di Romy
Piazza di Spagna e Trinità dei Monti
Nel primo giorno di primavera, rallegrato a Roma da una temperatura mite e da un cielo azzurro che fa dimenticare il maltempo dei giorni passati, ripropongo ai lettori di Pinkafé la storia e le immagini di uno degli angoli più suggestivi della Città Eterna.
I gradini della scalinata di Trinità dei Monti saranno rivestiti fra poco dei colori brillanti di centinaia di azalee ad opera dei vivaisti romani, uno spettacolo che ogni anno lascia senza fiato cittadini e turisti da ogni parte del mondo.
Forse non tutti sanno che…
Intorno al 1500, questa zona era considerata suburbana e coltivata a vigne. Divenuta di passaggio per i forestieri che entravano in città attraverso Piazza del Popolo, fu subito chiaro che necessitava di una sistemazione architettonica.
Il nome della piazza deriva dalla sede dell'Ambasciata di Spagna presso lo Stato Pontificio (oggi santa Sede), un palazzo situato sul lato meridionale e risalente al 1647, ma fu a lungo contestato dai francesi che possedevano il terreno di Trinità dei Monti e la parte settentrionale della piazza, conosciuta a quel tempo come “Piazza di Francia”.
Per collegare la chiesa di Trinità dei Monti alla piazza sottostante si pensò alla costruzione di una grande scalinata, un progetto che già il cardinale Mazzarino aveva approvato nel 1660.
La scenografica scalinata venne terminata nel 1725 su progetto dell’architetto Francesco De Sanctis, dopo aver ottenuto l’approvazione francese e quella papale.
È articolata in rampe da dodici gradini ciascuna, per un totale di 136 gradini, in un’alternanza di terrazze, tratti curvi e dritti, in ossequio al gusto barocco.
Ai piedi della scalinata la "Barcaccia" di Pietro Bernini (1629), padre di Gian Lorenzo, la prima fontana alimentata dall’acquedotto dell’Acqua Vergine, di cui riparleremo in seguito a proposito di Fontana di Trevi.
L’idea di rappresentare una vecchia barca in pericolo di affondare fu una trovata geniale del Bernini, il quale ovviò così al problema causato dalla bassa pressione dell’acqua. La tradizione però ascrive l’idea a Papa Urbano VIII, impressionato da una barca che si era arenata sulla piazza a seguito di una piena del Tevere.
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giovedì 21 marzo 2013
Primavera a Roma
mercoledì 31 ottobre 2012
Halloween e le origini storiche della scansione dell'anno
di Danilo
Se questo fosse un documentario televisivo inizierebbe con una serie di inquadrature di un celeberrimo sito della piana di Salisbury: Stonehenge.
Vi chiederete il nesso fra il sito in questione e una festa in cui i bambini si mascherano e chiedono "dolcetto o scherzetto", ma sarà proprio questo il filo conduttore dell'articolo. Per ora vi basti pensare che nel divenire umano, nel flusso di innumerevoli generazioni, tutto cambia senza vere interruzioni, ma attraverso continue trasformazioni dell'esistente, fino a renderlo quasi irriconoscibile.
Il punto è proprio in quel "quasi".
Moltissimi residui culturali di civiltà ormai scomparse sopravvivono in tradizioni ancora esistenti e sta allo studioso rendere riconoscibile quello che ad uno sguardo superficiale non lo è più.
Così, per fare un esempio, se presenziate ad un carnevale sardo quei "Mammutones" che saltano per far suonare i campanacci, sono l'ultima sopravvivenza della religione degli antichi nuragici, un popolo la cui cultura, non avendo scrittura, è stata inghiottita nelle nebbie della storia.
Il caso di Halloween è assai simile, anche se riguarda un'altra cultura, in altre aree geografiche ed è riferito ad un altro periodo dell'anno.
Con un po' di semplicismo si potrebbe riferire il discorso ai popoli, presenti un tempo in vaste aree dell'attuale Europa, che i greci chiamavano Keltoi-Keltai (secondo gli autori) o Galatai e noi latini Celti o Galli. Popolazioni dell'Asia minore estesesi anche nel nord Europa, ferocemente combattute dai romani ed infine sopraffatte da altri popoli entrati in Europa, fino a ridursi all'attuale Irlanda e
Scozia in cui sopravvivono le varianti della loro lingua, il gaelico.
Ma torniamo idealmente nella piana di Salisbury, davanti a Stonehenge, questo in realtà è solo un articolo, ma attraverso internet è così facile reperire immagini di Stonehenge che la mia piccola simulazione di programma tevisivo è molto facile da immaginare.
Ci si chiederà giustamente perché ho scelto questo luogo per parlare di Halloween, apparentemente gli argomenti sono molto diversi.
Ma solo apparentemente.
Cominciate a focalizzarvi sul fatto che una presenza scontata nella nostra vita quotidiana, il calendario, migliaia di anni fa non era così scontata.
In realtà il calendario è stata una delle invenzioni più stupefacenti e importanti degli esseri umani, soprattutto da quando questi hanno inventato l'agricoltura e grazie ad essa è iniziato il cammino della civiltà. Senza una efficace scansione del tempo annuale non si saprebbe quando è opportuno seminare, quando raccogliere, quando fare diversi tipi di lavori agricoli e questo in tempi differenti per ogni coltura.
La capacità di dare una scansione utile al tempo ha così avuto una fondamentale valenza culturale.
I modi (la tecnica) della scansione hanno assunto un valore così grande da apparire agli antichi come di valore sacrale ed infatti in tutte le culture sono stati amministrati da sacerdoti in connessione al culto di divinità.
Questa sacralizzazione ha creato un aspetto sociale, direi corale, della scansione dei momenti fondamentali dell'anno, che sono così divenuti feste, celebrazioni in cui la collettività le assorbe e le metabolizza.
Si potrebbe dire che gli antichi abitanti delle isole britanniche (e qui cominciamo a introdurre qualche datazione, Stonehenge è stato eretto in varie fasi fra il 3100 avanti Cristo e il 1600 avanti Cristo) si può ragionevolmente presumere che avessero grande attenzione e reverenza sacrale per la natura e su questo si basava la loro religione. In realtà limitarsi a questo sarebbe una banalità, perché in origine tutte le culture erano così e ci si meraviglierebbe di scoprire che praticamente tutte le nostre festività cristiane nascondono festività più antiche che scandiscono i ritmi della natura.
Ma prima dei cristiani qualcun altro aveva già "metabolizzato" la cultura che aveva creato Stonehenge, infatti, i Celti avevano cominciato ad arrivare nelle isole britanniche nell'VIII secolo avanti Cristo ed erano diventati egemoni (finendo per essere chiamati Britanni, dando così il nome a quei territori) verso il 300 avanti Cristo. I romani conobbero quella parte di mondo attraverso la penna di Giulio Cesare, senza rendersi conto che così come assimilavano e trasformavano, i Celti avevano a loro volta assimilato (e tutti saranno assimilati dal cristianesimo).
Per questo torniamo nella piana di Salisbury e prima di arrivare al dettaglio di cosa si "nasconda" dietro Halloween, vediamo come gli antichi abitanti dele isole britanniche avevano imparato a scandire i momenti dell'anno.
Gli studi scientifici hanno evidenziato che Stonehenge non è un sito culturalmente isolato, ma è solo la manifestazione più solida (in quanto in pietra) e tecnologicamente evoluta di una serie di realizzazioni che si sono succedute nel tempo nell'intera piana di Salisbury.
