giovedì 16 maggio 2013

La "Trilogia dei Sensi" di Anne Rice

di Master8888




Cominciamo da una nota "tecnica", "Risveglio" era già stato pubblicato in Italia nel 1995 con il titolo "LA BELLA ADDORMENTATA", "Abbandono" nel 1997 con il titolo "IL RISVEGLIO DELLA BELLA ADDORMENTATA", mentre "Estasi" non mi risulta sia stato prima pubblicato in Italia.

Fare un breve riassunto (per orientare chi leggerà il mio  commento senza aver letto i libri) della trama dei volumi appena citati non è cosa difficile.
Infatti, anche se la quantità di particolari e di dettagli nei quali Anne Rice si diffonde è notevole (e non potrebbe essere diversamente, trattandosi di tre volumi... ), la trama può essere sintetizzata in poche battute.

La Bella Addormentata (con tutti gli abitanti del suo castello) viene svegliata da un principe, che in cambio la porta con sé in una strana corte, dove molti principi e principesse dati in ostaggio vengono sottoposti a durissimi trattamenti, fatti di ogni genere di umiliazioni e punizioni sessuali e non, con una impronta chiaramente sadiana.
La gran parte del racconto è composta dalla descrizione di queste umiliazioni e punizioni, anche attraverso la nascita di rapporti fra i sottomessi che nel meccanismo narrativo della Rice divengono modo per far raccontare da uno all'altra cose subite, allargando così la lussureggiante proliferazione di dettagli sadici (ma non con la noiosità che ho sempre rimproverato a Sade).
Non esiste alcuna consensualità, tuttavia la Rice cerca di  delineare reazioni psicologiche complesse attraverso cui si creano "complicità" vittime-carnefici, ma sinceramente questo aspetto mi sembra il meno felice della narrazione, dato che le forzature risultano evidenti.

Detto in breve della trama, possiamo venire al mio commento.
Il mio ragionamento non può non partire dal fatto che ANNE RICE è un'autrice notissima per i suoi romanzi horror che ha voluto scrivere anche dei romanzi erotici, non il solito piccolo scrittore/scrittrice "di nicchia", come sono spesso gli autori e autrici di romanzi erotici.
Già secondo me da queste considerazioni si ricava la chiave di lettura dei volumi di cui sto parlando, diversamente si incorrerebbe in errori fondamentali di giudizio.
Il racconto horror si basa su una "convenzione", magari non percepita esplicitamente, ma molto presente e solida. L'autore scrive una storia in cui vengono commesse cose che contravvengono alle leggi necessarie alla convivenza civile o anche a leggi fisiche e logiche (elementi o interi mondi fantastici). Questo è accettato senza problemi perché la finalità del racconto horror è puramente ludica e il divertimento sta nell'ambigua identificazione (consapevole o inconsapevole) del lettore ora nella vittima, ora nel carnefice.
Si tratta di un piacere accettato perché è ovvio e sottinteso che rimane puramente mentale (dei soggetti eccezioni patologiche qui non si tratta) e termina quando si chiude il libro.
E' un piacere di natura certamente sadomasochistica, in quanto derivante dalle sensazioni di paura e disagio per ciò che si legge capita alle vittime, che vira al sadismo in momenti in cui ci si "sintonizza" sul carnefice (magari qualcuno ha indugiato a volte sull'idea di mangiarsi il fegato del capufficio o del collega "strarompi" con le fave e una bottiglia di Chianti, per fare un riferimento ad un horror non di Anne Rice, ma notissimo...).
A questo punto dovrebbe essere già chiaro che il meccanismo posto alla base dei romanzi erotici di cui sto trattando NON è di tipo BDSM, ma di tipo prettamente horror.

Il BDSM è un modo di dare ordine, regole e quindi fattibilità nel mondo vivibile concretamente alle pulsioni di natura sadomasochistica (in senso ampio), deve avere quindi un solido ancoraggio innanzi tutto alla CONSENSUALITA' piena fra le parti e poi ai limiti fisici e psicologici degli esseri umani (anche se, come in altre attività umane tipo lo sport, si cerca di abbassare sempre piu' i limiti grazie alla predisposizione dei soggetti e con l'"allenamento").
L'approccio di Anne Rice non è minimamente BDSM (nel senso appena detto), ma puramente horror, una soddisfazione che è basata su realtà ovviamente irrealizzabili, sia perché puramente fantastiche (si potrebbe definirle horror-fantasy-erotiche), sia perché avulse totalmente dalla consensualità (che per gli autori horror è chiaramente inesistente), sia perché contravviene ai limiti fisici e psicologici dell'essere umano.
Per chiarezza, non posso non fare un paragone con "L'HISTOIRE D'O", in cui si è limitato l'elemento fantastico al contesto, ma nel contempo si è voluto far vedere un rapporto BDSM (e quindi innanzi tutto consensuale) spinto fino agli estremi limiti, chiaramente irraggiungibili per il 99% di quelli che praticano realmente BDSM, ma comunque ancora collocabile in un ambito BDSM.
Anne Rice in base a quello che ha scritto in teoria potrebbe non sapere neanche cosa sia il BDSM, usa i "moduli", per lei soliti, dell'horror, semplicemente "specializzandoli" su elementi erotico-sadomasochistici.
Piuttosto, da questi lavori di Anne Rice emerge scopertamente la parentela fra le favole tradizionali e la letteratura horror.

E' idea non certo originale, ma scritta e ripetuta da molti, che le favole "per bambini" abbiano spesso un contenuto di crudeltà molto alto, fra orchi, lupi, streghe, bambini e nonne che rischiano di essere mangiati, sortilegi crudeli di ogni genere e così via.
Il riferimento, anzi il prendere le mosse dalla "Bella addormentata nel bosco" mi pare un evidente "omaggio" a questa opinione.
A me il mondo crudele ed umiliante prodotto dalla mente di Anne Rice ha fatto pensare letterariamente a quel gigante della letteratura (e chi non lo percepisce come tale ha molto da studiare in materia...) che è il "Pinocchio" del nostro buon Collodi.
Se si riesce a vedere oltre gli orpelli pruriginosi delle esagerazioni sadomasochistiche di Anne Rice e si riesce a "distillare" l'essenziale, si dovrà ammettere che i bambini discoli irretiti con la promessa di poter viver nel "paese dei balocchi" e poi trasformati in asini da far lavorare a bastonate non sono così diversi dai "principi e principesse" condannati ai lavori piu' umili e degradanti per gli abitanti del villaggio.
E il percorso di riscatto fra mille errori e sofferenze attraverso cui il burattino di legno Pinocchio arriva a poter essere un bambino vero in carne ed ossa, non è così diverso dal percorso di Bella che si sviluppa nell'intera trilogia.
Come diceva la modista della regina Maria Antonietta, nella moda non c'è nulla di nuovo, solo cose reinventate.
Una cosa degli scritti erotici  di Anne Rice su cui invece vorrei soffermarmi perché avrebbe potuto fare scelte diverse (e quindi è utile capire il perché ha scelto in un certo modo) è la proliferazione dell'omosessualità in tutte le sue forme, ma soprattutto in quella della "violazione" del maschio, umiliato e penetrato sempre in modi estremi.

Non posso sapere se Anne Rice si sia resa conto esattamente delle implicazioni di questa sua scelta e quindi l'abbia fatta consapevolmente o no, ma in effetti io sono convinto dell'esistenza di precisi rapporti fra tendenze sadomasochistiche e inclinazioni omosessuali, premettendo immediatamente che tutti gli esseri umani, prescindendo dal loro sesso biologico sono psicologicamente un mix di maschile e femminile, ovviamente in percentuali assai variabili da soggetto a soggetto.
Detto questo, non bisogna dimenticare che se si guarda ai tempi dell'evoluzione, noi umani eravamo animali "fino a ieri"  e quindi alcuni insegnamenti possono certamente essere tratti dall'etologia, cioè dalla scienza che studia il comportamento animale, guardando in particolare al comportamento degli animali che vivono in gruppo e quindi hanno delle regole e atteggiamenti con cui sviluppano i loro rapporti.
Riducendo tutto alle grandi linee (tenendo quindi presenti i difetti delle semplificazioni), possiamo dire che di solito ci sarà nel gruppo un maschio dominante ("maschio Alpha"), delle femmine che si sottomettono al maschio dominante, ma che possono anche essere molto forti e aggressive (per procacciare cibo e difendere la prole), fino, in circostanze che lo rendono necessario, divenire esse stesse dominanti, dei maschi che vorrebbero divenire Alpha o sono stati Alpha ma non essendolo sono fuori dal gruppo e fanno vita solitaria (diversamente si viene allo scontro e il maschio Alpha "in carica" può vincere o essere sostituito) ed infine dei maschi che per non essere espulsi dal gruppo si sottomettono, ottenendo così i vantaggi derivanti dal vivere in gruppo.
So bene che molti a questo punto avranno pensato che tutto questo non ha nulla a che fare con ciò di cui sto scrivendo, ma se avete un poco di pazienza capirete i nessi.

