettrici scioccate dalla mancanza di spessore e dallo stile illeggibile. Anche coloro che ancora non si sono avvicinati ai due romanzi della trilogia, si saranno resi conto che nel bene e nel male questa storia spacca gli animi. Pinkafé voleva recensire per voi il secondo libro- Cinquanta Sfumature di Nero- ma ha preferito offrirvi un punto di vista diverso, una voce fuori dal coro di quelle che bombardano il web e la carta stampata. Master8888 ha accettato di condividere con voi le sue impressioni, siete pronte ?
Prima di cominciare, una premessa è d'obbligo: la recensione che state per leggere esprime solo ed esclusivamente le opinioni personali dell'autore, il quale ne è pienamente consapevole, nonchè del fatto che quando parla di BDSM fa discorsi generali, senza nessun riferimento a chicchessia, se non lo scrivente, il libro e i personaggi del libro recensito.


Buona lettura !


Profondamente turbata dagli oscuri segreti del giovane e inquieto imprenditore Christian Grey, Anastasia Steele ha messo fine alla loro relazione e ha deciso di iniziare un nuovo lavoro in una casa editrice. Ma l’irresistibile attrazione per Grey domina ancora ogni suo pensiero e quando lui le propone di rivedersi, lei non riesce a dire di no. Pur di non perderla, Christian è disposto a ridefinire i termini del loro accordo e a svelarle qualcosa in più di sé, rendendo così il loro rapporto ancora più profondo e coinvolgente. Quando finalmente tutto sembra andare per il meglio, i fantasmi del passato si materializzano prepotentemente e Ana si trova a dover fare i conti con due donne che hanno avuto un ruolo importante nella vita di Christian. Di nuovo, il loro rapporto è minacciato e a questo punto Ana deve affrontare la decisione più importante della sua vita. Una decisione che può prendere soltanto lei…


Ho letto il secondo volume della trilogia delle "cinquanta sfumature" e mi accingo a scrivere la mia opinione dalla particolare ottica di chi BDSM lo fa davvero da una vita. Francamente, anche se ci sono alcuni spunti discorsivi sul BDSM che meritano un approfondimento, devo dire che il libro mi ha molto deluso e questo mi addolora perché confermo che il personaggio di Christian Gray presenta alcuni tratti ben delineati, in cui mi riconosco psicologicamente, tratti che tuttavia, purtroppo, sono resi illeggibili da altri elementi confusi ed erronei. Infatti, mentre il primo volume imposta una serie di temi e storie collegate al BDSM tali da avermi fatto sperare in un loro coerente sviluppo nei volumi successivi, invece, ho dovuto constatare una involuzione della narrazione, un vero e proprio andamento in discesa, in cui il discorso sul BDSM si è involuto "incartandosi" in un groviglio quasi inestricabile, in cui il BDSM è praticamente sparito o comunque è divenuto al meglio un elemento confuso, incomprensibile e al peggio gravato da pregiudizi che lo mettono in luce negativa per la maggioranza delle lettrici e dei lettori, oppure lo fanno percepire a questi in modo deformato, distorto.

Le pagine e pagine di rapporti sessuali ripetitivi, senza nessun "guizzo" di originalità (ci si poteva mettere un "link" e scriverli una sola volta...), disperatamente "vanilla" (la traduttrice evidentemente ignora che nessuno traduce questo "vanilla" in italiano, peraltro come accade anche per "flogger"), semmai con connotazioni "famolostraniste", visto che è evidente che alcuni elementi mutuati da tecniche BDSM sono puramente "serventi" ai fini degli innumerevoli rapporti sessuali. Sembra un racconto scritto in Italia da una italiana, visto che nel nostro non poche/pochi  di quelle e quelli che "ruotano" nell'ambiente BDSM hanno la "scopata" come "imperativo categorico" (tant'è che al solo sentir pronunciare il termine "vero BDSM" reagiscono come indemoniati colpiti dall'acqua santa, tipo "bambina dell'Esorcista"), in Gran Bretagna e negli USA il BDSM è preso da chi lo pratica molto più sul serio. A parte i numeri eclatanti delle "performance" descritte (pur giustificabili tenendo conto della giovane età dei protagonisti, anche se non so se sia realistico riuscire nell'orgasmo simultaneo indefettibilmente ad ogni colpo),  l'elemento fondamentale è la noiosità, gli unici termini di paragone che trovo sono i film porno e la letteratura sadiana, infatti chi ha letto De Sade avrà notato la ripetitività e piattezza delle sue descrizioni.
Per certi versi il libro sviluppa l'idea deformata del BDSM che hanno molte donne, cioè una relazione con una sorta di "super principe azzurro", con sesso sfrenato e in cui l'amore (rigidamente monogamo) giustifica e nobilita tutto, "non lo fo per piacer mio, ma per amore". In realtà, una donna libera dovrebbe fare BDSM, dovrebbe assumere il ruolo di sottomessa, perché le dà piacere, le consente di esprimere la sua personalità e le sue esigenze. Poi, può anche accadere che scoppi l'amore, ma l'amore non può e non deve essere il motivo (vero o autoassolutorio, non importa) per superare certe "soglie".