Diciamo che prima ed intorno a Stonehenge c'erano molti cerchi di pali in legno con le stesse funzioni, lo sappiamo perché le moderne strumentazioni permettono di vedere la particolare composizione chimica del terreno nei punti in cui era infisso e poi è stato dissolto dal tempo un palo.
Lo stesso sito di Stonhenge è nato probabilmente costruito in legno, infatti uno dei suoi elementi (il terrapieno) è stato datato 3100 avanti Cristo, ma altre parti sono assai più "recenti" (fino, come già detto, al 1600 avanti Cristo), per cui su un arco di ben 1500 anni è probabile una evoluzione tecnica notevole.
Evidentemente, ben prima di Stonehenge in pietra gli uomini avevano capito che un cerchio di pali opportunamente posizionato permette di vedere il momento dell'anno, infatti in certi momenti della giornata in certi giorni il sole apparirà fra determinati pali e le ombre si proietteranno in modi, lunghezze, direzioni, prevedibili.
Certamente, ai comuni mortali il fatto che i sacerdoti sapessero interpretare e trarre risultati da quei giochi di sole ed ombre nel cerchio di pali doveva apparire come una stupefacente magia e una benevolenza delle divinità della natura (ed infatti in quei siti conosciamo vie sacrali per processioni e resti di sacrifici interrati in posizioni correlate a momenti dell'anno), ma noi scettici moderni sappiamo che la spiegazione è molto più scientifica.
Stonehenge quindi mutava solo i materiali, applicando conoscenze più antiche.
Ma prima ancora sappiamo che si era fatto ricorso a croci in legno poste su alture per traguardare in modo meno sofisticato il sole in certi momenti dell'anno (culturalmente a qualcuno ricorda qualcosa una croce su una altura?) e poi ad enormi tumuli di terra artificialmente posta e sagomata, spesso liquidati semplicisticamente come sepolture di capi. Questi mezzi probabilmente continuarono ad essere usati anche in seguito come fonti di più facile ed immediata, ma molto meno accurata, rilevazione, permettendo di dedicarsi ai cerchi solo nella fase giusta.
La lettrice e il lettore accorti a questo punto hanno tutti i mezzi per capire le origini culturali di certe feste, per cui possiamo passare ad Halloween.
La notte fra il 31 ottobre e il primo novembre è n momento particolare dell'anno, finisce definitivamente ogni residuo della buona stagione e del tempo utile per effettuare i raccolti agricoli, mentre inizia il periodo delle giornate brevi, del buio, e a certe latitudini (come quelle delle isole britanniche, appunto) è opportuno rintanarsi nelle case, accanto al fuoco e dare rifugio nelle stalle anche agli animali (veramente in certe epoche il confine fra case e stalle era un po' labile...).
E' facile capire come un simile momento potesse essere "codificato" socialmente e anzi esorcizzato attraverso una festa che aiutasse psicologicamente ad affrontare il grande buio e tutti i pericoli, veri e immaginari, che il buio reca con sè.
Per questo per i Celti la notte fra la fine di ottobre e l'inizio di novembre era addirittura il capodanno. Ma per quanto abbiamo già detto sarebbe arduo chiudere il discorso senza immaginare che i Celti abbiamo assimilato culturalmente da altri. Qui però diciamo che a livello divulgativo dobbiamo fermarci, perché non abbiamo testimonianze scritte di questi passaggi culturali e c'è l'ulteriore problema delle presenza di vestigia che potrebbero essere attribuiti a "calendari" solari trovate nell'attuale Turchia e che qualcuno farebbe risalire persino a quasi diecimila anni prima di Cristo.
Qui ci basta osservare che chiunque abbia deciso che il momento più importante dell'anno era la fine della luce e l'inizio del grande buio ha ragionato in modo diametralmente opposto a chi ha scelto invece la fine di dicembre, il momento in cui il buio arriva all'apice per cui inizia il cammino della luce. In questo secondo caso che il trionfo sia del Sol Invictus, di Mitra, o della natività di Cristo, poco importa, quello che importa è il modulo culturale di fondo, il primo novembre contrapposto al venticinque dicembre.
E qui, non abbiatene a male, mi fermo, perché la solita storiella di Halloween e i Celti potete leggerla su internet con grande facilità. A me premeva farvi vedere come lo scorrerre delle culture è assai più complesso di quel che sembra a chi si accontenta di osservare chi storicamente c'era immediatamente prima e fermarsi lì.
L'importante non è il pesce, ma imparare a pescare.
Per chi desiderasse approfondire l'argomento, consiglio il testo di John North, riconosciuto come la massima autorità in fatto di studi su Stonehenge, "IL MISTERO DI STONEHENGE", edizioni Piemme. Un tomo di 735 pagine dove c'è veramente tutto, pali, tumuli, orientamenti, proprio tutto.
Se questo fosse un documentario televisivo inizierebbe con una serie di inquadrature di un celeberrimo sito della piana di Salisbury: Stonehenge.
Vi chiederete il nesso fra il sito in questione e una festa in cui i bambini si mascherano e chiedono "dolcetto o scherzetto", ma sarà proprio questo il filo conduttore dell'articolo. Per ora vi basti pensare che nel divenire umano, nel flusso di innumerevoli generazioni, tutto cambia senza vere interruzioni, ma attraverso continue trasformazioni dell'esistente, fino a renderlo quasi irriconoscibile.
Il punto è proprio in quel "quasi".
Moltissimi residui culturali di civiltà ormai scomparse sopravvivono in tradizioni ancora esistenti e sta allo studioso rendere riconoscibile quello che ad uno sguardo superficiale non lo è più.
Così, per fare un esempio, se presenziate ad un carnevale sardo quei "Mammutones" che saltano per far suonare i campanacci, sono l'ultima sopravvivenza della religione degli antichi nuragici, un popolo la cui cultura, non avendo scrittura, è stata inghiottita nelle nebbie della storia.
Il caso di Halloween è assai simile, anche se riguarda un'altra cultura, in altre aree geografiche ed è riferito ad un altro periodo dell'anno.
Con un po' di semplicismo si potrebbe riferire il discorso ai popoli, presenti un tempo in vaste aree dell'attuale Europa, che i greci chiamavano Keltoi-Keltai (secondo gli autori) o Galatai e noi latini Celti o Galli. Popolazioni dell'Asia minore estesesi anche nel nord Europa, ferocemente combattute dai romani ed infine sopraffatte da altri popoli entrati in Europa, fino a ridursi all'attuale Irlanda e
Scozia in cui sopravvivono le varianti della loro lingua, il gaelico.
Ma solo apparentemente.
Cominciate a focalizzarvi sul fatto che una presenza scontata nella nostra vita quotidiana, il calendario, migliaia di anni fa non era così scontata.
In realtà il calendario è stata una delle invenzioni più stupefacenti e importanti degli esseri umani, soprattutto da quando questi hanno inventato l'agricoltura e grazie ad essa è iniziato il cammino della civiltà. Senza una efficace scansione del tempo annuale non si saprebbe quando è opportuno seminare, quando raccogliere, quando fare diversi tipi di lavori agricoli e questo in tempi differenti per ogni coltura.
La capacità di dare una scansione utile al tempo ha così avuto una fondamentale valenza culturale.