Infatti, fra gli animali che vivono in gruppo la sottomissione maschile si esprime spesso con l'assunzione di atteggiamenti femminili da parte del maschio che si sottomette, ad esempio si arriva a mimare l'atto sessuale o in alcuni casi perfino si ha un vero e proprio tentativo di atto del maschio dominante su quello sottomesso.
E' quindi evidente che esiste una base naturale che sorregge la relazione fra sottomissione maschile e omosessualità.
Tuttavia, essendo l'essere umano psicologicamente molto complesso e soprattutto esistendo la sovrapposizione di cospicui elementi culturali (intesi come cultura tradizionale di un popolo, derivante dai contesti e dalla storia) si possono creare "mascheramenti" che rendono non ben distinguibili le cose.
Ma, ad esempio, non possiamo dimenticare che il primo sadomasochismo consapevole e consensuale è nato in ambito gay, con le culture leather (o "dei motociclisti" per usare un termine italiano), assai prima delle definizioni di S/M e poi di BDSM e con l'allargamento a rapporti eterosessuali di Dominazione/sottomissione.
E non si può non tener presente che statisticamente i maschi che in maggior numero (maggiore in altissima percentuale) si avvicinano al BDSM prediligono ruoli sottomessi, anche se (a mio avviso per effetto culturale, nel senso già visto) cercano spasmodicamente come essere umano Dominante una "super donna", nell'immaginario bellissima, con gambe lunghissime, vestita di pelle (Catwoman, ad esempio, è un "prodotto di massa" esterno al BDSM, il quale dimostra la fortuna di certe fantasie...).
E' ovvio che l'esasperazione dei caratteri femminili serve da grande rassicurazione di non perdere la virilità, in un contesto culturale che ancora fatica a combattere l'omofobia di cui è intriso e non ha certo saputo affrancarsi realmente dai ruoli predeterminati.
Ma se si potesse entrare nel dettaglio di certi "giochi" fra Dominatrici e sottomessi si svelerebbe immediatamente l'assunzione del ruolo "femminile" da parte del sottomesso e, invece, "maschile" della Dominatrice.
Dominatrici che anche se (per fortuna) sono sempre piu' frequentemente donne che assumono questo ruolo per scelta disinteressata e spontanea, sono comunque spesso mercenarie ben pagate, a dimostrare quanto sia alta la "domanda" da parte degli uomini con vocazione alla sottomissione.
Al confronto, i veri Dominanti uomini, i veri "maschi Alpha" (e si è tali se, ritornando all'etologia, o si domina o si preferisce restare soli "fuori da qualsiasi branco", quindi in una condizione di sofferenza) sono rarissimi, come è ovvio se si guarda ai motivi ancestrali che li fanno così come sono.
E non tragga in inganno il numero di master presenti sui siti BDSM, premesso che in internet ognuno si definisce come vuole, tanti racconti attendibili dicono come moltissimi siano felicissimi di soccombere davanti ad una avvenente "Catwoman" o accontentarsi di normalissime avventure, dato che evidentemente i loro moventi sono piu' semplicemente di sessualità "stravagante" che basati su una reale e profonda vocazione all'essere master.
Non ci sono "lauree" o "titoli", ma solo la forza dei comportamenti e della coerenza (o incoerenza).
 Mi accorgo di aver divagato, ma ciò che volevo non era tanto parlarvi dei racconti erotici di Anne Rice, quanto fornirvi "le chiavi di lettura" per comprenderli in modo corretto (come romanzi fantasy-horror-erotici, non certo "erotici puri" o tantomeno BDSM) ed inoltre farvi riflettere sulla complessità della natura umana (sotto il mascheramento delle sovrastrutture culturali) e i suoi molteplici nessi con la sfera dell'erotismo e della sessualità.

venerdì 19 aprile 2013

Tiziano alle Scuderie del Quirinale

di Romy




“Venere che benda Amore” (olio su tela, 1559-1561 o secondo altre fonti nel 1565), è uno dei dipinti esposti alle Scuderie del Quirinale fino al 16 giugno 2013.
E’ un dipinto del tardo Tiziano, composto quando il maestro aveva circa 80 anni.
Il colore è denso, pastoso, quasi palpabile.
L’attenzione dell’osservatore è focalizzata su Venere, splendida dea  incoronata, nell’atto di passare  una benda sugli occhi di Cupido, per rendere l’Amore  “cieco”. Altre tre figure compongono il quadro e ne giustificano concettualmente la composizione.
In piedi, appoggiato alla spalla destra della dea, un altro putto alato osserva l’azione.
E’ Anteros, il fratello maggiore di Eros, l’amore con gli occhi aperti, simbolo della capacità di scrutare le emozioni estetiche che suscitano la voluttà, che con il suo atteggiamento sembra chiedere alla madre se sia ben sicura di quello che sta facendo;  Afrodite  si ferma e volge lo sguardo, perplessa.
Sulla destra della composizione, due ancelle:  quella con l’arco  prefigura la castità e la purezza  nell’Amore,  in ricordo dell’Artemide greca, oppure la percezione cognitiva; l’altra, che a seno nudo accarezza gli strali appuntiti nella faretra, è simbolo dell’ebbrezza  della voluttà, o esprime la metafora dell'intuizione che va oltre i dati percepiti dall'occhio.  Entrambe hanno lo sguardo rivolto alla dea, attendono i suoi ordini,  per consegnare arma e munizioni ad uno soltanto dei suoi figli.
Se Venere deciderà  di cedere le armi a Cupido bendato, la passione amorosa si rivelerà  ardente ed improvvisa, consumando tutto il suo calore  in un fuoco di paglia; ma se le lascerà  ad Anteros,  prevarrà l’amore paziente e saggio.
Al di là delle molteplici interpretazioni date su questo quadro, che la critica moderna tende a spiegare in chiave psico-pedagogica, rimane l’impressione fortissima data dall’esplosione di colori caldi, giocati sui toni di un autunno accesso di oro e rosso bruno.
Il colore non è mai accessorio in Tiziano ma rappresenta, insieme alla luce, la forza dell’espressione. Si fa materia, diventa arte.
Arte sublime.

sabato 13 aprile 2013

Tre colori per dipingere

di Erin Kross


 

Eccomi di nuovo con voi per parlare dell'arte di dipingere, e inizieremo proprio dai colori.
A differenza di quello che forse molti di voi pensano, per dipingere non occorrono molti colori, al contrario, ne bastano solo tre: i cosidetti "primari", e l'articolo di oggi sarà dedicato a mostrarvi come utilizzarli per creare il vostro primo dipinto su carta.

Per prima cosa procuratevi le tempere di buona marca, che useremo come acquerelli, di questi colori:
 
 
rosso magenta (primario) - giallo (primario) - blu cian (primario)
 
 
Vengono detti primari poiché sono i più importanti, e perché da essi si ricavano tutte le varianti di colori e tonalità. Mescolando tra loro in parti uguali il Giallo, il Magenta e il Cian, potremo ricavare i colori secondari: l'Arancio, il Viola, il Verde.


Magenta + Giallo (in parti uguali) = Arancio
Giallo + Cian (in parti uguali) = Verde
Magenta + Cian (in parti uguali) = Viola
 
 
Dai questi colori si ricavano tutte le successive gradazioni, chiare, scure, tendenti più ad un primario che ad un altro. Ricordate che il Nero, non è un colore, ma la mescolanza di tutti e tre i colori primari in parti uguali.

Ora metteremo in pratica queste semplici nozioni, e seguendo alcune facili istruzioni, realizzeremo il disegno di un mazzo di fiori.

1) Su un foglio da disegno F4  (cm 24x34) disegnamo a matita un mazzo di fiori, come più ci piace. Per facilitarvi potete copiare un disegno già fatto che vi piace


2) Prepariamo i colori primari su un piattino – un pennello – un vasetto d’acqua.


3) Cominciamo a dipingere i fiori usando i colori diluiti con acqua, come se fossero acquerelli:

rosso per i fiori rosa
blu cian per i fiorellini celesti
giallo per i fiori a tanti petali


4) Proseguiamo mettendo in pratica le nozioni precedenti: mescoliamo i primari ricavare i colori secondari con i colori composti o secondari:
Viola = rosso+blu cian - per dipingere la violetta
Verde = giallo+blu cian - per le foglie e i gambi
Arancio = giallo e una punta di rosso


Usiamo sempre i colori diluiti con acqua, creando almeno 2 gradazioni di viola e 3 di verde, unendoli in parti leggermente diseguali: basta usare un po’ più di giallo oppure un po' più di blu, per avere verdi più chiari o più scuri. Lo stesso procedimento si userà per ottenere diverse gradazioni di viola: un po’ più di blu, oppure un po' più di rosso.