Tornando a Christian, una persona con gusti BDSM e che ha avuto ben quindici sottomesse (a ventisette anni, definirei questa una "performance" del tutto irrealistica) si sarebbe rotto le scatole immediatamente (autobiagraficamente: anch'io a quell'età avevo prestazioni sessuali di tutto rispetto, ma anche la sola idea di un rapporto esclusivamente  "vanilla" mi annoiava terribilmente).
Anche perché il personaggio di Ana si può dire alla luce di questo secondo volume non solo non ha nulla della sottomessa (semmai è disperatamente e convintamente "famolostranista"), ma è pure priva di qualunque elemento di fascino tale da giustificare un innamoramento da parte di un master. Sia chiaro che un master è un uomo e si può benissimo innamorare (io nella mia vita ho avuto degli inamoramenti travolgenti e delle "cotte" degne di un adolescente, ma sempre in ambito BDSM, perché diversamente ci si mette in grossi guai), ma perché a torto o ragione pensa di aver incontrato una donna "giusta", se si innamora di una "famolostranista" o di una "vanilla" e si riduce a fare "famolostranismo" dubito sia realmente un master (uno poi che ha avuto quindici sottomesse...).
Tra l'altro Ana in questo secondo volume anche come semplice valutazione uomo-donna non è che brilli per fascino e non è che si dimostri una cima di intelligenza. Ma la cosa che mi ha preoccupato di più è la valutazione negativa del vero BDSM che emerge dalle pagine del libro, un messaggio chiarissimo, il "famolostranismo" (anche se non definito, viene descritto in modo accurato nei fatti) è "buono", il vero BDSM è "cattivo", l'amore di Ana salverà Christian dal "male" del vero BDSM (Christian peraltro fatto apparire disgustosamente "pentito" e sulla via della "redenzione"). Le correttissime parole messe sulla bocca del dottor Flynn, il quale dice che il BDSM praticato fra adulti consenzienti e in un quadro sano e sicuro (e io aggiungo, nel rispetto delle leggi del proprio Paese) non è una malattia, ma una accettabile scelta di vita, finisce per apparire un disorso messo lì con la funzione di una un po' ipocrita "pezza a colore".
Anche la figura della ex sottomessa innamorata di Christian e in preda a turbe psichiche è
molto irritante per me. Nella realtà della mia esperienza le donne che fanno convintamente la scelta della sottomissione BDSM sono donne forti, realizzate nella vita e molto determinate, certamente meno fragili dei master, perché paradossalmente molti veri master (cioè uomini che sanno assumere sul serio e come si deve il ruolo di master) hanno (magari sotto-sotto, ben occultate e non confessate per orgoglio) talune debolezze e fragilità ed è proprio questo il motivo per cui alcuni tratti della figura di Christian appaiono realistici. Peraltro, la necessità del controllo è una riorganizzazione e positivizzazione di caos interiori precedenti che se non risistemati farebbero danni. Il BDSM è una soluzione di problemi, non un problema.

Tornando alle sottomesse, semmai io ho avuto la ventura di sentire alcune di loro che facevano spietati "cappotti" di critiche a certi "master" evidentemente non molto bravi nel loro ruolo. Una notazione vorrei dedicarla anche all'ossessione della bellezza che emerge dalle pagine del libro (quante volte si fa riferimento alla bellezza di Christian? Non si contano). Una delle cose positive del vero BDSM è che la bellezza conta assai meno che nel "vanilla", perché ci si focalizza su altri elementi..Certo, anche l'occhio vuole la sua parte, anche nel BDSM ad esempio una partner che supera il quintale non è piacevole, ma l'estrema importanza che nel "vanilla" ha la bellezza (c'è solo quella, per il resto il solito, noiosissimo, ripetitivo, eterno, "io infilo e tu prendi") non c'è.
E con questo penso di aver detto tutto quel che avevo da dire.

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