I modi (la tecnica) della scansione hanno assunto un valore così grande da apparire agli antichi come di valore sacrale ed infatti in tutte le culture sono stati amministrati da sacerdoti in connessione al culto di divinità.
Questa sacralizzazione ha creato un aspetto sociale, direi corale, della scansione dei momenti fondamentali dell'anno, che sono così divenuti feste, celebrazioni in cui la collettività le assorbe e le metabolizza.
Si potrebbe dire che gli antichi abitanti delle isole britanniche (e qui cominciamo a introdurre qualche datazione, Stonehenge è stato eretto in varie fasi fra il 3100 avanti Cristo e il 1600 avanti Cristo) si può ragionevolmente presumere che avessero grande attenzione e reverenza sacrale per la natura e su questo si basava la loro religione. In realtà limitarsi a questo sarebbe una banalità, perché in origine tutte le culture erano così e ci si meraviglierebbe di scoprire che praticamente tutte le nostre festività cristiane nascondono festività più antiche che scandiscono i ritmi della natura.
Ma prima dei cristiani qualcun altro aveva già "metabolizzato" la cultura che aveva creato Stonehenge, infatti, i Celti avevano cominciato ad arrivare nelle isole britanniche nell'VIII secolo avanti Cristo ed erano diventati egemoni (finendo per essere chiamati Britanni, dando così il nome a quei territori) verso il 300 avanti Cristo. I romani conobbero quella parte di mondo attraverso la penna di Giulio Cesare, senza rendersi conto che così come assimilavano e trasformavano, i Celti avevano a loro volta assimilato (e tutti saranno assimilati dal cristianesimo).
Per questo torniamo nella piana di Salisbury e prima di arrivare al dettaglio di cosa si "nasconda" dietro Halloween, vediamo come gli antichi abitanti dele isole britanniche avevano imparato a scandire i momenti dell'anno.
Lo stesso sito di Stonhenge è nato probabilmente costruito in legno, infatti uno dei suoi elementi (il terrapieno) è stato datato 3100 avanti Cristo, ma altre parti sono assai più "recenti" (fino, come già detto, al 1600 avanti Cristo), per cui su un arco di ben 1500 anni è probabile una evoluzione tecnica notevole.
Evidentemente, ben prima di Stonehenge in pietra gli uomini avevano capito che un cerchio di pali opportunamente posizionato permette di vedere il momento dell'anno, infatti in certi momenti della giornata in certi giorni il sole apparirà fra determinati pali e le ombre si proietteranno in modi, lunghezze, direzioni, prevedibili.
Certamente, ai comuni mortali il fatto che i sacerdoti sapessero interpretare e trarre risultati da quei giochi di sole ed ombre nel cerchio di pali doveva apparire come una stupefacente magia e una benevolenza delle divinità della natura (ed infatti in quei siti conosciamo vie sacrali per processioni e resti di sacrifici interrati in posizioni correlate a momenti dell'anno), ma noi scettici moderni sappiamo che la spiegazione è molto più scientifica.
Stonehenge quindi mutava solo i materiali, applicando conoscenze più antiche.
Ma prima ancora sappiamo che si era fatto ricorso a croci in legno poste su alture per traguardare in modo meno sofisticato il sole in certi momenti dell'anno (culturalmente a qualcuno ricorda qualcosa una croce su una altura?) e poi ad enormi tumuli di terra artificialmente posta e sagomata, spesso liquidati semplicisticamente come sepolture di capi. Questi mezzi probabilmente continuarono ad essere usati anche in seguito come fonti di più facile ed immediata, ma molto meno accurata, rilevazione, permettendo di dedicarsi ai cerchi solo nella fase giusta.
La lettrice e il lettore accorti a questo punto hanno tutti i mezzi per capire le origini culturali di certe feste, per cui possiamo passare ad Halloween.
La notte fra il 31 ottobre e il primo novembre è n momento particolare dell'anno, finisce definitivamente ogni residuo della buona stagione e del tempo utile per effettuare i raccolti agricoli, mentre inizia il periodo delle giornate brevi, del buio, e a certe latitudini (come quelle delle isole britanniche, appunto) è opportuno rintanarsi nelle case, accanto al fuoco e dare rifugio nelle stalle anche agli animali (veramente in certe epoche il confine fra case e stalle era un po' labile...).
E' facile capire come un simile momento potesse essere "codificato" socialmente e anzi esorcizzato attraverso una festa che aiutasse psicologicamente ad affrontare il grande buio e tutti i pericoli, veri e immaginari, che il buio reca con sè.
Per questo per i Celti la notte fra la fine di ottobre e l'inizio di novembre era addirittura il capodanno. Ma per quanto abbiamo già detto sarebbe arduo chiudere il discorso senza immaginare che i Celti abbiamo assimilato culturalmente da altri. Qui però diciamo che a livello divulgativo dobbiamo fermarci, perché non abbiamo testimonianze scritte di questi passaggi culturali e c'è l'ulteriore problema delle presenza di vestigia che potrebbero essere attribuiti a "calendari" solari trovate nell'attuale Turchia e che qualcuno farebbe risalire persino a quasi diecimila anni prima di Cristo.
L'importante non è il pesce, ma imparare a pescare.
Per chi desiderasse approfondire l'argomento, consiglio il testo di John North, riconosciuto come la massima autorità in fatto di studi su Stonehenge, "IL MISTERO DI STONEHENGE", edizioni Piemme. Un tomo di 735 pagine dove c'è veramente tutto, pali, tumuli, orientamenti, proprio tutto.
mercoledì 19 settembre 2012
BLU, GIALLO, ROSSO, la Repubblica Partenopea, 1799
di Danilo
Compito arduo riassumere nel breve spazio di un articolo un problema storico della portata di quello che mi appresto ad affrontare, su cui sono state scritte opere di centinaia di pagine e su cui si è misurato persino un intellettuale fondamentale per la cultura italiana come Benedetto Croce.
Perché, una Repubblica nata (grazie alle armate francesi ed a un pugno di idealisti votati ad utopie illuministe) nel mese di gennaio, finì di fatto a giugno e fu dichiarata ufficialmente morta in luglio, pur in così poco tempo invece di essere una meteora effimera ha mosso problemi fondamentali per il meridione italiano e l'Italia tutta, determinandone i destini successivi per tempi lunghissimi.
Ma dovendo condensare al massimo un così ponderoso argomento, preferisco procedere per "flash", mettendo il riflettore per alcuni momenti (che una pretesa biografica sarebbe assurda in uno spazio così compresso) su alcuni personaggi e parlando di loro, attraverso di loro, far apparire le problematiche fondamentali.
Il "motore" primo degli eventi è a mio avviso Maria Carolina d'Austria, regina di Napoli, moglie di Ferdinando di Borbone, rispetto al quale ha un sopravvento decisorio indubitabile.Maria Carolina era la sorella di Maria Antonietta, la regina di Francia moglie di Luigi XVI ghigliottinata come lui dalla Rivoluzione (strano destino a Napoli questo delle "sorelle celebri", visto che nel 1860 perse il regno per opera di Garibaldi, Maria Sofia, moglie di Francesco II e sorella della famosissima Sissi).