 
Per i gambi, potete creare una sfumatura più scura aggiungendo al verde che avete usato per le foglie una piccola punta di rosso. Anche il fiore blu può essere reso più scuro, aggiungendo una puntina di rosso per le ombre.

A questo punto rinforziamo i contorni con una matita, per migliorare le profondità del mazzolino di fiori, e il disegno è completo!
Una volta che avete preso dimestichezza nel creare i vari toni e gradazioni di colore, potrete sbizzarrirvi a dipingere vasi di fiori primaverili, e cimentarvi in lavori via via più complessi. Il segreto è tutto nei colore... anzi, in tre colori!

                   
 

lunedì 8 aprile 2013

Il primo caffè del mattino di Diego Galdino



by Andreina


Diego Galdino nasce a Roma il 24 Luglio 1971 a sedici anni inizia a lavorare nel bar dei suoi genitori. Questo non gli impedisce però di continuare a coltivare le sue grandi passioni: l'arte, il cinema e soprattutto la letteratura. Divora romanzi di ogni genere ed inizia a collezionare prime edizioni originali, alcune delle quali farebbero invidia a molte rinomate biblioteche: 'Il vecchio e il mare, Persuasione, Jane Eyre, Il conte di Montecristo, Cime tempestose, Via col Vento, Piccole Donne, Il piccolo Lord, Daisy Miller, La fiera delle vanità, La valle dell'Eden, Nicholas Nickleby e tanti altri capolavori affollano gli scaffali della sua libreria. La lettura a poco a poco instilla in lui il fuoco della scrittura che inizia ad ardere sempre di più fino a trasformarsi in un incendio di creatività perennemente acceso. Questa creatività ha portato ora alla pubblicazione del romanzo Il primo caffè del mattino da parte di una prestigiosa casa editrice come la Sperling & Kupfer, donando a Diego Galdino il giusto proscenio e soprattutto realizzando il suo sogno di scrittore. Sito ufficiale  qui


Caro Diego, benvenuto al Pinkafè,.
A breve uscirà in libreria il tuo nuovo romanzo, Il primo caffè del mattino, una commedia romantica adatta principalmente a un pubblico femminile, che segna anche un grande traguardo per te: pubblicare con una grande casa editrice come la Sperling & Kupfer. Cosa hai provato quando hai saputo che avrebbe pubblicato il tuo romanzo?


Prima di tutto grazie per l’ospitalità e un grande saluto a tutte le lettrici dei Pinkafè.Quando il mio agente letterario mi ha chiamato per dirmi che la Sperling mi aveva messo sotto contratto, mi sono sentito come la Vivian di Pretty woman quando vede arrivare Richard Gere con in mano un ombrello a mo di spada e un mazzo di fiori dall’altra …in quel momento ho pensato …avrò la mia favola…

Come è nato questo romanzo? Massimo, il protagonista, ha forse qualcosa di te, dato che tu stesso sei un barista e servi il caffè ogni mattina?

Tanti visto il lavoro che svolgo abitualmente da ben ventisei anni, potrebbero pensare che questo mio romanzo sia autobiografico ed io potrei lasciarlo credere, ma in realtà Massimo è molto più bello del sottoscritto…

Come mai hai scelto per protagonista femminile una ragazza francese? Puoi raccontarci qualcosa di lei?

Ebbene si ho un debole per le attrici francesi…il mio ideale di bellezza femminile nasce dal tempo delle mele con la splendida Sophie Marceau. Scegliere una ragazza francese come protagonista è stato come voler contrapporre due diverse culture, regalare un pizzico di esterofilia alla storia e soprattutto giocare in casa per far capire ad una francese che la città dell’amore non è Parigi ma Roma. Genevieve è la donna di tutte le canzoni di Antonello Venditti, magica come Una sirena a Manhattam, inaccessibile come la principessa di Amarsi un po’.
Per farla breve una donna che rende i suoi enormi difetti i suoi più grandi pregi.

Ci sono degli autori, o delle autrici, che consideri importanti in quello che è stata la tua crescita come scrittore?

Beh! Sicuramente essendo io prima di tutto un lettore e poi uno scrittore, molti sono gli autori e molte sono le autrici che hanno influenzato il mio modo di scrivere, ma preferisco citare i miei due libri preferiti, badate bene non i più belli che abbia mai letto, ma i due a cui sono più legato. Pesuasione di Jane Austen e Le pagine della nostra vita di Nicolas Sparks. Se siamo qui oggi è senza dubbio merito di questi due romanzi


Ti senti in qualche modo affine a Nicholas Sparks, e per quale motivo?

La prima cosa che mi viene in mente da rispondere è un enorme magari !!!!

Cosa vedi nel tuo futuro dopo questo nuovo libro? hai già in mente un'altra storia? 

Di sicuro continuerò a scrivere e a lavorare nel mio bar.
Ho tante storie d’amore in testa  che aspettano solo di essere scritte …ovviamente Il primo caffè del mattino permettendo.

Grazie ancora a Diego Galdino per la tua cortesia e disponibilità.

Grazie a te per essere stata una padrona di casa gentile e paziente e un grazie al Pinkafè.



Trama di  "Il primo caffè del mattino" 

Tra equivoci, baci e lunghe passeggiate romane, una commedia romantica lieve, divertente e tutta italiana, con una protagonista d'eccezione: la città più magica del mondo.

Massimo ha poco più di trent’anni, è il proprietario di un piccolo bar nel cuore di Roma, e non si è mai innamorato davvero. Ogni mattina, all’alba, esce di casa, attraversa Piazza Santa Maria in Trastevere e raggiunge il suo bar. Lì lo aspetta il primo caffè della giornata, quello dall’aroma più intenso, e dal sapore più buono. In fin dei conti sta bene anche da solo, continua a ripetersi man mano che il locale si anima: a tenergli compagnia ci pensano i clienti affezionati, con cui ogni mattina Massimo saluta la giornata fra tintinnio di tazzine, profumo di cornetti caldi e un po’ di chiacchiere. Allora come mai, il giorno in cui improvvisamente entra nel bar una ragazza dagli occhi verdi, il viso spruzzato di lentiggini e l’aria sperduta di una turista straniera, Massimo non riesce a toglierle gli occhi di dosso?Né tanto meno a farsi capire in nessuna lingua: al punto che, tempo cinque minuti di interazione, si ritrova una zuccheriera rovesciata addosso, la porta sbattuta in faccia e qualcosa di molto simile a un cuore spezzato che gli martella nel petto. Ma la ragazza con le lentiggini, che viene da Parigi, di nome fa Geneviève e di mestiere inventa cruciverba, tornerà presto da Massimo: perché ha un segreto che non può rivelare a nessuno, e che la lega proprio a quel luogo. Massimo – che da quando l’ha incontrata la prima volta, con la frangia spettinata e il vestito rosso – non se l’è più tolta dalla testa, non potrà che corteggiarla con le armi che conosce meglio: caffè, cappuccini e il fascino di Roma. Sperando che, nonostante tutti i segreti che Geneviève nasconde, entrambi si ritrovino a volere la stessa, unica cosa: bere insieme il primo caffè del mattino. Tutte le mattine. Tra equivoci, baci e lunghe passeggiate romane, una commedia romantica lieve, divertente e tutta italiana, con una protagonista d’eccezione: la città più magica del mondo.
















giovedì 21 marzo 2013

Primavera a Roma

di Romy



Piazza di Spagna e Trinità dei Monti
Nel primo giorno di primavera, rallegrato a Roma da una temperatura mite e da un cielo azzurro che fa dimenticare il maltempo dei giorni passati, ripropongo ai lettori di Pinkafé la storia e le immagini di uno degli angoli più suggestivi della Città Eterna.
I gradini della scalinata di Trinità dei Monti saranno rivestiti fra poco dei colori brillanti di centinaia di azalee ad opera dei vivaisti romani, uno spettacolo che ogni anno lascia senza fiato cittadini e turisti da ogni parte del mondo.