Senza il "movente" dell'odio inestinguibile (e pessimo consigliere) di Maria Carolina nei confronti dei giacobini, tutti gli accadimenti fra il 1798 e il 1801, sarebbero inspiegabili. Due imprese militari (1798 e 1801) dell'esercito borbonico concluse con disastri, la prima attirando un contrattacco francese che arrivò fino a Napoli, inducendo il re con la corte a fuggire in Sicilia sotto la protezione britannica, aprendo così la strada alla Repubblica di cui stiamo parlando. La seconda dopo una ulteriore sconfitta e il successivo trattato di pace (pace di Foligno, 1801) ebbe il pregio di far finire la "mattanza" (peraltro, già in gran parte compiuta) dei giacobini meridionali e pose il regno di Napoli sotto una egemonia francese che poi, dal 1806 alla "restaurazione" del 1815, assumeranno direttamente il trono di Napoli con Murat.
Un odio furibondo ed irrazionale, spiegazione prima della ferocissima repressione borbonica dopo la caduta della repubblica, o meglio della vera e propria vendetta di Stato, che massacrò e disperse per il mondo i migliori intellettuali meridionali (parte uccisi dalla furia del popolaccio filoborbonico, parte da esecuzioni sommarie, molti, se ne ricordano 124, impiccati o decapitati dopo processi-farsa, moltissimi esiliati, fuggiti o finiti in carceri orrende), un danno da cui il meridione italiano non si è mai riavuto e che ha fatto si che il Risorgimento fosse poi tutto condotto dal settentrione e che questo nord si ponesse in un atteggiamento di incomprensione che ha contribuito anch'esso alla cronicizzazione dell'arretratezza meridionale.
Il secondo protagonista é Lord Horatio Nelson, il grande ammiraglio inglese, famosissimo condottiero del mare, che invece in questa vicenda fa una figura infame e gravemente disonorevole, specialmente contrapposto com'è dagli eventi alla nobilissima figura dell'ammiraglio napoletano Francesco Caracciolo.Nelson incarna per necessità di ruolo l'ambiguissima posizione britannica, che per evidenti ragioni strategiche (sconfiggere i francesi, con qualunque mezzo e a qualunque costo) fa una politica "sporca", reputando la fellonia di venir meno alla parola data e il massacro dei repubblicani napoletani come una "ragion di Stato" inevitabile. Infatti, gli ultimi repubblicani asserragliati nei castelli di Napoli si erano arresi con il patto che avrebbero avuto salva la vita e il diritto di andare liberamente dove avessero voluto.
Invece, Nelson e la regina stracciarono quel patto e fecero arrestare tutti, coprendosi di disonore. Tanto era evidente l'infamia che il Cardinal Ruffo (un personaggio che affronteremo tra poco) si oppose con forza allo spergiuro, rischiando persino di essere arrestato e se un uomo reazionario e spietato come Ruffo reputò quel venir meno ai patti un'infamia, significa che lo era al di là di ogni dubbio.
L'ambiguità britannica nel 1799 (io ritengo inutile indulgere in spiegazioni "romantiche", come l'influenza di Lady Hamilton, perché le ragioni strategiche di fondo sono evidenti) ci deve far riflettere sull'eterna influenza di qualche potenza esterna (a volte le stesse, altre nuove) in ogni vicenda italiana, facendo gli interessi di quella potenza. E infatti nel 1860 saranno proprio i britannici ad affossare i Borbone, agendo in modo diametralmente opposto al 1799, coprendo con le loro navi ai cannoni napoletani lo sbarco di Garibaldi a Marsala e poi addirittura nella decisiva battaglia del Volturno fornendo alcuni esperti cannonieri della Royal Navy al servizio delle artiglierie garibaldine.
Per questa prevalenza di ragioni di interesse nazionale (notoriamente "senza cuore"), ridimensiono il ruolo di Lady Emma Hamilton, che tuttavia bisogna richiamare. Una avventuriera che giovanissima aveva lavorato in noti bordelli di Londra, ma che aveva subito manifestato il "talento" di irretire facoltosi "protettori", grazie ai quali iniziò prestissimo la sua scalata sociale, compiutasi definitivamente con il matrimonio con l'ambasciatore britannico a Napoli. Ma anche nella città partenopea le sue qualità dovevano portarle ulteriori promozioni, divenne molto amica della regina Maria Carolina (Lady Hamilton era l'unica persona esentata dai tre inchini davanti ai regnanti di Napoli) e poi amante dell'ammiraglio Nelson, per cui le fu attribuita la colpa della fellonia dell'ammiraglio quando non onorò come già visto i lasciapassare dei giacobini che si erano arresi.Figura particolare, quella di Lady Hamilton, la quale dopo la morte di Nelson e del marito dissipò i propri averi, finendo in carcere per debiti nel 1813 e morì alcolista, di cirrosi epatica, nel 1815, con una parabola che non poteva non farne un personaggio romantico, quindi sopravvalutata a partire proprio dal periodo del romanticismo.
Di ben altro spessore l'altro personaggio che per le vicende di cui stiamo parlando è collegato alla figura di Nelson, l'ammiraglio Francesco Caracciolo. Uomo nobilissimo non solo per nascita ma per tutto il comportamento nella sua vita, valentissimo marinaio, aveva servito lealmente e con coraggio il re di Napoli.Durante l'esilio siciliano borbonico del 1799 aveva ottenuto dal re stesso il permesso di rientrare a Napoli per proteggere i suoi interessi familiari. Ma a Napoli era stato "preso" dalle idealità della repubblica, divenendo così comandante della miserevole flotta repubblicana ( la gran parte delle imbarcazioni o era fuggita in Sicilia, oppure era stata incendiata per ordine del re all'atto della fuga). Eppure, nonostante la modestia delle forze al suo comando poco mancò che il Caracciolo non infliggesse una memorabile sconfitta all'orgogliosa flotta di sua maestà britannica, solo un cambio di vento mutò l'esito del combattimento in quell'epoca di vele.
La regina Carolina lo voleva morto a tutti i costi, perché diceva che l'ammiraglio conosceva alla perfezione ogni buco ed anfratto della costa del regno, per cui vivo era un pericolo permanente.
Nelson si prestò alla disonorevole incombenza, fece processare Caracciolo da un tribunale di bordo e lo fece impiccare alle alberature della sua nave come fosse un pirata. Caracciolo affrontò la morte
imperturbabile. Ad ulteriore disonore di Nelson, il cadavere di Caracciolo fu gettato in mare e solo la fortuna che lo lasciò galleggiante e mani pietose che lo raccolsero consentirono di dargli poi una degna sepoltura.
Ma il "personaggio" piu' importante della vicenda è la plebe meridionale, che mobilitata dal Cardinal Ruffo fu la vera artefice della sconfitta della repubblica.Un popolo rozzo e ignorante, immerso in una fede superstiziosa, formalmente cattolica, ma intrinsecamente pagana, barbara, nettamente anticristiana, portato in ogni tempo a schierarsi dalla parte dei suoi oppressori e affamatori, contro ogni forza di progresso e di riscatto sociale. Cosa apparentemente assurda, spiegabile (con buona pace del Croce) solo con categorie proprie del materialismo storico di stampo marxista, non perché io le preferisca, ma semplicemente perché in questo caso spiegano efficacemente quello che altre teorie non spiegano.
Infatti, mentre le popolazioni del nord italia avevano già le caratteristiche proprie del proletariato, quindi una coscienza di classe determinata dall'avere un lavoro salariato stabile e ben determinato, le plebi meridionali incarnavano quel sottoproletariato che è sempre preda della reazione, in quanto vive "alla giornata", di espedienti, di lavoro bracciantile nei latifondi, di elargizioni di elemosine ecclesiastiche o di ricchi, per cui non ha coscienza di classe ed è portato a seguire chiunque gli dia l'illusione di elargire o poter elargire, oltre a nutrire un inestinguibile odio per chi ha una cultura e sembra voler mettere in discussione uno stato delle cose da cui il misero si illude dipendere il poco pane che lo fa sopravvivere.