Forse non tutti sanno che…

Intorno al 1500, questa zona era considerata suburbana e coltivata a vigne. Divenuta di passaggio per i forestieri che entravano in città attraverso Piazza del Popolo, fu subito chiaro che necessitava di una sistemazione architettonica.
Il nome della piazza deriva dalla sede dell'Ambasciata di Spagna presso lo Stato Pontificio (oggi santa Sede), un palazzo situato sul lato meridionale e risalente al 1647, ma fu a lungo contestato dai francesi che possedevano il terreno di Trinità dei Monti e la parte settentrionale della piazza, conosciuta a quel tempo come “Piazza di Francia”.
Per collegare la chiesa di Trinità dei Monti alla piazza sottostante si pensò alla costruzione di una grande scalinata, un progetto che già il cardinale Mazzarino aveva approvato nel 1660.
La scenografica scalinata venne terminata nel 1725 su progetto dell’architetto Francesco De Sanctis, dopo aver ottenuto l’approvazione francese e quella papale.
È articolata in rampe da dodici gradini ciascuna, per un totale di 136 gradini, in un’alternanza di terrazze, tratti curvi e dritti, in ossequio al gusto barocco.
Ai piedi della scalinata la "Barcaccia" di Pietro Bernini (1629), padre di Gian Lorenzo, la prima fontana alimentata dall’acquedotto dell’Acqua Vergine, di cui riparleremo in seguito a proposito di Fontana di Trevi.
L’idea di rappresentare una vecchia barca in pericolo di affondare fu una trovata geniale del Bernini, il quale ovviò così al problema causato dalla bassa pressione dell’acqua. La tradizione però ascrive l’idea a Papa Urbano VIII, impressionato da una barca che si era arenata sulla piazza a seguito di una piena del Tevere.

sabato 9 marzo 2013

Nel Micromondo di Michael Crichton

di Hasmina



 

 
Honolulu, Hawaii.
In un buio stabile di periferia, ufficio di un piccolo avvocato del luogo, regna il silenzio. Tutto sembra in ordine. Se non fosse per tre cadaveri stesi sul pavimento. Sul loro corpo non ci sono segni di lotta, solo dei tagli piccolissimi ma profondi e letali. L'unico indizio trovato sul luogo del delitto è un minuscolo robot, quasi invisibile all'occhio umano, dotato di lame affilatissime. La polizia brancola nel buio. Quello che tutti ignorano è che la Nanigen Micro-Technologies, una società che si occupa di microtecnologie mediche, nella foresta hawaiana nasconde una base segreta, dove mette alla prova apparecchiature finora ignote alla comunità scientifica. Qui è in corso un'operazione rivoluzionaria dai finanziamenti occulti, tesa a studiare le infinite forme di vita di cui brulica il sottobosco per sfruttarne le risorse a scopo medicinale. I dirigenti della Nanigen sono pronti a uccidere chiunque metta i bastoni tra le ruote a questo investimento miliardario. Ma per i loro laboratori hanno bisogno di reclutare nuovi, ignari scienziati: un gruppo di dottorandi dell'università di Harvard capitanati da Peter Jansen, esperto di veleni, e Karen King, aracnologa. I sette giovani, una volta approdati alle Hawaii, si trovano catapultati di persona in un pericolosissimo esperimento scientifico, e costretti a fronteggiare una natura sorprendentemente ostile e sconosciuta.


"La prima volta che lessi il manoscritto inconcluso di Michael Crichton, potevo praticamente sentire la sua eccitazione riempire le pagine. Stava scrivendo al massimo della sua abilità, con un grande senso dell'avventura, nell'esplorare un mondo misterioso e quasi inimmaginabile, il micromondo. Il mondo naturale delle creature piccolissime. Micro mostri, micro bellezza, e suspense al cardiopalma."  -- Richard Preston


Ci ha affascinati col miracolo della genetica di Jurassic Park, guidati alla scoperta delle miniere di Salomone in Congo, portati indietro nel tempo con Timeline, immersi nell'avventura dei caraibi del XVII secolo, ed ora, rimanendo fedele alla sua vena avventuroso/fantascientifica,  Michael Crichton, che personalmente cosidero uno degli autori più eclettici e visionari, quasi premonitori del futuro, come Jules Verne molto tempo primia, ci apre le porte di un mondo invisibile, ignorato e pressoché sconosciuto, ma proprio per questo pericoloso e letale, in Micro.
Lasciato incompiuto alla sua morte, avvenuta nel 2008, Micro è stato completato dallo scrittore Richard Preston. Un'eredità eccitante ma allo stesso tempo immagino onerosa, perché avrebbe dovuto far rivivere una genialità unica nel suo genere, e dare un senso di continuità al lavoro già fatto. Chi è rimasto incantato da Jurassic Park o da Timeline, non può non ritrovare in questo ultimo romanzo la ricchezza creativa di Cricthon, ma allo stesso tempo si sente che manca qualcosa, e si sente la presenza di una mano diversa.


Quante volte ci capita di rivolgere un pensiero a quello che sta sotto i nostri piedi? a quell'universo laborioso e invisibile che pullula di vita, di organismi, animali piccolissimi? In realtà, è come se non esistesse, talmente al di fuori della nostra portata, della nostra attenzione... E in quelle poche occasioni in cui ci ritroviamo ad osservare distrattamente la corazza color petrolio di uno scarabeo, o l'effimera eleganza di una tela di ragno, oppure una fila di comuni formiche, non li vediamo per i predatori letali che realmente sono nel loro mondo, il micromondo, appunto.
Immaginatevi per un attimo di venire miniaturizzati ad un'altezza di pochi millimetri, e di essere abbandonati nella foresta pluviale delle Hawaii, in una dimensione dove le formiche operaie sono grandi e feroci come grossi pitbull, e possono tranciare il corpo di un umano con un solo colpo delle mandibole, dove coleotteri, vespe, ragni, mosche, larve sono in agguato dietro ogni gigantesca foglia, ciascuno di essi dotato di forza e di "armi" biologiche contro cui non avete protezione... dove le distanze sono insormontabili, i rivoli di pioggia enormi fiumi in piena che spazzano ogni cosa... Un mondo sconosciuto e letale come potrebbe essere una foresta del Giurassico, e dove l'unica cosa che può tenervi in vita è la vostra abilità, la vostra resistenza, e le vostre conoscenze.
Ma oltre ad esplorare il micromondo naturale - in tutti i libri di Crichton la natura è bellissima, ma anche e inevitabilmente letale e ingovernabile - Micro ci mostra l'utilizzo di una tecnologia sofisticatissima, che se da un lato permetterebbe di esplorare, studiare e conoscere cose a noi ancora sconosciute, dall'altro rappresenta il peggiore degli incubi, perché dove si ferma la natura, iniziano la tecnologia ed i robot ispirati ad essa, il cui unico scopo è il denaro e il potere. E chi potrebbe mai fermare qualcuno con un esercito di microrobot in grado di uccidere rapidamente, silenziosamente, e in modo totalmente invisibile?


venerdì 1 marzo 2013

Alice in zombieland di Gena Showalter

by Andreina


A sedici anni vediamo la vita in modo differente da un adulto, non sentiamo le responsabilità che l'età matura comporta. Si provano sensazioni uniche: la prima cotta, le feste, i primi baci, le uscite con i ragazzi, l'appuntamento importante che ti fa battere il cuore! Ah l'adolescenza che meraviglia, un caleidoscopio di colori ti circondano, avrai tanti  ricordi che serberai per sempre.

Anche Alice ha sedici anni. Lei non ha vissuto la sua adolescenza. Intrappolata in una situazione famigliare che non lascia scampo, la sua vita scorre nel grigiore più assoluto. Una famiglia strana la sua: un padre paranoico che col buio vede  mostri ovunque, così impaurito che non permette alla figlia di uscire di casa se non alla luce del sole, perché è convinto che il buio porta  la morte. Vede ovunque  mostri orribili che non aspettano altro che nutrirsi di esseri umani. La madre nonostante sia una donna dolce che ama molto i suoi figli, asseconda il marito nella sua follia; infine Emma la sorellina adorata, che insieme a lei subisce questa situazione.
Nonostante Alice cerchi di far ragionare il padre, lui continua a negarle il permesso di uscire dopo il tramonto, quindi niente feste, niente appuntamenti, niente di niente, sino a quando un giorno accade un miracolo. Alice riesce finalmente a persuaderlo ad assistere con tutta la famiglia al saggio di danza di Emma,  restando fuori fino al tramonto.
Questo avrà conseguenze terribili, che cambieranno il corso della sua vita.

Alice però non si lascia spezzare dal dolore, è una ragazza forte, e grazie agli insegnamenti del padre affronterà il suo futuro con coraggio e determinazione.
Quando scopre che  lui aveva ragione riguardo ai pericoli che si celano nell’oscurità, si allea con un gruppo di ragazzi. Insieme combatteranno  i mostri.
Essi esistono realmente e adesso vogliono proprio lei!

Il destino di Alice in seguito si intreccerà con quello di Cole, ragazzo misterioso con cui sembra avere un legame che va oltre la comprensione di entrambi.
I personaggi secondari che ruotano intorno alla protagonista nonostante condividono lo stesso obiettivo, sono molto diversi tra di loro, e questo crea alcuni conflitti. La sfiducia, il rancore e le gelosie della piccola comunità non permettono ad Alice di integrarsi. In seguito grazie al suo carattere forte e impavido, riuscirà a farsi accettare.
Kat l'amica di Alice, mi è rimasta impressa  perché oltre a essere un punto di riferimento per la ragazza, l’ha strappata all’apatia nella quale era scivolata.

Conosco Gena Showalter per la sua famosa serie "Lords of the Underworld", genere  paranormale completamente differente da questo romanzo.
Leggendolo  sono rimasta  piacevolmente stupita. Mi aspettavo un young adult tipicamente adolescenziale, invece l'ho trovato adatto anche a un pubblico più grandicello. L'autrice è stata davvero molto brava. Infatti dopo averci conquistato con un’avvincente saga paranormal, adesso ci propone una storia giovane fresca e appassionante. Anche la cover è bellissima!
Alice in Zombieland è scritto  molto bene, con uno stile semplice e accattivante. Durante la lettura mi sono ritrovata immersa in una storia da cui è stato difficile staccarmi. Alcune scene descritte mi hanno fatto venire letteralmente la pelle d'oca, specialmente il primo incontro tra Alice e Cole, scene profondamente sensuali e inaspettate, che mi hanno talmente emozionata da costringermi a leggerle e rileggere più volte. Lo so che lo volete sapere… ma  non le svelo nemmeno sotto tortura. Leggetelo!

Quando faccio una recensione non mi piace svelare troppi particolari del romanzo, questo perché ho troppo rispetto per il lettore che ancora non lo ha letto. Per quanto mi riguarda detesto leggere recensioni che svelano  troppi particolari importanti. Ci sono delle scene che ti colpiscono il cuore, ma se le conosci già, parte della magia sparisce.
Alice in zombieland prevede  dei sequel, e spero tanto  che la scrittrice non ci faccia aspettare troppo.  Nell'attesa scruterò spesso il cielo. Sono certa che come la Alice della favola che segue sempre il bianconiglio,  le lettrici che hanno adorato questo libro si troveranno spesso a scrutare il cielo.
Sicuramente penserete che stia dicendo cose senza senso, e forse avete ragione ma solo chi ha letto il libro saprà effettivamente di cosa parlo!
Ma non siete curiose? ^_^

lunedì 11 febbraio 2013

Classica: Grandi Speranze di Charles Dickens

a cura di Faye




Grandi speranze (Great Expectations) fu pubblicato a puntate tra il 1860 e il 1861, sul periodico settimanale All the Year Round, fondato dallo stesso Dickens. È considerato uno dei suoi romanzi brevi più intensi ed eleganti, nonché uno dei più popolari. È la storia dell’orfano Philip Pirrip detto Pip e della sua vita, dall’infanzia all’età adulta, secondo lo schema del “romanzo di formazione” seguito in David Copperfield. La narrazione inizia la vigilia di Natale dell’anno 1812, quando Pip ha sette anni e termina nel 1840. La giovane e bellissima Estella è il personaggio femminile che si contrappone a Pip, ma è con la creazione di Miss Havisham, l’anziana e instabile madre adottiva di Estella, che Dickens ci regala una protagonista di prima grandezza.

Con Grandi Speranze Pinkafé ha dato inizio al Progetto Classica, una biblioteca virtuale dove poter (ri)leggere le pagine più belle delle grandi opere della letteratura mondiale, e vi augura buona lettura.



martedì 5 febbraio 2013

In visita a Bath con Linda Kent, autrice de Il Profumo delle Rose Selvatiche


A cura di Pinkafé

A Dicembre ci siamo occupati di un fenomeno tutto italiano, ovvero l'editoria in edicola, e intervistato diverse voci autorevoli, editor ed alcuni autori di punta delle collane che annoverano generi come il thriller, il giallo, il fantasy, la fantascienza e il romance, storico e contemporaneo. Non potevamo quindi esimerci dal prolungare il nostro speciale in onore dell'esordio di una nuova autrice italiana, che sicuramente si distinguerà per il suo stile curato ed elegante e per le storie piene di sentimento. Stiamo parlando di Linda Kent, e del suo libro d'esordio "Il Profumo delle Rose Selvatiche" (uscito questo mese per la collana Classic dei Romanzi Mondadori), dal quale traspare un amore speciale per l'Inghilterra, e in particolar modo per Bath, dove ha ambientato la storia. Le abbiamo quindi chiesto di accompagnarci, ripercorrendo le righe del romanzo, alla scoperta della  Bath dei protagonisti Anne e David, e con nostro grande piacere, lei ha accettato con entusiasmo.

Prima di lasciarvi alle parole di Linda Kent, desideriamo segnalarvi la VIDEOINTERVISTA pubblicata sul blog Mondadori nella quale l'autrice presenta il romanzo, e il link al PROLOGO, che Mondadori ha reso disponibile gratuitamente per i lettori.


Il Profumo delle Rose Selvatiche


“Un romanzo che sembra scritto sulla seta.”
Angela White


Anne March conduce una vita ritirata, e non esce mai in pubblico se non celando il viso con un cappello o un velo.
Solo un bambino con il quale stringe una profonda amicizia ha il privilegio di guardarla negli occhi. È Andy, il figlio del suo vicino David Greenwood, barone Glamorgan.
David è un uomo oppresso da un passato drammatico, che cerca di dimenticare allontanando il figlio.
Il rapporto che Andy stabilisce con Anne, e soprattutto il fascino misterioso della donna, attirano David inesorabilmente, facendogli desiderare di rimettersi in gioco e di innamorarsi ancora.
Ma una nebbia di segreti e di equivoci si alzerà presto a offuscare il loro amore…



di Linda Kent


È per me un piacere e un onore accogliere il gentile invito di Pinkafé e accompagnare i suoi lettori in una visita di Bath, la città nella quale è ambientata la maggior parte del mio romanzo d’esordio,  Il profumo delle rose selvatiche.
“La perla del Somerset” è una città incantevole ed è famosa nel mondo non solo per la sua storia e l’architettura ma anche per aver ospitato dal 1801 al 1806 Jane Austen, l’autrice forse più amata dagli appassionati della letteratura preromantica.
Ancora oggi, ogni volta che attraverso i suoi  ampi viali e osservo le costruzioni neoclassiche realizzate nella locale pietra color ambra, dimentico di vivere nel XXI secolo e mi sembra di ritornare indietro nel tempo, all’epoca di Persuasione e Northanger Abbey.
Permettetemi quindi di considerarmi il vostro “cicerone virtuale” e di condurvi in alcuni dei luoghi che hanno visto nascere e fiorire l’amore fra Anne March e David Greenwood, barone Glamorgan.


Il primo incontro


Tutti i lettori di Jane Austen e dei romance ambientati a Bath conoscono, almeno di nome, le Assembly Rooms, il luogo deputato per eccellenza a tutti gli avvenimenti pubblici di una certa importanza.



Si tratta di quattro ambienti, molto spaziosi ed eleganti, racchiusi in una costruzione edificata secondo i canoni neoclassici che ispirarono i grandi architetti di questa città (John Wood il vecchio e John Wood il giovane).
Ancora oggi, la Sala da tè, la Sala per il gioco delle carte, la grandissima Sala da ballo e la Sala Ottagonale ospitano lussuosi banchetti, mostre o rassegne.
Le Upper Assembly Rooms furono inaugurate nel 1771 e sostituirono le preesistenti Lower Rooms costruite nella parte bassa della città.



È proprio nella Sala Ottagonale, durante un concerto, che per la prima volta David vede Anne. Anche se “vedere” non è proprio il termine corretto…


La magia di un giardino

Può uno scenario influenzare una storia d’amore?
Certamente, soprattutto se stiamo parlando dei Sydney Gardens, il più antico parco di Bath. Disegnato dall’architetto Harcourt Masters nel 1795, divenne ben presto il luogo più alla moda per vedere e farsi vedere dalla migliore società. Esattamente come Hyde Park a Londra.



E inoltre, come a Vauxhall, questi giardini erano un vero e proprio “luogo di delizie”, con cascate artificiali, ricostruzioni di edifici fiabeschi e un labirinto nel quale era facile perdersi… soprattutto se si era giovani e innamorati. Durante la bella stagione, le notti erano illuminate da lampioncini colorati e in occasioni particolari, come il genetliaco del sovrano, si poteva assistere a spettacoli pirotecnici.
Anche Anne e  David sperimenteranno la magia di una notte d’estate ai Sydney Gardens.




La “buona società”

Il luogo pubblico nel quale è d’obbligo mostrarsi per chiunque faccia un minimo di vita sociale, è la cosiddetta “Pump Room”, ovvero  l’edificio che racchiude la preziosa fonte di acqua minerale considerata un toccasana per tutte le malattie, dalla digestione difficile alla gotta. Peccato che abbia un sapore orribile!




Vincere la diffidenza e la ritrosia di Anne non è cosa da poco. La donna che affascina lord Glamorgan con il suo mistero è riservata e poco propensa a mostrarsi in pubblico. Tuttavia, David può essere molto persuasivo e riuscirà a convincerla a passeggiare con lui all’interno dell’ampio salone.
Trascorrere una mattina alla Pump Room è il modo migliore per incontrare la gente che conta, come sanno tutti. E naturalmente lo sa anche Mrs. Althea Claridge, alla disperata ricerca di un genero ricco e piacente…




Una serata particolare

A proposito dei Claridge: dove viveva a Bath chi godeva di un certo status sociale?