Tutto questo spiega l'odio furibondo di queste masse miserevoli per i giacobini, ma poi molti decenni dopo per il movimento risorgimentale, dal massacro dei trecento di Pisacane allo, schierarsi a favore dei Borboni contro Garibaldi nel 1860, alla stagione sanguinossissima del cosiddetto "brigantaggio" almeno fino al 1865.
Sagacemente Garibaldi nel 1860 sbarcò in Sicilia, perché quella terra era un caso anomalo, considerandosi un regno indipendente occupato dai Borboni, cui si ribellò ripetutamente.
Ma il resto del meridione era ben diverso, con popolazioni sempre pronte a manifestare fedeltà ai Borboni e una fragile classe intellettuale che ha generato un piccolo, isolato nucleo di menti valentissime. Basti pensare che nel 1860 solo 80 (ottanta!) napoletani (Napoli era allora la piu' popolosa città d'Italia e una delle piu' popolose di Europa) si unirono come volontari a Garibaldi.
E la già richiamata repressione del "brigantaggio" dal 1861 al 1865 per avere successo dovette essere effettuata con una durezza ben maggiore di quella usata nel 1799 dai repubblicani di Napoli e
dall'esercito francese.
Se si pone mente a tutto questo si capisce facilmente come sia potuto succedere che nel 1799 il Cardinal Ruffo, di antica nobiltà calabrese, sia potuto sbarcare con un pugno di uomini nelle sue terre e da lì mobilitato un "esercito" di "lazzari" e, risalita la penisola, sbaragliare le poche città fedeli alla repubblica, coagulare i molti che invece si opponevano alla stessa ed infine arrivare fino a Napoli(dove peraltro i "lazzari" avevano opposto in gennaio una strenua resistenza ai francesi ed ai repubblicani) sbaragliando la repubblica, il tutto fra le violenze indicibili di straccioni trasformati in
soldati ed autentici briganti in generali, convinti di difendere la "santa fede", tanto da passare alla storia con il nome di "sanfedisti".
Eterna condanna del sud Italia (fino ai giorni nostri) di generare sempre masse pronte a schierarsi con le forze piu' retrive ed oscure, pronte a combattere contro altri meridionali che invece con chiarezza di idee, alto senso morale e coraggio personale, si sono sempre battuti per il riscatto e il progresso del sud.
E con questo penso di aver tratteggiato quelle poche linee che possono servire se non a chiarire una vicenda storica così complessa e importante, almeno a incuriosire e focalizzare gli argomenti da approfondire, per chi vorrà farlo nella sterminata bibliografia al riguardo, di cui segnalo solo l'immortale saggio storico sulla rivoluzione napoletana di Cuoco, il quale ha il pregio di essere stato protagonista degli avvenimenti e di aver scritto immediatamente dopo di essi.
Compito arduo riassumere nel breve spazio di un articolo un problema storico della portata di quello che mi appresto ad affrontare, su cui sono state scritte opere di centinaia di pagine e su cui si è misurato persino un intellettuale fondamentale per la cultura italiana come Benedetto Croce.
Perché, una Repubblica nata (grazie alle armate francesi ed a un pugno di idealisti votati ad utopie illuministe) nel mese di gennaio, finì di fatto a giugno e fu dichiarata ufficialmente morta in luglio, pur in così poco tempo invece di essere una meteora effimera ha mosso problemi fondamentali per il meridione italiano e l'Italia tutta, determinandone i destini successivi per tempi lunghissimi.
Ma dovendo condensare al massimo un così ponderoso argomento, preferisco procedere per "flash", mettendo il riflettore per alcuni momenti (che una pretesa biografica sarebbe assurda in uno spazio così compresso) su alcuni personaggi e parlando di loro, attraverso di loro, far apparire le problematiche fondamentali.
Senza il "movente" dell'odio inestinguibile (e pessimo consigliere) di Maria Carolina nei confronti dei giacobini, tutti gli accadimenti fra il 1798 e il 1801, sarebbero inspiegabili. Due imprese militari (1798 e 1801) dell'esercito borbonico concluse con disastri, la prima attirando un contrattacco francese che arrivò fino a Napoli, inducendo il re con la corte a fuggire in Sicilia sotto la protezione britannica, aprendo così la strada alla Repubblica di cui stiamo parlando. La seconda dopo una ulteriore sconfitta e il successivo trattato di pace (pace di Foligno, 1801) ebbe il pregio di far finire la "mattanza" (peraltro, già in gran parte compiuta) dei giacobini meridionali e pose il regno di Napoli sotto una egemonia francese che poi, dal 1806 alla "restaurazione" del 1815, assumeranno direttamente il trono di Napoli con Murat.
Un odio furibondo ed irrazionale, spiegazione prima della ferocissima repressione borbonica dopo la caduta della repubblica, o meglio della vera e propria vendetta di Stato, che massacrò e disperse per il mondo i migliori intellettuali meridionali (parte uccisi dalla furia del popolaccio filoborbonico, parte da esecuzioni sommarie, molti, se ne ricordano 124, impiccati o decapitati dopo processi-farsa, moltissimi esiliati, fuggiti o finiti in carceri orrende), un danno da cui il meridione italiano non si è mai riavuto e che ha fatto si che il Risorgimento fosse poi tutto condotto dal settentrione e che questo nord si ponesse in un atteggiamento di incomprensione che ha contribuito anch'esso alla cronicizzazione dell'arretratezza meridionale.
Invece, Nelson e la regina stracciarono quel patto e fecero arrestare tutti, coprendosi di disonore. Tanto era evidente l'infamia che il Cardinal Ruffo (un personaggio che affronteremo tra poco) si oppose con forza allo spergiuro, rischiando persino di essere arrestato e se un uomo reazionario e spietato come Ruffo reputò quel venir meno ai patti un'infamia, significa che lo era al di là di ogni dubbio.
L'ambiguità britannica nel 1799 (io ritengo inutile indulgere in spiegazioni "romantiche", come l'influenza di Lady Hamilton, perché le ragioni strategiche di fondo sono evidenti) ci deve far riflettere sull'eterna influenza di qualche potenza esterna (a volte le stesse, altre nuove) in ogni vicenda italiana, facendo gli interessi di quella potenza. E infatti nel 1860 saranno proprio i britannici ad affossare i Borbone, agendo in modo diametralmente opposto al 1799, coprendo con le loro navi ai cannoni napoletani lo sbarco di Garibaldi a Marsala e poi addirittura nella decisiva battaglia del Volturno fornendo alcuni esperti cannonieri della Royal Navy al servizio delle artiglierie garibaldine.
La regina Carolina lo voleva morto a tutti i costi, perché diceva che l'ammiraglio conosceva alla perfezione ogni buco ed anfratto della costa del regno, per cui vivo era un pericolo permanente.
Nelson si prestò alla disonorevole incombenza, fece processare Caracciolo da un tribunale di bordo e lo fece impiccare alle alberature della sua nave come fosse un pirata. Caracciolo affrontò la morte
imperturbabile. Ad ulteriore disonore di Nelson, il cadavere di Caracciolo fu gettato in mare e solo la fortuna che lo lasciò galleggiante e mani pietose che lo raccolsero consentirono di dargli poi una degna sepoltura.