Il Circus e il Royal Crescent sono fra i più famosi esempi dell’architettura neoclassica di Bath. Costruiti dai Wood (padre e figlio), probabilmente per ricordare i simboli massonici del sole e della luna, questi complessi residenziali sono davvero magnifici.


Visitando il n. 1 del Crescent  (all’interno del quale è stata ambientata una scena del film Persuasione), si può comprendere ancora oggi come i ricchi proprietari dell’epoca georgiana arredassero le loro case. Il salotto, la sala da pranzo, le camere da letto, la stessa grande cucina con tutti i suoi arredi, recano l’impronta di un’eleganza sobria e impeccabile.
Esattamente quell’eleganza che mancava a Mrs. Claridge.


Uno sguardo al ponte

Camminando sotto braccio per le vie di Bath (e vi assicuro che non ci si stanca affatto!) abbiamo attraversato il cuore della città vecchia.



Prima di salutarci, fermiamoci un momento ad ammirare il profilo del Pulteney Bridge, che a noi italiani ricorda Ponte Vecchio a Firenze.



Il fiume scorre veloce e il sole al tramonto conferisce una tonalità dorata agli edifici.
Appoggiati contro la spalletta di pietra lasciamo che lo sguardo sfiori il profilo delle colline che circondano la città e i giardini dalle aiuole eleganti.
Come me, anche Anne March amava molto questo paesaggio, ne sono sicura.
Così come amava la sua casa, il giardino, e le rose selvatiche…



giovedì 31 gennaio 2013

Il “Cervino delle Dolomiti”, il simbolo delle Pale di San Martino - Seconda parte

di Rosengarten






Le Pale di San Martino racchiudono un bellissimo altopiano, che si svolge ad una quota media di circa 2.500 metri. Numerosi sono i sentieri che permettono di accedere e attraversano questa zona interna al massiccio, tra cui anche l’Alta Via N.2 delle Dolomiti.

Il Rifugio Rosetta Pedrotti può essere scelto come base di appoggio per alcune escursioni in quota, che potrete facilmente pianificare con la solita cartina topografica e qualche buon consiglio del gestore. Qui mi limiterò ad indicarvi la via normale alla Cima della Vezzana che, pur essendo la più alta di tutto il gruppo (mt. 3.192), non richiede esperienze alpinistiche. L’escursione richiede comunque un buon allenamento e piede fermo, dal momento che l’impresa impegnerà tutta la giornata (circa 6 ore, fra andata e ritorno) e si incontreranno passaggi su roccette di primo grado ed anche alcuni nevai, ove potrebbe essere utile una piccozza.
Dal Rifugio Rosetta Pedrotti si percorre l’itinerario già descritto del sentiero 716 che, passando per Passo Bettega, porta in Val dei Cantoni; in alternativa si può accedere alla Val dei Cantoni per il sentiero 703, che è incluso nell’Alta Via N.2. Risalite tutta la Val dei Cantoni fino ai 2.925 metri di Passo del Travignolo dal quale, piegando a destra, proseguirete alternernando ripidi ghiaioni, nevai, roccette e creste. L’orientamento sarà facilitato dagli ometti di sasso e la salita alla vetta non richiederà più di un’ora. Il ritorno al Rifugio potrà avvenire per lo stesso itinerario della salita.

A questo punto è arrivato il momento di dedicare alcune parole al fantastico Parco Naturale di Paneveggio – Pale di San Martino.

Il parco protegge una vasta zona montana, ben 197 km2, principalmente compresa nella provincia autonoma di Trento. La zona protetta include tutto il gruppo dolomitico delle Pale di San Martino e la zona orientale del massiccio del Lagorai, oltre diverse valli del Primiero (ad esempio la Val Canali) e della zona di Passo Rolle (ad esempio la Val Venegia ed il bacino del torrente Travignolo). Una delle zone più importanti del parco è la Foresta di Paneveggio, che interessa i comuni di Predazzo (Val di Fiemme), Tonadico e Siror (Val di Primiero).




La foresta è famosa per gli imponenti abeti rossi, molti dei quali, centenari, superano facilmente i trenta metri di altezza. Vi consigliamo di vivere alcune giornate in piena natura, all’interno del parco. Potete iniziare dal centro visita situato a Paneveggio, che oltre ad informarvi dei segreti naturalistici del parco (fauna, flora), costituisce un comodo punto di accesso alla foresta sopra descritta.




Un’altra escursione, che permette di accedere comodamente all’interno del parco, è quella che, partendo da Passo Rolle, conduce ai Laghi del Colbricon (mt 1.922) e, proseguendo oltre, raggiunge San Martino.  Si tratta di una passeggiata di circa 2,5 ore, che vi ripagherà con stupende viste sulle Pale e con allettanti tipici menù di montagna, da gustare nelle soste che vi concederete (solo a titolo di esempio, segnaliamo il Rifugio Colbricon ed il Rifugio Malga Ces).

Finora abbiamo parlato solo della parte Nord-ovest delle Pale di San Martino e della zona che gravita intorno a Passo Rolle. Molte altre informazioni potrebbero essere fornite ma, data la bellezza della zona, è mia intenzione dedicare un secondo articolo alla parte Sud-ovest del gruppo, nel quale troverete indicazioni per accedere alle montagne più amate da Dino Buzzati, il grande scrittore bellunese che amò le Dolomiti forse più degli stessi romanzi che lo hanno reso famoso.

lunedì 28 gennaio 2013

Django Unchained, il ritorno di Tarantino

di Hasmina


L’ombra di un uomo alto con un cappello si staglia minacciosa sulla parete della stanza prigione.
“Sono io, bambina”



Texas 1858. Django è uno schiavo nero, ma è anche l’uomo di cui il dottor King Schultz ha bisogno.
Schultz, medico dentista di origini tedesche che da qualche tempo esercita come cacciatore di taglie, è sulle tracce dei tre fratelli Brittle, su cui pende una taglia, ma non li ha mai visti in faccia, e Django è l’unico che li possa riconoscere.

Così lo acquista, poco male che faccia fuori i suoi proprietari, e fa con lui un patto: se lo aiuterà ad ammazzare i Brittle, lo renderà libero. Quale miglior piacere per un ex schiavo nero andare a caccia di bianchi ed essere pure ricompensato? Ma Django ha un obiettivo ancora più importante: ritrovare sua moglie, Broomhilde da cui è stato separato, e liberarla.

Schultz, affascinato dalla loro storia, che paragona alla leggenda nordica di Sigfrido, e colpito dal talento naturale di Django per le armi da fuoco, gli propone di lavorare insieme come cacciatori di taglie, e di cercare Broomhilde dopo l’inverno. Quando scoprono che si trova nella piantagione del potente e crudele Calvin Candie, ideano un piano per portarla via con loro, ma non tutto va per il verso giusto...


Omaggio di Quentin Tarantino al filone spaghetti western e alla pellicola del 66, Django, interpretata da un giovanissimo Franco Nero (al quale riserva una piccola parte nel film), Django Unchained ci propone una storia dal sottofondo drammatico, condita da humor, scene d’effetto, violenza e tanto sangue.

 
 
Una menzione meritano le musiche, è la prima volta infatti che la colonna sonora di un film di Tarantino include, oltre a brani tratti da altri film (come Django, Città violenta, I crudeli, Lo chiamavano King, Gli avvoltoi hanno fame, I lupi attaccano in branco, I giorni dell'ira, Lo chiamavano Trinità), composizioni originali come 100 Black Coffins (Rick Ross e Jamie Foxx) Who did that to you? (John Legend) e Ancora qui composta da Ennio Morricone.
Bravi gli interpreti, un meraviglioso Jamie Foxx (Miami Vice) e un carismatico Christoph Waltz (chi non lo ricorda in Bastardi senza Gloria? anche qui egregiamente doppiato da Stefano Benassi)  in primis, ma anche Di Caprio e l’intramontabile Samuel Lee Jackson, che non perde un colpo nel regalarci un manipolatore fatto e finito, benché nero e schiavo.
Ma nessun personaggio di Tarantino è scontato, e anche in Django, troviamo protagonisti intensi, dalle tante sfaccettature, accanto a personaggi che non sono che macchiette.
L’eroe di Tarantino (come anche nella tradizione degli spaghetti western)  è l’unico che resta in piedi a vendetta compiuta. Colui che si è liberato usando il cervello, che salva la donna della sua vita e che dispensa giustizia usando piombo e dinamite, godendosi alla fine lo spettacolo del suo operato (sulle note del mitico Trinità).