Ma il "personaggio" piu' importante della vicenda è la plebe meridionale, che mobilitata dal Cardinal Ruffo fu la vera artefice della sconfitta della repubblica.Infatti, mentre le popolazioni del nord italia avevano già le caratteristiche proprie del proletariato, quindi una coscienza di classe determinata dall'avere un lavoro salariato stabile e ben determinato, le plebi meridionali incarnavano quel sottoproletariato che è sempre preda della reazione, in quanto vive "alla giornata", di espedienti, di lavoro bracciantile nei latifondi, di elargizioni di elemosine ecclesiastiche o di ricchi, per cui non ha coscienza di classe ed è portato a seguire chiunque gli dia l'illusione di elargire o poter elargire, oltre a nutrire un inestinguibile odio per chi ha una cultura e sembra voler mettere in discussione uno stato delle cose da cui il misero si illude dipendere il poco pane che lo fa sopravvivere.
Tutto questo spiega l'odio furibondo di queste masse miserevoli per i giacobini, ma poi molti decenni dopo per il movimento risorgimentale, dal massacro dei trecento di Pisacane allo, schierarsi a favore dei Borboni contro Garibaldi nel 1860, alla stagione sanguinossissima del cosiddetto "brigantaggio" almeno fino al 1865.
Sagacemente Garibaldi nel 1860 sbarcò in Sicilia, perché quella terra era un caso anomalo, considerandosi un regno indipendente occupato dai Borboni, cui si ribellò ripetutamente.
Ma il resto del meridione era ben diverso, con popolazioni sempre pronte a manifestare fedeltà ai Borboni e una fragile classe intellettuale che ha generato un piccolo, isolato nucleo di menti valentissime. Basti pensare che nel 1860 solo 80 (ottanta!) napoletani (Napoli era allora la piu' popolosa città d'Italia e una delle piu' popolose di Europa) si unirono come volontari a Garibaldi.
E la già richiamata repressione del "brigantaggio" dal 1861 al 1865 per avere successo dovette essere effettuata con una durezza ben maggiore di quella usata nel 1799 dai repubblicani di Napoli e
dall'esercito francese.
soldati ed autentici briganti in generali, convinti di difendere la "santa fede", tanto da passare alla storia con il nome di "sanfedisti".
Eterna condanna del sud Italia (fino ai giorni nostri) di generare sempre masse pronte a schierarsi con le forze piu' retrive ed oscure, pronte a combattere contro altri meridionali che invece con chiarezza di idee, alto senso morale e coraggio personale, si sono sempre battuti per il riscatto e il progresso del sud.
E con questo penso di aver tratteggiato quelle poche linee che possono servire se non a chiarire una vicenda storica così complessa e importante, almeno a incuriosire e focalizzare gli argomenti da approfondire, per chi vorrà farlo nella sterminata bibliografia al riguardo, di cui segnalo solo l'immortale saggio storico sulla rivoluzione napoletana di Cuoco, il quale ha il pregio di essere stato protagonista degli avvenimenti e di aver scritto immediatamente dopo di essi.
venerdì 7 settembre 2012
Prima del Libro: da Isla Vaca al Chagres
di Kathleen McGregor
Dal ponte della sua nave, ancorata al largo di Isla Vaca, nell'estremità sud occidentale di Hispaniola, l’ammiraglio Henry Morgan scrutava l’orizzonte, chiedendosi dove diavolo si fosse cacciato il suo Vice Ammiraglio Edward Collier.
Era l’inizio di Dicembre 1670.
Erano passate undici settimane da quando Collier era salpato con quattro navi verso la regione di Rio de la Hacha, con l’intenzione di saccheggiare il territorio e procurare una parte dei viveri che sarebbero serviti a sfamare gli equipaggi che avrebbero preso parte alla spedizione.
I quattrocento uomini di Collier, tutti esperti marinai e combattenti, costituivano un quinto del suo esercito, e lui ne aveva bisogno, ma il tempo stringeva.
La voce di una nuova spedizione di conquista in territorio spagnolo aveva iniziato a diffondersi già dal mese di agosto, dopo che il governatore di Giamaica, Thomas Modyford, gli aveva garantito l’appoggio ufficiale con una nuova lettera di corsa, e grazie alla fama che la conquista di Maracaibo dell’anno precedente gli aveva dato, era riuscito a radunare un incredibile numero di corsari.La lunga attesa tuttavia, che si protraeva da Settembre, si stava rivelando snervante, e temeva che qualche testa calda si stufasse e decidesse di fare conquiste per conto proprio.
L’insofferenza degli uomini l’avrebbe presto spinto a una decisione, ma c’era anche un altro motivo per cui doveva assolutamente prendere il mare. Da Giamaica gli era appena pervenuto un messaggio dal governatore Modyford che gli intimava di affrettarsi a fare qualsiasi cosa avesse programmato, perché stavano giungendo voci di una pace tra Spagna e Inghilterra. Un messaggio che aveva già ricevuto in una precedente occasione, e che diceva espressamente “Sbrigatevi a conquistare qualche città spagnola!”.
Non poteva certo restare ancora per molto a Isla Vaca, e poi fingere di non aver mai sentito parlare di pace, così come Modyford non avrebbe potuto raccontare a lungo di non essere riuscito a fargli pervenire alcuna notizia al riguardo, come fece in seguito in una lettera al segretario di stato Lord Arlington.
Con suo grande sollievo, l’8 Dicembre apparvero all’orizzonte gli alberi della flottiglia di Collier.
Il Vice Ammiraglio, di ritorno da una più che fortunata spedizione, non solo aveva razziato i villaggi e le campagne riempiendo le stive di viveri, ma aveva pure catturato una nave, e non una qualsiasi! I corsari francesi esultarono quando la riconobbero, poiché si trattava di una nave corsara di Tortuga, catturata con tutto l’equipaggio cinque anni prima dagli spagnoli.
Ora finalmente Morgan aveva la sua flotta al completo, e non s’era mai vista una quantità tale di navi e di uomini riuniti in un sol posto.
Era in effetti il più grande raduno di corsari nella storia delle Indie Occidentali. Trentotto navi, di ogni dimensione attendevano il segnale dell’ammiraglio.
La più grande era la Satisfaction, l’ammiraglia, con 22 cannoni e 140 uomini di equipaggio. Delle altre, una dozzina erano vascelli da 10 cannoni, con equipaggi di circa 70 uomini, e le rimanenti erano imbarcazioni molto più piccole, prive di armamenti, nelle cui stive, di solito cariche di pesce e tartarughe, avrebbe viaggiato un notevole numero di uomini.
La flotta salpò da Capo Tiburon il 16 Dicembre 1670, diretta verso l’isola di Santa Catalina.
Poiché infatti era stato deciso che l’obiettivo della spedizione sarebbe stata la ricchissima città di Panama, Morgan pensò bene di assicurarsi una base operativa prossima alla costa, e dato che l’isola era tornata in mano agli Spagnoli qualche tempo prima, la conquistò nuovamente.
Con tutte le navi all’ancora a Santa Catalina, studiò le mosse successive.