 

Ho scoperto Tarantino con Dal Tramonto all'Alba, interpretato da un formidabile e indomito George Clooney, apprezzato con Le Iene, Grindhouse, Jacky Brown, Bastardi senza Gloria, mentre non ho amato le pellicole dedicate alla trilogia di Kill Bill e Pulp Fiction, nonostante siano probabilmente i suoi lavori universalmente più noti. Django Unchained è un film avvincente, con protagonisti affascinanti e carismatici che sicuramente mi farà piacere rivedere... tuttavia, dal mio punto di vista perfettamente opinabile, se fosse stato un po' meno splatter sarebbe stato "perfetto".

 

lunedì 21 gennaio 2013

Classica: Grandi Speranze di Charles Dickens, ultima parte


di Faye

Siamo giunti al termine della lettura di Grandi Speranze di Charles Dickens.
La narrazione si fa più serrata, colorandosi di suspense e di una sfumatura noir che la penna di Dickens tiene in magistrale equilibrio con l’elemento sentimentale.

Il libro e il film

La “grande illusione” è giunta alla fine: gli adulti che hanno manipolato giovani innocenti, plasmandoli e facendone strumenti della propria vendetta, hanno raggiunto il  loro scopo. Troppo tardi si renderanno conto di aver creato inutile dolore e nuova sofferenza.
Il film realizzato da Mike Newell su sceneggiatura di Nicholls (Cold Feet, Il Quiz Dell’Amore, Tess of the D’Urbervilles per la BBC, Un Giorno), è opulento e fastoso nella ricostruzione storica; per chiare esigenze di spettacolo, la riduzione del testo originale finisce per comprimere l’aspetto sociale e drammatico della storia, dando invece ampio risalto alla storia d’amore fra Pip ed Estella.
In realtà, quando Dickens parla di sentimenti lo fa attraverso  frasi profonde, ma siamo molto lontani dalla veemenza di Hugo e, naturalmente, dalla sensibilità femminile delle sorelle Brönte. La regia di Newell punta molto sugli sguardi espressivi  di Jeremy Irvine e Holliday Grainger, due interpreti giovani che, proprio in quanto tali, interpretano perfettamente il loro ruolo di vittime innocenti.
La rinuncia alla voce fuori campo è giustificata dalla volontà di dare più evidenza ai protagonisti; tuttavia questo espediente, che era stato usato in tutte le versioni precedenti  (compresa quella, magistrale, di David Lean), avrebbe reso in modo più fedele lo spirito del romanzo che, lo ricordiamo, è raccontato in prima persona da Pip, anni dopo la conclusione della storia.
La rivisitazione degli eventi passati da parte del protagonista ormai adulto, che ha pagato con la sofferenza il proprio processo di maturazione, riscatta l’ingratitudine, la superficialità e l’egoismo di cui Pip ed Estella si erano inevitabilmente macchiati.
La responsabilità di questo, ci ricorda l’autore, è da ricercare nella mancanza di una famiglia e del suo calore, unico baluardo contro una società crudele e priva di scrupoli.

Capitoli 39- 58

Pip compie ventitre anni. La sua è la vita di un gentiluomo, ma un evento inatteso farà crollare tutti i suoi sogni. In una notte di tempesta, un uomo bussa alla sua porta: anziano, rozzo e sudicio, dimostra subito una confidenza che stupisce e spaventa Pip. È Magwitch, il galeotto che Pip ha aiutato da bambino nella palude. Deportato nel Nuovo Mondo, si è arricchito ed è a lui che Pip deve la sua ricchezza. Pur di rivedere il ragazzo, è ritornato a Londra ben sapendo che rischia la condanna a morte; tutto questo però, invece di commuovere Pip, lo terrorizza e lo sconvolge. Sapere di essere debitore di tutto a un uomo macchiato da chissà quale crimine, gli ripugna e gli fa comprendere che tutti i suoi sogni sono svaniti e che non potrà mai avere un futuro con Estella. Costretto ad ospitare Magwitch, con la complicità di Herbert finge che si tratti di suo zio Provis, venuto dalla campagna. Magwitch racconta la sua storia, una vita di stenti e furti culminata con la condanna a 14 anni di lavori forzati, mentre il suo mandante Compeyson era stato condannato a molto meno. Il nome di Compeyson e di un altro suo complice, Arthur, fanno comprendere che si trattava rispettivamente del promesso sposo e del fratello di Miss Havisham, coloro che l’avevano ingannata per derubarla del suo patrimonio. Pip comprende di dover allontanare Magwitch e decide che non accetterà più i suoi soldi. Per prima cosa si reca da Miss Havisham dove sa che troverà Estella.  Sfoga il suo dolore contro l’anziana signorina che aveva alimentato la sua illusione, lasciandogli credere di essere la sua benefattrice e confessa il suo amore ad Estella, pur sapendo che ormai non ha più nulla da offrirle. La ragazza, pur consapevole di ferirlo profondamente, gli comunica che intende sposare Drummle.

Estella, carissima, carissima Estella, non lasciare che Miss Havisham ti conduca a questo passo fatale. Mettimi da parte per sempre - l'hai già fatto, lo so bene - ma concediti a una persona più degna di Drummle. Miss Havisham  ti dà a lui, come oltraggio e disprezzo per gli uomini infinitamente migliori di lui che ti ammirano e per quei pochi che ti amano veramente. Tra quei pochi forse ce n'è uno che ti ama con la stessa mia tenerezza, anche se non da così lungo tempo. Prendi lui, e riuscirò a sopportarlo, per amor tuo!
….
Tu sei parte della mia vita, parte di me stesso. Sei stata in ogni riga che ho letto da quando sono stato qui, un ragazzo ordinario e rozzo il cui povero cuore hai ferito già allora.
Sei stata in ogni cosa che ho visto da quella volta - nel fiume, nelle vele delle navi, nella palude, nelle nuvole, nella luce, nel buio, nel vento, nei boschi, nel mare, nelle strade. Hai dato corpo a ogni soave fantasia che la mia mente ha conosciuto. Le pietre di cui son fatte le case più salde di Londra, non sono più reali né più impossibili da spostare con le mani, di quanto la tua presenza e influenza siano state, e sempre saranno per me, qui e dovunque. Estella, sino all'ultima ora della mia vita, non avrai scelta e rimarrai parte della mia natura, parte di quel po' di bene che è in me, parte del male.


Pip torna a Londra, ma qui trova un messaggio di Wemmick che lo avverte di non tornare a casa. Pip scopre così che si è saputo del ritorno di Magwitch in Inghilterra e che qualcuno, probabilmente Compeyson, lo sta sorvegliando. Magwitch viene trasferito in un alloggio vicino al fiume e, in attesa di poterlo imbarcare per trasferirlo all’estero, Pip e Herbert si allenano a remare per preparare una fuga che non desti sospetti.
Jaggers informa Pip che Estella si è sposata: durante una cena a casa dell’avvocato, Pip realizza improvvisamente che Molly, la taciturna governante, assomiglia in modo straordinario a Estella. Wemmick gli rivela che si tratta di una donna accusata vent’anni prima di un omicidio commesso per gelosia, che Jaggers aveva difeso e salvato dalla forca. Molly aveva avuto una figlia e si diceva che l’avesse uccisa per vendicarsi del compagno.
Il giorno seguente Pip si reca da Miss Havisham, che l’ha convocato. La donna è distrutta e in preda ai rimorsi: si offre di aiutare finanziariamente Pip, il quale accetta solo il denaro necessario a procurare un piccolo capitale ad Herbert e farlo diventare socio in una ditta di esportazioni..

- Cos'ho fatto! Cos'ho fatto! - Si torceva le mani, si arruffava i capelli bianchi, gridando di continuo: Cos'ho fatto!
Non sapevo cosa rispondere o come confortarla. Sapevo bene che aveva fatto una cosa crudele prendendo una creatura sensibile e plasmandola in modo che il selvaggio rancore, l'amore schernito e l'orgoglio offeso si trasformassero in vendetta. Ma sapevo ugualmente che, negandosi la luce del giorno, si era negata molto di più; che nel suo isolamento, si era isolata dagli influssi naturali che l’avrebbero guarita; che la sua mente, rimuginando in solitudine, si era ammalata, come accade e deve accadere e accadrà, a tutte le menti che invertono l'ordine designato dal loro Creatore. E come potevo fare a meno di averne pena, vedendo la sua punizione in quella rovina, nell’impossibilità di vivere nel suo mondo, nella vanità del dolore che era diventato mania dominante, come la vanità della penitenza, la vanità del rimorso, la vanità del demerito e altre mostruose vanità che sono le maledizioni di questo mondo?


Pip ha dalla donna la conferma indiretta che Estella è veramente figlia di Molly, una bambina che lei aveva adottato piccolissima e che le era stata portata da Jaggers. Disperata per il male che ha arrecato sia a Estella che a Pip, Miss Havisham cerca il perdono del ragazzo, ma un incidente terribile la conduce in fin di vita; un tizzone del camino, caduto sui suoi vestiti marcescenti l’avvolge nelle fiamme, nonostante Pip si ustioni le mani nel tentativo di soffocare il fuoco.
Pip torna a casa e qui apprende da Herbert ciò che Magwitch gli ha raccontato della sua vita. È lui il compagno di Molly e il padre di Estella, anche se è convinto che la donna abbia ucciso la figlioletta per vendicarsi.
Dopo qualche settimana, si presenta l’occasione di far espatriare Magwitch ad Amburgo; il piano è quello di raggiungere il battello sul fiume, ma Pip ha il braccio ustionato e devono ricorrere all’aiuto di Startop. La sera prima della fuga, Pip è attirato in un’imboscata da Orlick. L’ex garzone di Joe è pazzo e vendicativo e si appresta ad uccidere Pip dopo aver confessato di essere il responsabile della morte di sua sorella. All’ultimo istante, Pip è salvato da Herbert e Startop che l’hanno rintracciato.
La notte progettata per la fuga di Magwitch, tutto sembra andare secondo i piani, ma proprio quando la barca sta per raggiungere il vapore, una galea della polizia guidata da Compeyson interviene. Nella lotta, Magwitch è ferito gravemente e fatto prigioniero.
Pip comprende che tutto è perduto e questo fa nascere in lui una nuova consapevolezza.


Perché ora tutta la mia ripugnanza per lui si era dissolta, e nella creatura braccata, ferita, ammanettata che teneva la mia mano nella sua, vedevo solo un uomo che aveva voluto farmi del bene, e che aveva avuto per me affetto, gratitudine, generosità con grande costanza attraverso molti anni. In lui vedevo solo un uomo infinitamente migliore di quanto io non fossi stato con Joe.

Magwitch è condannato a morte, ma Pip ora lo assiste con tutta la tenerezza che gli aveva negato in precedenza. Poco prima che l’uomo muoia a causa delle ferite riportarte, Pip gli confessa che la sua bambina non è mai stata uccisa, che è diventata una signora e che lui, Pip, l’ama con tutto il cuore. Magwitch muore serenamente.
Pip rimane solo, poiché Herbert – che ignora di dovere la sua fortuna a Pip – è in partenza per il Cairo, dove vivrà con la moglie e dove si offre di accogliere l’amico in qualunque momento. Una grave malattia colpisce Pip, proprio quando i suoi creditori lo assalgono e cercano di portarlo in prigione. Il ragazzo è in fin di vita ma viene curato e salvato da Joe che accorre al suo fianco e salda i suoi debiti, pre allontanarsi discretamente non appena Pip guarisce.
Pip comprende tutta la grandezza e la bontà di Joe e si pente per averlo trattato così rudemente. Pieno di rimorsi torna alla fucina, pensando di vivere sempre con lui e di sposare Biddy. Invece, giunto alla sua vecchia casa, scopre che Biddy e Joe si sono appena sposati. Felice per loro, chiede perdono ed esprime tutta la sua riconoscenza. Decide quindi di raggiungere Herbert: lavorerà con lui fino a quando riuscirà a ripagare il debito contratto con Joe e a rimettere in sesto le sue finanze

- E Joe e Biddy, poiché oggi siete stati in chiesa, e sentite carità e amore per tutti gli uomini, accettate il mio umile grazie per quanto avete fatto per me, e che io ho così mal ripagato! E quando vi dico che me ne andrò entro un'ora perché sto partendo per l'estero, e che non avrò pace finché non avrò guadagnato e non vi avrò spedito il denaro con cui  mi avete evitato la prigione, non pensate, cari Joe e Biddy, che, se anche potessi ripagarvi mille volte tanto, io creda di poter cancellare anche solo uno spicciolo del mio debito con voi, o che, potendolo fare, lo vorrei!
Si commossero entrambi a quelle parole, e mi pregarono entrambi di non dir altro.

Cap. 59 – L’epilogo

Sono passati undici anni. Pip ha ristabilito la sua fortuna e torna in Inghilterra per una visita. Joe e Biddy lo accolgono con affetto: hanno avuto due figli e hanno dato il nome di Pip al loro primogenito. Biddy, gentile e materna come sempre, sprona Pip a sposarsi, e di fronte alla sua reticenza capisce che lui pensa ancora ad Estella.
Estella aveva avuto una vita infelice: il marito “un miscuglio di superbia, avarizia, violenza e meschinità” l’aveva lasciata vedova in seguito ad una caduta da cavallo e Pip ignorava se lei si fosse risposata. Desideroso di rivedere il luogo che tanta parte aveva avuto nel suo destino, si reca a casa Satis, per scoprire che non rimane più nulla della vecchia dimora, solo un giardino non curato ed il muro di cinta. All’improvviso, dalla nebbia della sera, emerge una figura.

- Estella!
- Sono tanto cambiata. Mi meraviglio che tu mi riconosca.
E davvero la sua bellezza era sfiorita, ma rimanevano, indescrivibili, la sua maestosità e il fascino. Erano attrattive che avevo già visto in passato; ciò che non avevo mai visto, era la luce tristemente addolcita degli occhi, un tempo alteri; ciò che non avevo mai sentito prima, era il tocco amichevole di quella mano un tempo insensibile.
Sedemmo su una panca e dissi: - Dopo tutti questi anni, è strano incontrarci di nuovo dove ci siamo visti la prima volta! Ci torni spesso?
- Da allora non ci sono più tornata.
- Neanch'io.

- Tante volte ho sperato e voluto tornare, ma le circostanze me l'hanno impedito. Povero, povero vecchio luogo!
La nebbia argentata fu sfiorata dai primi raggi della luna e gli stessi raggi e sfiorarono anche le sue lacrime. Non sapendo che le vedevo e cercando di fermarle, disse quietamente: - Mentre camminavi qua intorno, ti sei domandato perché tutto sia ridotto così?
- Sì, Estella.
- Il terreno mi appartiene. È l'unica cosa che mi è rimasta. Tutto il resto se n'è andato, poco alla volta, ma questo l'ho tenuto. È stato l'unico oggetto della mia determinazione, in tutti questi anni infelici.
- Ci costruiranno?
- Alla fine sì. Sono venuta a dire addio prima che tutto cambi. E tu -  disse con tenera emozione nei confronti di un povero giramondo -  vivi ancora all'estero?
- Sì.
- E ti è andata bene, vero?
- Lavoro molto per guadagnarmi discretamente da vivere, e quindi - sì, mi è andata bene.
- Ti ho pensato spesso.
- Davvero?
- Negli ultimi tempi, molto spesso. C'è stato un tempo lungo e difficile in cui ho tenuto lontano il ricordo di ciò che avevo buttato via, quando ne ignoravo il valore. Ma da quando il mio dovere non è più stato incompatibile con quel ricordo, gli ho dato un posto nel mio cuore.
- Tu hai sempre avuto un posto nel mio cuore - risposi.
E di nuovo tacemmo, finché lei parlò.
- Non avrei mai pensato di poterti dire addio, proprio mentre dicevo addio a questo luogo. Sono contenta che sia così.
- Contenta di separarci di nuovo, Estella? Per me, separarsi è doloroso. Per me, il ricordo della nostra ultima separazione è sempre stato un lutto doloroso.
- Ma hai detto - rispose con aria grave - Dio ti benedica, Dio ti perdoni! E se hai potuto dirlo allora, non esiterai a dirmelo ora - ora, quando la sofferenza è stata l'insegnamento più forte di tutti, e mi ha fatto capire com'era il tuo cuore. Sono stata piegata, spezzata, ma - spero - in una forma migliore. Sii premuroso e buono con me come allora, e dimmi che siamo amici.
- Siamo amici - dissi, alzandomi e chinandomi su di lei, mentre si alzava dalla panchina.
- E continueremo ad esserlo anche lontani – disse Estella.
Le presi la mano nella mia, e uscimmo dal luogo in rovina; e come la nebbia del mattino si era alzata molto tempo prima, quando avevo lasciato la fucina, così si stava alzando ora la nebbia della sera, e in tutta la vasta distesa di luce quieta che scorsi allora, non vidi l’ombra di un altro distacco.


FINE

Questo finale, che lascia intendere la possibilità di una vita futura per Pip ed Estella, fu scritto da Dickens come una revisione al primo, più amaro. Nella precedente versione, infatti, Estella si è risposata e l’unica consolazione rimane la comprensione che il dolore passato le ha restituito un cuore più dolce. Il libro terminava con queste parole di Pip:
«La sofferenza è stata più forte degli insegnamenti di Miss Havisham e le ha dato un cuore per capire quali sono stati i miei reali sentimenti per lei.»




La lettura di Grandi Speranze termina qui.
Il progetto “Classica” vi dà appuntamento a breve per conoscere e approfondire insieme un altro famoso libro: dalle nebbie della Londra di Dickens a quelle, molto più inquietanti, della Transilvania, per l’ultimo, grande romanzo gotico.
Dracula di Bram Stoker.

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