Vi erano due vie per attraversare l’Istmo: una, quella percorsa da Francis Drake un secolo prima, dal Perù, l’altra, quella che avrebbero seguito, risalendo il fiume Chagres, che si gettava in mare a nord e la cui foce era difesa dal Forte di San Lorenzo. Conquistare il forte era di vitale importanza.
Non volendo allarmare gli spagnoli muovendo contemporaneamente tutta la flotta, Morgan decise di mandare avanti tre navi e poco più di quattrocento uomini, sotto il comando del colonnello Joseph Bradley, con il compito di sbaragliare la guarnigione del forte. Il 30 Dicembre Bradley salpò, e qualche giorno dopo la flotta lo seguì.
Quando Morgan giunse in vista della costa, i corsari vittoriosi di Bradley lo accolsero festeggiando dagli spalti della fortezza, conquistata con notevole dispendio di vite.
La Satisfaction guidava la flotta e si dirigeva verso la foce del fiume.
Con grande orrore di chi la osservava avanzare da terra, anziché aggirare il banco di scogli che si stendeva di poco sotto l’acqua, il Lajas Reef, proseguì diritta, finendovi contro con tale violenza che gli alberi si ruppero e caddero, abbattendosi sugli uomini radunati sul ponte.
Altre quattro navi seguirono la sorte dell’ammiraglia, prima che i capitani si rendessero conto di quello che stava accadendo e che le navi che le seguivano riuscissero a virare per evitare gli scogli.
Era il 12 Gennaio 1671.
A causa del forte vento, nessuna delle cinque navi fu recuperata. Fortunatamente la maggior parte delle provviste stivate, e degli uomini, furono salvati.
Una settimana dopo, Henry Morgan risaliva il Chagres al comando di una flotta di 36 barche e canoe cariche di uomini e armi...
... cosa accadde dopo? lo scoprirete leggendo La Sposa Spagnola ! ;)
Una piccola nota merita il ritrovamento della Satisfaction.
La ricerca iniziò nel Settembre del 2010, quando un gruppo di archeologi della Texas State University annunciò di aver ritrovato alcuni cannoni di ferro sui fondali di fronte alla foce del fiume Chagres e al Castello di San Lorenzo, nella zona della barriera Lajas Reef, e proseguì l’anno successivo con l’eccitante scoperta del fasciame di una delle navi di Henry Morgan, successivamente identificata come l’ammiraglia Satisfaction.
I reperti recuperati, attualmente conservati a Panama, comprendono oltre ai cannoni, una spada, alcuni forzieri, barili di legno, monete e sigilli.
Dal ponte della sua nave, ancorata al largo di Isla Vaca, nell'estremità sud occidentale di Hispaniola, l’ammiraglio Henry Morgan scrutava l’orizzonte, chiedendosi dove diavolo si fosse cacciato il suo Vice Ammiraglio Edward Collier.
Era l’inizio di Dicembre 1670.
Erano passate undici settimane da quando Collier era salpato con quattro navi verso la regione di Rio de la Hacha, con l’intenzione di saccheggiare il territorio e procurare una parte dei viveri che sarebbero serviti a sfamare gli equipaggi che avrebbero preso parte alla spedizione.
| Henry Morgan a Panama - Thomas Nicholls |
La voce di una nuova spedizione di conquista in territorio spagnolo aveva iniziato a diffondersi già dal mese di agosto, dopo che il governatore di Giamaica, Thomas Modyford, gli aveva garantito l’appoggio ufficiale con una nuova lettera di corsa, e grazie alla fama che la conquista di Maracaibo dell’anno precedente gli aveva dato, era riuscito a radunare un incredibile numero di corsari.La lunga attesa tuttavia, che si protraeva da Settembre, si stava rivelando snervante, e temeva che qualche testa calda si stufasse e decidesse di fare conquiste per conto proprio.
L’insofferenza degli uomini l’avrebbe presto spinto a una decisione, ma c’era anche un altro motivo per cui doveva assolutamente prendere il mare. Da Giamaica gli era appena pervenuto un messaggio dal governatore Modyford che gli intimava di affrettarsi a fare qualsiasi cosa avesse programmato, perché stavano giungendo voci di una pace tra Spagna e Inghilterra. Un messaggio che aveva già ricevuto in una precedente occasione, e che diceva espressamente “Sbrigatevi a conquistare qualche città spagnola!”.
Non poteva certo restare ancora per molto a Isla Vaca, e poi fingere di non aver mai sentito parlare di pace, così come Modyford non avrebbe potuto raccontare a lungo di non essere riuscito a fargli pervenire alcuna notizia al riguardo, come fece in seguito in una lettera al segretario di stato Lord Arlington.
Ora finalmente Morgan aveva la sua flotta al completo, e non s’era mai vista una quantità tale di navi e di uomini riuniti in un sol posto.
Era in effetti il più grande raduno di corsari nella storia delle Indie Occidentali. Trentotto navi, di ogni dimensione attendevano il segnale dell’ammiraglio.
La più grande era la Satisfaction, l’ammiraglia, con 22 cannoni e 140 uomini di equipaggio. Delle altre, una dozzina erano vascelli da 10 cannoni, con equipaggi di circa 70 uomini, e le rimanenti erano imbarcazioni molto più piccole, prive di armamenti, nelle cui stive, di solito cariche di pesce e tartarughe, avrebbe viaggiato un notevole numero di uomini.
La flotta salpò da Capo Tiburon il 16 Dicembre 1670, diretta verso l’isola di Santa Catalina.
Poiché infatti era stato deciso che l’obiettivo della spedizione sarebbe stata la ricchissima città di Panama, Morgan pensò bene di assicurarsi una base operativa prossima alla costa, e dato che l’isola era tornata in mano agli Spagnoli qualche tempo prima, la conquistò nuovamente.
Con tutte le navi all’ancora a Santa Catalina, studiò le mosse successive.
Vi erano due vie per attraversare l’Istmo: una, quella percorsa da Francis Drake un secolo prima, dal Perù, l’altra, quella che avrebbero seguito, risalendo il fiume Chagres, che si gettava in mare a nord e la cui foce era difesa dal Forte di San Lorenzo. Conquistare il forte era di vitale importanza.
Non volendo allarmare gli spagnoli muovendo contemporaneamente tutta la flotta, Morgan decise di mandare avanti tre navi e poco più di quattrocento uomini, sotto il comando del colonnello Joseph Bradley, con il compito di sbaragliare la guarnigione del forte. Il 30 Dicembre Bradley salpò, e qualche giorno dopo la flotta lo seguì.
La Satisfaction guidava la flotta e si dirigeva verso la foce del fiume.
Con grande orrore di chi la osservava avanzare da terra, anziché aggirare il banco di scogli che si stendeva di poco sotto l’acqua, il Lajas Reef, proseguì diritta, finendovi contro con tale violenza che gli alberi si ruppero e caddero, abbattendosi sugli uomini radunati sul ponte.
Altre quattro navi seguirono la sorte dell’ammiraglia, prima che i capitani si rendessero conto di quello che stava accadendo e che le navi che le seguivano riuscissero a virare per evitare gli scogli.
Era il 12 Gennaio 1671.
A causa del forte vento, nessuna delle cinque navi fu recuperata. Fortunatamente la maggior parte delle provviste stivate, e degli uomini, furono salvati.
Una settimana dopo, Henry Morgan risaliva il Chagres al comando di una flotta di 36 barche e canoe cariche di uomini e armi...
... cosa accadde dopo? lo scoprirete leggendo La Sposa Spagnola ! ;)
Una piccola nota merita il ritrovamento della Satisfaction.
La ricerca iniziò nel Settembre del 2010, quando un gruppo di archeologi della Texas State University annunciò di aver ritrovato alcuni cannoni di ferro sui fondali di fronte alla foce del fiume Chagres e al Castello di San Lorenzo, nella zona della barriera Lajas Reef, e proseguì l’anno successivo con l’eccitante scoperta del fasciame di una delle navi di Henry Morgan, successivamente identificata come l’ammiraglia Satisfaction.
I reperti recuperati, attualmente conservati a Panama, comprendono oltre ai cannoni, una spada, alcuni forzieri, barili di legno, monete e sigilli.
sabato 2 giugno 2012
2 Giugno 1946, Voto alle Donne
di Faye e Hasmina
Il due di giugno, in Italia, è la Festa delle Repubblica.
Quest'anno, le cerimonie ufficiali che scandiscono la giornata di festa nazionale, avranno un tono più sobrio, in segno di rispetto per le popolazioni dell'Emilia Romagna, vittime del recente terremoto.
Scuole e uffici rimarranno comunque chiusi, e manifestazioni si terranno in tutto il territorio, mentre dal mondo arriveranno al Presidente della Repubblica gli auguri degli altri governanti.
La “Festa della Repubblica”, segna la nascita della forma di governo scelta dal popolo italiano il due e tre giugno 1946, quando con referendum istituzionale indetto a suffragio universale, gli italiani e le italiane furono chiamati alle urne per scegliere fra Monarchia e Repubblica.
Suffragio universale: perché, per la prima vota le donne poterono far conoscere e sentire il proprio peso politico.
La decisione di ammettere al voto la popolazione femminile, fu frutto di una gestazione lunga e difficile, anche se il vento di novità che soffiava dall’America già dal 1920 era destinato a portare i suoi frutti.
La Seconda guerra mondiale aveva forzosamente rallentato questo processo ma, nello stesso tempo, aveva portato ancora di più alla ribalta figure femminili politicamente e socialmente impegnate. La resistenza si era avvalsa di donne generose e intelligenti che avevano fornito un contributo insostituibile alle organizzazioni partigiane: staffette, informatrici, addette stampa o infermiere, organizzavano e tenevano spesso le fila dietro le quinte. E talvolta, erano in prima linea come combattenti.
Eppure, il riconoscimento del voto alle donne dovette attendere: appoggiato e caldeggiato dalle voci della cultura, e dai maggiori partiti politici dell’epoca (DC e PCI) divenne una realtà soltanto con il Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945.
In esso, “Umberto di Savoia, Principe di Piemonte, Luogotenente Generale del Regno”, promulgava, all’art. 1
“Il diritto di voto è esteso alle donne che si trovino nelle condizioni previste dagli articoli 1 e 2 del testo unico della legge elettorale politica, approvato con R. decreto 2 settembre 1919 n. 1495.”
A seguito di questo le donne fecero quindi la prima apparizione storica nelle elezioni amministrative che si tennero fra marzo e aprile del 1946.
Sarà tuttavia proprio il 2 giugno 1946 a rappresentare il “debutto” femminile in politica: milioni di donne italiane affermarono la loro identità, fecero sentire il loro parere, difesero le proprie idee.
E la Repubblica Italiana, per la prima volta, si è colorata di rosa….
Testimonianze e racconti del contributo femminile alla Guerra, li troviamo nei romanzi "Le Compagne" di Guido Gerosa, pubblicato nel 1979, e nel famoso "L'Agnese va a morire" di Renata Viganò, pubblicato nel 1949. Quest'ultimo di ispirazione autobiografica, dato che l'autrice fu, insieme al marito, un'attivista della resistenza.
L'Agnese va a morire
è ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, nelle valli di Comacchio, nel periodo antecedente la liberazione dell'Italia. Agnese, la protagonista, è una lavandaia di mezza età che dopo la morte del marito, catturato e deportato dai nazisti, decide di collaborare con i partigiani assumendo il ruolo di staffetta.
Tradotto in tredici lingue, il romanzo valse alla Viganò il Premio Viareggio nel 1949. Ebbe anche una trasposizione cinematografica nel 1976 per la regia di Giuliano Montaldo, dove il ruolo di Agnese venne interpretato da Ingrid Thulin.
Il due di giugno, in Italia, è la Festa delle Repubblica.
Quest'anno, le cerimonie ufficiali che scandiscono la giornata di festa nazionale, avranno un tono più sobrio, in segno di rispetto per le popolazioni dell'Emilia Romagna, vittime del recente terremoto.
Scuole e uffici rimarranno comunque chiusi, e manifestazioni si terranno in tutto il territorio, mentre dal mondo arriveranno al Presidente della Repubblica gli auguri degli altri governanti.
La “Festa della Repubblica”, segna la nascita della forma di governo scelta dal popolo italiano il due e tre giugno 1946, quando con referendum istituzionale indetto a suffragio universale, gli italiani e le italiane furono chiamati alle urne per scegliere fra Monarchia e Repubblica.
Suffragio universale: perché, per la prima vota le donne poterono far conoscere e sentire il proprio peso politico.
La decisione di ammettere al voto la popolazione femminile, fu frutto di una gestazione lunga e difficile, anche se il vento di novità che soffiava dall’America già dal 1920 era destinato a portare i suoi frutti.
La Seconda guerra mondiale aveva forzosamente rallentato questo processo ma, nello stesso tempo, aveva portato ancora di più alla ribalta figure femminili politicamente e socialmente impegnate. La resistenza si era avvalsa di donne generose e intelligenti che avevano fornito un contributo insostituibile alle organizzazioni partigiane: staffette, informatrici, addette stampa o infermiere, organizzavano e tenevano spesso le fila dietro le quinte. E talvolta, erano in prima linea come combattenti.
Eppure, il riconoscimento del voto alle donne dovette attendere: appoggiato e caldeggiato dalle voci della cultura, e dai maggiori partiti politici dell’epoca (DC e PCI) divenne una realtà soltanto con il Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945.
In esso, “Umberto di Savoia, Principe di Piemonte, Luogotenente Generale del Regno”, promulgava, all’art. 1
“Il diritto di voto è esteso alle donne che si trovino nelle condizioni previste dagli articoli 1 e 2 del testo unico della legge elettorale politica, approvato con R. decreto 2 settembre 1919 n. 1495.”
A seguito di questo le donne fecero quindi la prima apparizione storica nelle elezioni amministrative che si tennero fra marzo e aprile del 1946.
Sarà tuttavia proprio il 2 giugno 1946 a rappresentare il “debutto” femminile in politica: milioni di donne italiane affermarono la loro identità, fecero sentire il loro parere, difesero le proprie idee.
E la Repubblica Italiana, per la prima volta, si è colorata di rosa….
L'Agnese va a morire
è ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, nelle valli di Comacchio, nel periodo antecedente la liberazione dell'Italia. Agnese, la protagonista, è una lavandaia di mezza età che dopo la morte del marito, catturato e deportato dai nazisti, decide di collaborare con i partigiani assumendo il ruolo di staffetta.
Tradotto in tredici lingue, il romanzo valse alla Viganò il Premio Viareggio nel 1949. Ebbe anche una trasposizione cinematografica nel 1976 per la regia di Giuliano Montaldo, dove il ruolo di Agnese venne interpretato da Ingrid Thulin.
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